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Strategie familiari

di Gaber - Luporini


1986 © P. A.




(Esterno giorno - pomeriggio d'inverno - L'attore è in macchina) Ecco, corso Garibaldi… dunque, da Via Moscova non la posso prendere. Meglio girare di là. Poi magari parcheggio in Via Palermo e vado a piedi.
Ma guarda se mia madre deve mandare me… Che poi sono in imbarazzo, specialmente quando lo devo cercare al bar. Anche lui, però… potrebbe mandarglieli ogni mese… Macché, se lo dimentica, fa il poeta, mio padre. O fa il furbo?… Intanto va sempre a finire che glieli do io, io soldi, a mia madre. Che, va be'… non è una gran cifra… Ma il fatto è che lei li vuole da lui. Mica per altro, per fargliela pagare. Educativa!
Ma guarda se due che si sono divisi da vent'anni devono essere ancora così… Dico, se non si trova un po' di pace almeno da anziani… quando mai. No. Lei non l'ha più voluto vedere, però lo tiranneggia. E lui sguscia… il furbo.
Ah, ecco il posto. Parcheggio qui. E no, sono arrivato prima io… Grazie.
Ora come faccio a chiedergli questi maledetti soldi. Aspetto un po', oppure… No, è inutile che faccia la commedia di essere venuto a trovarlo al bar. Glieli chiedo subito, e dopo magari si sta un po' insieme.
(entra nel bar) Eccolo, è lì seduto che legge il giornale, davanti al suo rabarbaro. Alza lo sguardo e mi sorride. È il suo modo di salutare. "Ciao papà. Come va?!…" E lui: "Io bene. È il mondo che è noioso. È dal '45 che non succede più niente." Posa il giornale. Mi guarda… mi guarda con quei suoi occhi da faina che ti frugano dentro. Ecco come ce li ha, gli occhi, mio padre: piccoli ma profondi, pungenti, furbissimi… una faina. È un personaggio, non c'è dubbio. Qui al bar lo sentono tutti. Ma non devo farmi confondere. Devo partire all'attacco subito e chiedergli i soldi. Che compito!
"Ecco, veramente… papà… sono venuto… sì, perché… perché la mamma…" Mi accorgo subito di averli chiesti con troppa finezza, perché lui: "La mamma, la mamma… Come sta la mamma?" Una cosa che non ho mai capito di mio padre è quand'è che ti prende per il culo. Per la verità, malgrado tutto, lui mi ha sempre parlato bene della mamma… di com'era bella. Forse perché è stato lui a lasciarla. La perdona, insomma… Lei, no. Mia madre ci tiene ai suoi brutti ricordi. Io preferisco l'oblio dolce, forse anche un po' recitato… sì, quello di mio padre.
Ma ora non devo farmi fregare. "La mamma, la mamma… Come sta la mamma…" I soldi, papà. I soldi! bisognerebbe dire… Altro che finezze. Sto per ritornare all'attacco, ma… Niente. Lui mi presenta una stranissima donna. "Ecco, questo è il mio miglior compagno di 'tresette'… donna sensibile e fuori del comune". Un tipo singolare davvero, una specie di attrice di altri tempi, però coi segni degli anni e delle pene tutte descritte sul viso. Bella, a modo suo. Una via di mezzo fra una diva un po' anziana e una maîtresse colta. E brava faina! Te lo sei scelto giusto, il compagno di gioco.
“Questo è il ragazzo?..” fa lei indicandomi, "l'erede?.." Erede di cosa non si capisce. In quanto a fantasia mio padre potrebbe lasciarmene a casse. Ma i soldi, dico io… i soldi…
Deve avermi scrutato dentro, lui… perché mi invita subito a fare una partita a scacchi. Come scacchista mio padre è il migliore del bar, a parte un certo 'Faruk' che, mi ha detto lui, gioca bene. Io invece con mio padre perdo sempre. Ultimamente però ho un po' studiato. Lui non lo sa. Potrei anche farcela. Accetto volentieri. Appena presa la scacchiera una mole enorme avanza verso di noi, mi si siede accanto, pronto ad assistere. Centoventi chili di spettatore: Faruk. Silenzioso, per ora. Speriamo bene. A parte la limitazione dello spazio, non sopporto gli "angolisti". Quelli che ti si siedono lì vicino e guardano la partita. Non ce la fanno a stare zitti. Dopo tre o quattro mosse ti suggeriscono tutto. Qualcuno arriva anche a prenderti la mano per farti spostare i pezzi. Non importa, ho studiato.
Ecco, solita apertura di Re… la conosco a memoria. I primi tratti sono velocissimi, automatici. Alla dodicesima mossa Faruk, l'angolista, mi scruta con due occhi neri, ma neri, eh… Forse è il suo colore. Che vuole? Ho giocato benissimo, come da libro… Ammirazione, forse. Sì, è mio padre che è in difficoltà. Che tenerezza la faina in crisi! L'abbraccerei.
Ero piccolissimo, quando stavo abbracciato a mio padre. Poi, più. Chissà… il pudore. Mi piaceva. Me lo ricordo bene. Erano certe notti della guerra. Avevo tre o quattro anni e non potevo capire. Stranamente mi sembravano belle. Erano notti dolci, animate da allarmi e rumori di aeroplani grazie ai quali la gente trovava il modo di provare… brividi giustificati.
"Stai diventando bravo…" mi fa, "molto bravo. Secondo me ha studiato, vero Faruk?" Annuisce Faruk, l'angolista. È contento. Forse fa il tifo per me. Chissà… vecchi rancori. Solleva la testa dalla scacchiera, mio padre, e poi serio: "Vuoi un rabarbaro?" "Veramente non mi piace." faccio io. "Prendilo che ti fa bene. (al barista) Un rabarbaro per Karpov!"
L'avevo detto che ha una certa personalità. Mi tocca bere anche il rabarbaro. Non mi vorrà mica rincoglionire? Sarebbe capace. Eccolo, sta passando al contrattacco. Dopo aver anticipato l'arrocco prepara un forte pressione sull'ala di Re. Faruk è perplesso. E anch'io. Sto per avanzare un pedone… ma al grassone gli esce un gridolino: "No!" Buono, Faruk… devo farlo, altrimenti mi massacra… Mi difendo come posso, per un po'. E bene, anche… respingendo le manone di Faruk che piano piano entrano nella scacchiera. Però la situazione precipita. E mio padre, dopo una carezza di consolazione: "È la paura di vincere che ti fa perdere." Maledizione! Capisce tutto. Non ho mai pensato veramente di poter vincere con lui. Ormai non c'è più niente da fare. Ora gli brillano gli occhi, alla faina. Ha in mente un piano diabolico. Vuol proprio distruggermi. Dà un'occhiata a Faruk, e sorride pregustando il suo trionfo.
Cosa fa? Cavallo in h3?… Incredibile! Ha commesso un errore. Forse la sua memoria non è più quella di una volta. Non so che fare. Anche Faruk è immobile. Oddio, non avrà mica sbagliato per farmi sbagliare?!… Non sono così ingenuo da cadere nei tranelli.
Ne approfitto e rimonto.
Un'altra mossa sbagliata! Incomprensibile, per uno come lui… Non c'è più con la testa. Mi dispiace… sì, mi dispiace ma devo vincere. È un'occasione che aspetto da anni. Ha gli occhi fissi sulla scacchiera e una mano sulla fronte. Ormai ha perso. È matto in due mosse, lo vedrebbe anche un bambino. Finisce di bere il suo rabarbaro. Appoggia piano il bicchiere e mi guarda: "Abbandono."
Silenzio. Sembra quasi che tutto il bar abbia smesso di parlare. Faruk gli batte una mano sulla spalla e si allontana. "È la memoria… la memoria, Giorgio…" riprende mio padre a fatica, "la memoria… non solo nel gioco, ma anche nella vita". Mi parla con una tristezza smisurata. Com'è rimasto male. "È spaventosa…", continua, "è spaventosa la quantità di cose e di persone che non si muovono più nel mio passato." Povero papà!… È come se riesumasse con dolore tutto un popolo di trapassati attorno ai suoi occhi da faina, ora un po' spenti.
Per strada sento un certo senso di amarezza. Non è giusto che io stia così poco con mio padre. Mi manca. Però, strano… mi manca solo le poche volte che ci penso… Voglio dire che se è così, è come se non mi mancasse affatto. La vita ci divide, non per cattiveria… per distrazione.
I soldi!… Non gli ho chiesto i soldi per la mamma. E come facevo? Era così abbattuto… quasi piangeva.
Oddio!!! Vuoi vedere che… NOOOOO!!! Il maledetto… Tutte quelle mosse sbagliate… Hai capito, la faina… Cosa ti ha studiato… Ha fatto apposta, ha fatto apposta… E come piangeva, l'attore… E prima 'Come sta la mamma'… E poi la compagna di 'tresette'… E poi il rabarbaro… Era tutto per i soldi… Certo, come si fa a chiedere i soldi a uno che sta piangendo. E la memoria, la memoria… E le persone che non si muovono più nel suo passato… E i trapassati… Che guitto! Mi ha fregato, mi ha fregato.
Torno indietro, non mi può fregare così. Eccolo. Maledizione, sta uscendo con Faruk. Fa già scuro e c'è un po' di foschia. Li raggiungo e mi accodo a loro con la voglia di… Mio padre mi prende sottobraccio. È già allegro e sta canticchiando con Faruk una canzone dei suoi tempi. Ho capito. Anche questo mese i soldi a mia madre glieli do io.
A venti metri di distanza il bar impallidisce piano piano prima di cedere alla notte. Ora ci sono solo le nostre voci nel buio… e tra le righe anche tutta quella valanga di cose, di chiarimenti, di affettuosità, che le voci hanno sempre l'aria di essere lì lì per dire… e non dicono mai.



Trascrizione da: Libretto teatrale



Spettacoli in cui è presente il testo:
  • Parlami d'amore Mariù (1986)


  • Dischi in cui è presente il testo:
    Nessuno


    Testo pubblicato previa autorizzazione dell'editore e degli autori.


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