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Testo

La masturbazione

di Gaber - Luporini


1981 © P. A.

Versione 1


Lei comincia a divincolarsi ma i suoi sforzi rendono più sensibile la sua debolezza e nello stesso tempo fanno ondulare il suo corpo contro il mio. Ora la trascino verso la camera, ma strada facendo mi fermo un po’ per obbligarla a strigersi di nuovo contro di me in modo da sentire bene il tenero strofinio dei suoi seni attraverso la seta sgualcita della camicia. Poi, sempre tenendola, costringo la piccina ad inginocchiarsi sul copriletto. Le immobilizzo i polsi dietro la schiena con una sola mano che preme contro l'incavatura della vita e la schiaffeggio più volte, senza fretta. Lei sa che ha bisogno di una punizione. Dopo le accarezzo con le mani la bocca, e anche le labbra, ma, siccome non si dimostra compiacente quanto voglio, la schiaffeggio ancora, senza spiegazioni. Punita per la seconda volta mi bacia senza reticenze. Allora la faccio stendere servile, sottomessa a pancia in giù – è la posizione che preferisco – ferma, cara, indifesa. Le faccio risalire la camicia e le spingo giù i pantaloni, dolcemente. Con la punta delle cinque dita sfioro la pelle nei punti in cui è più delicata, non tanto per interessare la prigioniera... Non tanto per interessare la prigioniera...
Questo pensiero rischia di farmi sfumare l'immagine.
Non tanto per interessare la prigioniera...
Accendo la luce e guardo il cuscino... la prigioniera.
Ecco, cosa c'è di bello nella masturbazione. Non c'è alcun bisogno di preoccuparsi per l'altra persona. Però guai a distrarsi, eh, guai! Devi essere un tutto unico... testa e... tutto.
I ragionamenti intermedi sono fallimentari. Fra la tensione del pensiero e il corpo non deve esistere niente. La masturbazione… è la prima forma di interezza. E non solo quello. Nessuno ha mai parlato di questo modo di amare. Ma ti rendi conto? In due, sempre in due… oppure in tanti, che stronzata in tanti! L'amore in uno è il più perfetto. Non ha mai sfasature. È l'unico amore in cui una persona faccia veramente i conti con il proprio sesso. Purtroppo non lo si può raccontare a nessuno, il proprio sesso, diciamolo. Quanto sia acuto, profondo, illimitatamente libero... si deve andare fino in fondo, fino alle oasi più vergognose, che sono quelle più vere. Mi fanno ridere quelli che la chiamano “disperata solitudine”... È una scienza privata e universale, dài. È il rilancio dell'individuo. Ti libera dall'untuosa ideologia del sociale. Ti libera dei sofismi della conservazione della specie e ti porta verso l'immagine pura. È il più alto dovere dei poeti. O la capisci o non la capisci, o ce l'hai o non ce l'hai. Non ci si può accedere con la logica. È una verità del cuore. Come la mamma, come la Patria!…
Mi sono esaltato, eh! E ho perso la concentrazione.
Va be', fumiamo va. Guarda che casino c'è in giro… cicche, cartacce, camicie sporche, lenzuola... che disastro.
Però è bello tornarsene a casa da soli. Infilarsi sotto le coperte… e sapere già come andrà a finire. Ritardare. I piaceri vanno sempre ritardati. Quasi quasi questa sera resisto. Così domani è anche più bello.
Dicono che faccia male. Anche quella lí non l'ho mai capita.
Ma chissà quanti saranno quelli che a quarant'anni, da soli…
Non lo saprò mai!
E chi te lo racconta, dài… da piccoli sì, ma a quarant’anni SSS…
Non so se dormire o se tornare ai miei filmini.
Dunque: lei era prigioniera. Era prigioniera con le mani incatenate dietro la schiena, no, le catene non c’erano… ecco a me sono i dettagli che mi fregano!... L’ho persa, non la vedo più, la Lucianina non mi... non mi va più bene. Che cose strane! Probabilmente è il pensiero che diventa debole, e quando il pensiero si indebolisce…
Ma chissà quanti saranno quelli che a quarant'anni... No, sarei curioso di sapere che tipo di tecnica... Secondo me esistono due tendenze, sì. Quelli della donna astratta, stupenda, completamente inventata, piena di fianchi, di cosce, di tette... No, no, io sono più realista. Sì, non importa che sia bellissima… deve essere vera. Ecco, la devi capire… psicologicamente. Eh sì, perché cos'è poi un culo se non si conosce profondamente il proprietario?... Non è niente, dài. Non è niente, è un oggettone.
Le donne che scelgo per… se lo sapessero!… voglio dire, le mie donne, insomma, sono quelle che incontro tutti i giorni, sì, quelle di cui conosco la madre, il fratello, il cugino, il marito... quelle sposate... le mogli degli amici, stupendo!... Le faccio parlare proprio con la loro voce, sono precisissimo nell'immaginare i gesti. Ognuna ha il suo carattere. Mai, mai far fare le cose che loro non farebbero, mai! Magari che non hanno mai fatto… ma che io so che farebbero... con me le farebbero! Guarda la Barbara, per esempio... come la odio, la Barbara! Dice che è timida. Tipico. Dice che ha vergogna del suo corpo. Tipico… Ha vergogna del suo corpo e mette su delle gonne che s'incollano al culo! Va bene, ha il culo piccolo, lo ammetto... ma si vede di più, eh!!! Che fai, t'incazzi? Sì, m’incazzo. M'incazzo perché sono realista. E intanto la Barbara mi va via, mi svapora, mi si indebolisce il pensiero, mi s'intreccia con la Cornelia… La Cornelia?... La Cornelia è tutto un altro tipo, è isterica, fredda come il ghiaccio, aristocratica, mai un gesto fuori di posto… tutta dentro, tutta dentro bisognerebbe smuoverla, bisognerebbe smuoverla, tutta controllata, piena di dignità. Sarebbe bello vederla fondere, la sua dignità. Sarebbe bello vederla fondere. Ti scavo nel cervello, Cornelia. Te lo tirannizzo, così, così!
Basta. Basta.
È come uno schifoso guazzabuglio di pensieri che si scioglie. È una cascata di sintomi di delirio che gocciolano da tutte le parti. Basta, che miseria.
Ora bisogna abbandonarsi e dormire più che si può. Dormire?...
Si crede sempre che sia il fondo dello squallore quello che si è toccato. Chissà se esistono delle forze per andare più giù. Delle strane forze, e la prossima volta scendere più in basso. C'è un momento in cui si è veramente soli. Quando si arriva in fondo a ciò che siamo di orrendo, di squallido. Ma in fondo, proprio in fondo in fondo.
Il dolore stesso non vi risponde più. Gli occhi sono asciutti perché lí c'è il deserto. Strano, non c’è neanche il dolore nella solitudine, quella vera. Gli occhi sono asciutti. E Allora bisogna risalire da quel fondo... piano piano bisogna ritornare tra gli uomini.
Non c'è niente da fare. Bisogna ritornare con gli uomini... anche per piangere.





Note: Titolo del monologo nel libretto di scena: Disperata solitudine.

Trascrizione da: Disco



Spettacoli in cui è presente il testo:
  • Anni affollati (1981)


  • Dischi in cui è presente il testo:
  • Il teatro di Giorgio Gaber "Anni affollati" (1982)


  • Testo pubblicato previa autorizzazione dell'editore e degli autori.


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