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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Ultima ricorrenza...



Il Manifesto - pagina 15 - 03/01/2003


Il Signor G. girava sempre in maglione scuro

di Andrea Scanzi

Un ricordo personale del cantautore affettuoso e timido che cercava ancora i suoi maestri e non smetteva ancora di arrabbiarsi.
 

“C'è una fine per tutto. E non è detto che sia la morte”. Un suo monologo, Il suicidio, finiva così. La realtà ha diversamente disposto: Giorgio Gaber se n'è andato. Chi vi scrive, ha avuto la fortuna e l'onore di conoscerlo. Viverlo, vederlo, amarlo. La prima volta che ci incontrammo, quattro anni fa, era già malato. Non lo nascondeva: lo combatteva. Avesse potuto, se l'anca gli avesse dato tregua, avrebbe recitato sino alla fine. Quella volta, la prima, disse: “Più passa il tempo, più sento la mancanza di maestri”. A sessant'anni, li cercava ancora. Un nuovo Sartre, un nuovo Brel. Li inseguiva invano. Troppo timido, troppo modesto per credere veramente che lui stesso, per parte della sua generazione (che forse ha perso e forse no) e di quella successiva (che non ha ancora perso ma perderà), fosse percepito dagli altri come un “Maestro”. Non ci credeva, non gli pareva possibile. Era dolce, era affettuoso, quando gli facevi un complimento. Era dolce, sempre. Gaber se n'è andato in gennaio, come De Andrè, quattro anni dopo De Andrè. Maestri, maestri che se ne vanno. Gaber odiava le etichette, amava il dubbio e sapeva incazzarsi. Quando è moda è moda, Io se fossi Dio, La razza in estinzione.
Gaber era diverso da tutti, unico suo malgrado, nel genere (il teatro-canzone) e nella esigenza morale. Gaber era nel più critico individualismo. Questo, una certa sinistra – quella che gli rinfacciava la deriva populista della moglie, quella che trovò intelligenti le parole scriteriate di Canali su L'Unità – non l'ha mai capito. Non capiva che Gaber stimava Dario Fo, ma era intimamente diverso da lui. Per un po', a metà dei Settanta, trovò affinità con quella “democrazia partecipativa” che lo portò a scrivere, con l'inseparabile Luporini, il suo unico spettacolo dove il “noi” non era miraggio, ma realtà possibile: Libertà obbligatoria. “Libertà è partecipazione”. Non durò. Due anni dopo, nel ‘78, scrisse il suo spettacolo più duro: Polli di allevamento. Gli lanciavano di tutto, durante gli spettacoli. «Io per me, se c'avessi la forza e l'arroganza/ direi che sono diverso e quasi certamente solo». Non era qualunquismo. Era solitudine. Dalla libertà alla solitudine obbligatoria.
Gaber era l'ironia, il genio, la pudicizia. Era l'idea di tuo padre, era lui stesso una Appartenenza. Era i maglioni sempre scuri, perché i “colori accesi mi imbarazzano”. Era quello sempre serio, che sempre serio non era, e quando – quella volta a Viareggio, a cena, era il ‘99 – lo obbligarono ad autografare con un coltello il vinile di Io se fossi Dio, lui ci guardò tutti e poi disse, con quella sua faccia stanca e bellissima, “sarò all'antica, ma non mi sono mai sentito così deficiente”.
L'ultima sua produzione non è stata la migliore, e questo perché l'ultimo Gaber era un artista consapevole di incidere un testamento, il suo. Così, a volte, il vivo pessimismo del suo “teatro d'evocazione” diveniva apocalittico disfattismo ma lucido, terribilmente lucido. Per un paradosso un po' perverso, molti giovani lo hanno conosciuto con un suo brano “minore” (Destra-sinistra); in tanti lo hanno ascoltato la prima volta in un disco in studio (lui che “in studio” ci andava solo se costretto); in molti lo hanno visto l'ultima volta in un luogo da lui odiato, la tv, e in una condizione che non lo rappresentava: quella di un uomo immobile.
E invece Giorgio si muoveva. Ha scritto bene Serra: “Lo dovevi vedere, Gaber”. De Andrè potevi anche “solo” ascoltarlo, lui no. Lo dovevi vedere. Le anche, la lingua, le mani de Lo shampoo, Si può, La nave. Le lacrime di Qualcuno era comunista. La commozione per Gildo, l'amore che muore ne Il dilemma. Il revival scanzonato dei bis, quelle canzoni lontane che non gli erano mai appartenute fino in fondo, Non arrossire, La ballata del Cerutti e i teatri di tutta Italia che facevano “popi-popi” quando lui, divertito, fingeva di salire ancora sulla torpedo blu.



 


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