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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Gaber a Venezia 1989-1992



Chorus - Anno I n.5 - Giugno 1990


Gaber-Jannacci “Aspettiamo Godot” (intervista)

di Daniela Cohen

Sono amici-fratelli da quasi trent’anni. Ma era dai tempi del cabaret che non lavoravano più insieme. Ora Enzo Jannacci e Giorgio Gaber portano in scena nientemeno che Aspettando Godot. Con una chiave tutta loro.
 

Dopo aver trascorso ciascuno a modo suo la propria vita, rischiarata dalle luci dei riflettori e consolata dagli applausi di tanti sconosciuti che li hanno amati, generazione dopo generazione, due personaggi spesso scomodi decidono di tornare insieme sul palcoscenico. Sulla breccia da circa trent’anni, Enzo Jannacci e Giorgio Gaber saranno tra pochi giorni nel celebre Teatro Goldoni di Venezia per interpretare niente meno che Aspettando Godot, di Samuel Beckett. Va ricordato che il direttore artistico del teatro veneziano è proprio Gaber, deciso fautore di tale impresa di cui firma la regia, ma sorprende il fatto che si tratti della prima produzione autonoma che il Goldoni presenta al suo rinnovato pubblico nel 1990: una grande scommessa, quindi.
Benché Gaber abbia vinto lo scorso anno il premio Ascot Brun come migliore attore italiano per la sua eccellente interpretazione de Il Grigio, la volontà di presentare assieme al vecchio amico niente meno che uno dei testi più significativi di teatro contemporaneo, dedicato all’incomunicabilità e all’assurdo, scelto fra le opere di un autore come Beckett, da poco scomparso e sempre più rivalutato, appare come una sfida. Consapevole?
Gaber dice: "Le più belle interpretazioni di Estragone e Vladimiro, i due clochards di Aspettando Godot, furono date da attori non professionisti come nello spettacolo realizzato da alcuni detenuti che ho visto anni or sono. Beckett è un teatro quasi impraticabile, io ne ho viste un paio di versioni. Devo dire che spesso è più bello leggerlo che vederlo, io ho letto questo autore quando ero ragazzo e mi aveva entusiasmato. Già allora pensai che forse Enzo e io avremmo potuto fare una cosa con questo testo e adesso che c’è l’occasione del Teatro Goldoni e che noi due ci siamo riavvicinati, un po’ più rivisti... ho avuto voglia di farlo, ecco. Lui, ha fatto qualche resistenza, ma ora ci accorgiamo che l’avventura può essere molto interessante".
Resta il fatto che qualcuno ricorderà i tempi del cabaret, quando Gaber e Jannacci erano due ragazzotti scalmanati che cantavano e suonavano in una Milano fine anni cinquanta, in odore di rock’n’roll ma ancora piena di ferite lasciate dall’ultima guerra. Come sono oggi quei due giovani strambi? Li abbiamo incontrati a casa di Giorgio Gaber a Milano, dalle parti di piazza Aspromonte. Niente da fare, sembrano ancora due ragazzini che si parlano addosso, Gaber che cerca di fare il serio e contenere l’imprevedibilità di Jannacci, che invece è sempre pronto a contraddire l’amico e a divagare.
"È dai tempi dei Ja-Ga Brothers (i fratelli Jannacci-Gaber) che voi due non vi vedevate?".
Gaber: "Ci siamo rivisti in privato. Questa cosa di “Aspettando Godot” nasce dal fatto che siamo amici e siamo in sintonia sulle cose da tantissimo tempo: sintonia di umorismo, di sensazioni, di emozioni".
"Che effetto fa lavorare su un autore classico come Beckett?".
Jannacci: "Sai, io sarei più preoccupato se fosse una cosa di Giorgio, o una cosa mia".
Gaber: "Così abbiamo un sostegno, tutto sommato. È un’esperienza esterna a noi, mi sembra giusto che per riunirci usiamo uno strumento esterno, come mettersi un vestito che non è nostro".
Jannacci: "All’inizio ero un po’ sorpreso, un po’ stravolto, perché... ma qua non si ride mai? Com’è, è un sopruso, è un falso. Cioè, non per presunzione, ma Giorgio sa fare cose più belle!".
Gaber: "Ah, ah, ah. È pazzo, è proprio pazzo...".
Jannacci: "Sì, io sono pazzo ma non sono mica scemo".
Gaber: "No, no: guarda, questo scrive il vuoto, scrive il nulla. Chiaramente noi abbiamo bisogno di un po’ di sangue, e questo sangue...".
Jannacci: "In certi momenti vuol farci credere che ci siano dentro delle cose, un po’ presuntivamente vuol farci capire che c’è un mondo di patetismo, di romanticismo, ma è sbagliato. Poesia? Figurati, cos’è lui, irlandese?".
Gaber: "Sì. Ma è roba di 40 anni fa".
Jannacci: "E allora noi abbiamo un po’ sconvolto tutto, ci siamo vestiti addosso... lasciando un certo tipo di contenutistica, così. Che non c’è. Il primo giorno è andata: “Vabbè, che facciamo?”. Ci siamo disposti a leggere e poco per volta abbiamo ingranato".
"Allora l’avete già preparato?".
Gaber: "Sì, ora stiamo montandocelo addosso".
Jannacci: "E adesso abbiamo trovato la chiave, come farlo".
"Ci sono state difficoltà?".
Gaber: "Lui era preoccupato, perché effettivamente questo affiancarsi a Beckett... Mentre io ero convinto, e sono convinto, che è molto importante il rapporto che c’è fra i due personaggi. Se c’è l’affinità emotiva, ironica, queste battute così vuote di senso... A un certo punto c’è uno che dice: “Tutto ciò non ha senso” e l’altro: “Ne ha anche troppo!”. Ecco, queste cose, dette da noi, è chiaro che acquistano un peso tutto diverso! Credo che noi due siamo gli Estragone e Vladimiro più credibili, cioè siamo molto meno attori di altri, ma forse per fare questo non ci vogliono due attori".
"Ma perché proprio Beckett?
Gaber: "Io sento che Beckett sia sempre stato un mio maestro, per quanto mi riguarda. Sul piano della scrittura teatrale, tutto il teatro contemporaneo non può non tener conto che c’è stato Beckett, ecco. Così, pur non essendo stato molto divulgato, è un classico. L’avvicinamento a Beckett, inoltre, mi dà la possibilità di lavorare con Enzo, quindi di allargare le mie possibilità sul palcoscenico come attore. Mi sembra un bell’arricchimento, per me lo è".
"Ci sono canzoni in questo Godot?".
Gaber: "No, canzoni no, anche se forse c’è un motivo che canticchiamo, sottovoce. Avremo una specie di regia audio: Carlo “Cialdo” Capelli sarà il nostro sonorizzatore. Inoltre saremo affiancati da altri due attori: il “vecchio” Felice Andreasi e il “giovane” Paolo Rossi, altri due nostri grandi amici".
"L’audience è importante?" Gaber: "Secondo me chi si mette a fare qualsiasi tipo di esperienza, sia televisiva, teatrale o cinematografica, non deve tener conto dei dati di ascolto, del gradimento, della quantità di pubblico che ti vede, niente. Deve tener conto di quello che sei tu, rispondere a quello, perché in qualche modo ti deve rappresentare. Mi sembra invece che molti spettacoli si facciano come si vendono i detersivi, tenendo conto di quanti li compreranno. Così mi sembra difficile che uno faccia un discorso di qualità o comunicazione di esperienza. Io non mi pongo il problema di essere fuori o essere dentro, forse sono un privilegiato, ma mi pongo solo il problema di fare cose che mi piacciono, in cui credo, che mi coinvolgono. Poi è chiaro: se fai qualcosa che ti piace, che ti coinvolge, che ti rappresenta, è meglio che ti vedano in tanti e non in pochi, ma questo è un discorso che deve venire dopo, non prima. Se invece usi le indagini di mercato perché alla gente piace questo e quello, metti gli ingredienti e certo, magari viene fuori un prodotto che ha molto ascolto ma che non ti rappresenta assolutamente, tu non c’entri nulla, hai fatto solamente uno spettacolo-detersivo".

E se provassimo a fare un tuffo nel passato? Cominciamo con Vincenzo Jannacci, detto Enzo.
Enzo nasce il 3 giugno del 1935 a Milano da padre pugliese, operaio all’Alfa, sposato a una lombarda, pure lei operaia. È figlio unico e vede poco il padre, Giuseppe da Bisceglie, sottufficiale pilota che vola in tutte le guerre. In casa, cresciuto dalla mamma che lavora, si rivela un piccolo prodigio quando riesce a 4 anni a suonare il pianoforte, che però disturba il signor Brambilla, quello del piano di sopra, così la mamma gli compra una fisarmonica.
Racconta che fin da bambino la sua grande passione è stata la musica. "I miei genitori fecero salti mortali per farmi studiare: frequentai una scuola di musica e dopo 8 anni di studi al piano-forte riuscii a prendere il diploma in direzione d’orchestra". Nel frattempo, frequenta i bar del Ticinese.
"Ho cominciato a fare il pianista-jazz nel ‘52, a 17 anni. Nei gruppi commerciali non c’era posto: erano già formati, come quello di Marino Barreto jr. Gli ingaggi si andava a cercarli in galleria del Corso, come facevamo in tanti, finché mi arrivò una raccomandata: cercavano un pianista per un lavoro a Zurigo. Accettai subito, caricai tutti gli strumenti e cominciai a girare con un gruppo in cui c’era Vally lo scarparo, Ambrosetti, Vicio Vinicio e altri ancora, tutti bravissimi". E arrivarono fino a Parigi, al mitico locale jazz Blue Note.
"C’era un grande pianista, Bud Powell, rovinatissimo per la droga e il resto. Avrei voluto aiutarlo ma non c’era niente da fare, però gli stavo sempre dietro e lo guardavo suonare. Un giorno lui mi disse: “Non va bene come suoni tu” e mi spiegò che la mano destra dovevo legarmela dietro la schiena, perché quella importante era la sinistra. Disse che solo con la sinistra dovevo fare l’armonia, il contrappunto, il basso, il ritmo, insomma tutto. Andavo tutti i giorni da lui nel pomeriggio e mi esercitavo, cosicché alla fine ho imparato".
Tornato in Italia, un po’ spinto dal padre un po’ perché cominciava a sentirne la vocazione, nasce in lui il desiderio di diventare medico. "Così a 19 anni mi iscrissi alla facoltà di medicina; qua però i miei non potevano mantenermi e, per comprarmi i libri e pagarmi gli esami, lavoravo fino all’alba come pianista nei night della città, mentre di giorno frequentavo le lezioni o studiavo". Poi arriva il momento delle canzoni.
"Fu Nanni Ricordi a convincermi che potevo fare il cantautore: quando lo conobbi facevo di tutto perché mi dovevo ancora laureare e dovevo guadagnare perché mio padre quando era tornato dalla guerra, stava male, così accettavo tutto. Facevo il pianista-cantante dappertutto, sono stato anche in Germania, in Svezia, si chiamavano i “servizi”. Ho fatto 15 anni di “miniera”, si diceva così perché lavorare al piano-bar è come stare sottoterra, il sole non lo vedi mai e canti canzoncine".
Ma prima di farsi notare, è a Roma che trova lavoro nell’orchestra di Bruno Martino, quando Luigi Tenco dovette andare militare e fecero cantare lui al suo posto. Fu in quel periodo che gli proposero le prime incisioni.
"Ho conosciuto Dario Fo nella sala di registrazione della Ricordi, assieme a Gaber che era già affermato. Fo mi prese in simpatia, mi trattò da amico, è sempre stato un uomo generoso e mi diede una spinta. Così, da disgraziato che lavorava in Germania, cantai anch’io storie di disgraziati. Ho sempre sperato che la gente ascoltasse le cose che io reputavo le più sensibili. Io non so cantare, ho una brutta voce, De Andrè o Baglioni si ascoltano più volentieri; anche per questo ho dato ad altri, come a Mina, alcuni miei testi sui poveri disgraziati, sperando che il pubblico li ascoltasse attraverso la loro voce".
Quando scrive la sua prima canzone, Andava a Rogoredo, Enzo pesa 53 chili e comincia a diventare un personaggio, così stralunato, allampanato, spigoloso, tutto scatti e coi piedi strascicati. Suona la chitarra tenendola sotto il mento; lo vede lo scrittore Luciano Bianciardi e gli sembra un Pierrot, con lo strumento al posto del celebre collare bianco. Gli scrive una dedica, riprodotta sul primo album intitolato La Milano di Enzo Jannacci: "Jannacci ha dentro una poe-sia schietta, sostenuta dal suo amore per la povera gente".
"È da uno stato d’animo che prende all’improvviso, nei momenti più strani" spiega Enzo, "magari camminando o in ascensore, che nasce tutto: è da uno stato d’animo che nasce la voglia di esprimerlo con una canzone". Come quella del barbone che portava i scarp de tennis o quella dell’ombrello che per distrazione veniva portato via al suo fratello, ma anche La luna è una lampadina, Il cane con i capelli e quella del tipo che: ma come? Viene al lavoro in bicicletta? Ma non è fine! E allora Prendeva il treno "per sembrare un gran signor".
"Eravamo bravini, vendevamo dischi anche se c’erano i pezzi in inglese e io non sapevo l’inglese".
"Con Beppe Viola, che era anche un giornalista sportivo, ho scritto Vincenzina e anni dopo la famosa Quelli che; Beppe era mio amico fin dall’infanzia".
Ma la notorietà arriva prima con uno spettacolo al teatro Gerolamo, Milanin Milanon: cercavano un cantante da affiancare a Milly e a Tino Carraro.
A quei tempi Giorgio Gaber aveva pure preso la strada dei recital, cantando in coppia a Maria Monti. Jannacci andò con loro per suonare i bonghi e nacque, per un incidente, la figura di comico che avrebbe accompagnato Enzo lungo tutta la sua carriera. "Quando le canzonette mi portarono al successo, mi accorsi che a me interessava soprattutto la medicina, ma mi resi conto presto che la popolarità mi danneggiava: già quando facevo l’università, se per caso un professore mi aveva visto in un locale, di notte, veniva a dirmi: “Se non è preparato all’esame, può tornarsene al cabaret!”. Io mi offendevo a morte e pur di non dargliela vinta studiavo ancora di più, imparavo interi capitoli a memoria e poi sfidavo i professori a farmi qualsiasi domanda. Mi sembrava di combattere contro i mulini a vento".
Riuscì a prendere la benedetta laurea in medicina e chirurgia eppure era mal visto; in corsia lo si additava dicendo: "Ecco quello che canta in televisione", così che pure i pazienti temevano di farsi curare da lui. Le frustrazioni del giorno, però, passavano la sera, quando andava a recitare al Derby con Cochi e Renato e altri comici. "Il canto per me è capacità di vivere, di provare le cose. È voler vivere. Detto così forse suona male, ma è vero".
Però finisce per rinunciarvi. "Quando capii che la mia carriera di medico in Italia era senza sbocchi, per i troppi pregiudizi della gente, decisi di andare all’estero per specializzarmi, dando un taglio netto a tutto il mio passato". Nel 1967 si era sposato con Giuliana Orefice, una graziosa ragazza che gli aveva subito dato un figlio, Paolo; lei non si oppose a quella scelta e acconsentì, come avrebbe sempre fatto, a lasciare che il marito seguisse il suo istinto. Non avrebbe potuto fermarlo comunque.
Jannacci va negli Stati Uniti: NewYork, Houston, Chicago e ancora New York dove ottiene il diploma in terapia intensiva e rianimazione alla Columbia University.
Poi, per un anno va a lavorare, con Christiaan Barnard, il primo chirurgo al mondo che riuscì con successo a eseguire un trapianto di cuore su un uomo. "La chirurgia è l’unica parte della scienza che non si può inventare", afferma Enzo. "Barnard aveva questa grande dote, di inventare la chirurgia. Infatti ha smesso". Della sua professione dice: "Con questa testa un po’ matta ho bisogno di usare le mani. E mi piace aiutare la gente. Però facevo il rianimatore, l’intensista oppure stavo in chirurgia d’urgenza: avevano capito che io non potevo affezionarmi ai malati, che sono troppo sensibile, se no svolgevo male il mio lavoro. Io sono uno scienziato, un matematico, non sopporto di veder soffrire la gente. Tornato in Italia col diploma di specializzazione della Columbia University e un attestato firmato dal professor Barnard, trovai subito lavoro in corsia al Sacco, di Milano, dove presto divenni caporeparto".
Ma, forse troppo condizionato dagli anni vissuti all’estero, dove tutto funzionava perfettamente, comincia a farsi dei nemici tra i colleghi. "Lavoravo ed ero puntiglioso: pretendevo che i pazienti fossero assistiti e soprattutto visitati anche di notte. Piano piano riemersero le chiacchiere dello “stralunato”, quelle che "chi canta non fa il medico". Nel giro di un certo periodo di tempo mi crollò il mondo addosso e vivevo sotto uno stress pazzesco, cercando di dare sempre di più degli altri; ma ero disgustato dal voltafaccia di tutti, umiliato e straziato, così decisi di dimettermi, se era questo che volevano".
Riprende a cantare e scrive testi teatrali per due comici che stavano emergendo allora, Massimo Boldi e Diego Abatantuono. Gli giungono messaggi di stima e solidarietà da vari artisti: "La musica e il palcoscenico non mi hanno obbligato alla disonestà verso la medicina, ma se non avessi incontrato Conte e Benigni non avrei ricominciato". Il successo più grande se lo era lasciato alle spalle, quando Vengo anch’io (no tu no) gli aveva finalmente dato un successo anche economico, così facilmente abbandonato per inseguire l’altro suo sogno. I tempi duri, però, gli fanno creare altre splendide canzoni, come Ragazzo padre, La disperazione della pietà, Il Duomo di Milano, La mia gente.
"Vivere nelle contraddizioni, come me, come tanti, è un fatto positivo: vuol dire essere sensibili, feribili, disponibili. Certo, tutto questo si paga e caro, ma chi non si contraddice, chi resta sempre uguale, a me proprio non interessa". Un giorno, perciò, con la sua laurea e tutte le esperienze passate, Jannacci si presenta all’ospedale San Raffaele come volontario: piano piano, come un medico alle prime armi e con grande umiltà si conquista la stima e la fiducia dei suoi superiori per cui, dopo un periodo di tirocinio, viene assunto.
"Ho lasciato quel posto solo perché lì è morto mio padre, stringendomi la mano: avrebbe dovuto essere operato d’urgenza, ma altri medici dissero che bisognava aspettare. È stato un dramma terribile e indimenticabile, per molto tempo sono stato dilaniato dai rimorsi per non aver imposto la mia diagnosi". Si butta a fare spettacoli, litiga con molta gente, lavora al Niguarda e al Policlinico, è in crisi col mondo, fa il playboy, si specializza in cardiochirurgia infantile a Firenze dal professor Azzolina, fa qualsiasi cosa.
"I soldi: i soldi mica fanno schifo. Servono, fanno comodo e se ne avanza in più tanto meglio. Ma il denaro non è certo la cosa per cui vale vivere. Mi ero tolto il gusto di fare il giro del quartiere facendo rombare il motore di un’auto potente, avevo fatto la corsa in mare col motoscafo buttando le centomila in benzina..., e poi? Cosa resta alla fine di questi giochi? Alla fine ho capito che non erano quelle le cose che mi interessavano di più, quelle per cui vale la pena investire la sola vita che abbiamo".
Conquistandosi ogni millimetro del successo che ogni volta riesce a riguadagnare, Jannacci lo scorso anno si è presentato al festival di Sanremo. "Mi dicevano “facciamo una roba per Sanremo", come se lì fossero tutti scemi. Ma la gente non è stupida, capisce. A me serve un pubblico, e dico pubblico, non massa. La massa non ascolta: applaude, grida, si agita senza ascoltarti veramente. Il pubblico, invece, è fatto di quelle tre o quattro persone che, in mezzo a migliaia di altre, ti capiscono eccome!". Canta Se me lo dicevi prima (“Ma io sto male adesso. Macché sto male sto bene, macché lavoro o non lavoro: se me lo dicevi prima ti facevo un leasing, ti mandavo un charter... Sputa su chi ti eroina!”) e ritrova un nuovo pubblico di giovanissimi entusiasti che lo chiamano gridando "Enzo! Enzo! ".
"Ai giovani bisogna parlare in modo diverso, lo vedo tutti i giorni con mio figlio: è da tanto che l’ideologia si è appiattita, i problemi reali danno fastidio, nessuno ne parla, tanto meno nelle canzonette. Io invece di problemi sociali parlo sempre, è un rispetto che si deve ai disperati, perché non è vero che tutti vivono bene, coi soldi, l’auto e la televisione. Adesso ho i capelli grigi e la gente in corsia mi porta rispetto, mi chiama “Professore”. Credo di aver dimostrato quanto valgo, di aver dimostrato che un uomo può essere un bravo chirurgo eppure continuare a cantare e recitare su un palcoscenico".
Che altro dire? Che ama andare in moto "senza casco, ma perché me ne dimentico", che il karate l’ha imparato da un amico e dopo cintura nera è diventato istruttore, ma lo sport che ama di più è il calcio. Che ha composto l’inno del Milan, ha fatto un po’ di cinema, tra le altre cose, molta televisione, tanto teatro coi recital e che ora studia biologia e scienze biologiche perché vuole specializzarsi in ingegneria genetica, "la scienza del futuro". E poi: considera l’amore una cosa importante ma suo figlio lo è di più ("Io per Paolo mi faccio anche ammazzare"), si diverte ad andare al cinema, certi film li rivede anche più volte: tra i registi ama Altman, Woody Allen, Kubrick, Coppola e Polanski.
Quando vedo un film di questi signori mi sento di colpo ridimensionato, non sono più nessuno: tutte le idee che uno può desiderare, quelle che vorrebbe avere almeno una volta nella vita, le vedi lì, all’improvviso, sullo schermo. Da qualcuno che è un genio mentre tu proprio no. E un po’ dispiace".
L’ultima contraddizione? "La mia passione dominante è sempre stata la medicina; cantare è un divertimento, qualcosa che si è intrecciato alla mia vita. Però, se sbaglio una canzone, al mas-simo mi fischiano o non comprano i miei dischi. Quando al mattino infilo il camice non sono più lo stesso uomo che la sera prima cantava al microfono, perché cantare è un gioco, in sala operatoria non si può scherzare, non si gioca sulla pelle degli altri". Probabilmente non rinuncerà mai né all’una né all’altra cosa e sarà sempre bravissimo in entrambe. E di Gaber cosa dice?
"Gaber è un amico, come Dario Fo èstato un maestro. Io e Giorgio avevamo formato un duo di chitarre, I due corsari, e non ce n’era più per nessuno: suonavamo al Santa Tecla, dietro al Duomo, guadagnandoci la vita. Noi due, i corsari, scoprimmo il soft rock prima di conoscere Elvis Presley: verso la fine anni ‘50...".

Giorgio Gaberscik nasce a Milano il 25 gennaio 1939 da padre triestino, a cui va addebitato il cognome che sembra straniero. È secondogenito ma c’è qualcosa che non va, nel piccolo Gior-gio: è gracile, pare abbia bisogno di cure.
Eppure è un bimbo che fa tenerezza, con quei grandi occhi dal taglio all’ingiù, che lo fanno sembrare triste.
"Fino a 15 anni ero sempre malato, ho vissuto quasi sempre negli ospedali. Molti guarivano, molti morivano; io giocavo a pallone nei corridoi o nelle corsie. A volte il pallone rotolava sotto il letto di un uomo coi giorni contati; mi ero inserito tra loro con impressionante naturalezza. Lì ho toccato con mano la sofferenza, il dolore, la nostalgia e sono giunto alla conclusione che due cose sono fondamentali per l’uomo: la vita e la morte. Su questi due temi, oltre all’amore, un uomo deve meditare e impostare la propria esistenza".
Nonostante le difficoltà, Giorgio riesce a diplomarsi in ragioneria, ma la guarigione gli dà un senso di euforia: "Quando sono uscito finalmente dalla malattia mi sono sentito uno scampato, un privilegiato: ero vivo". Si iscrive alla Bocconi, darà qualche esame, gli piace passare il tempo nei trani di quartiere e cantare in compagnia. E poi aveva imparato a suonare il banjo a 8 anni e presto si trova in mano una chitarra.
"La mia generazione ha iniziato col jazz, avevamo tra i 16 e i 20 anni e ci trovavamo al Tecla con Tenco, Tommelleri e Jannacci. Certe stonature! Io suonavo la chitarra, i miei idoli erano Tal Farlow, Billy Bauer, Jim Hall e Barney Kessel: ci si riuniva nelle cantine a suonare e ballare, poi arrivò il rock and roll. Ma noi ne facevamo un po’ una parodia, tipo il Sordi che fa l’americano a Roma. Quindi si pescò dai chansonniers francesi: il mio modello preferito era Jacques Brel, che ascoltavo moltissimo. Poi è arrivato Celentano, con lui si è partiti in quarta assieme a Jannacci, abbiamo cominciato a fare le balere".
Arriva il momento del debutto teatrale, è il 1959: c’è con lui Maria Monti, con la quale intreccia una storia d’amore. "Scrivevo qualche musica e qualche testo; l’anno seguente cantai anch’io in uno spettacolo: Il Giorgio e la Maria – In piazza Beccaria. Lei raccontava cose bellissime sulla Milano degli impiegati (La nebbia, Vetrine), io cantavo La ballata del Cerutti, Le strade di notte, parlando dei quartieri che frequentavo il Giambellino, porta Romana".
Forma un gruppo che chiama Rocky Mountains quando arriva Enzo Jannacci, i due diventano amici subito, come si fossero riconosciuti fratelli. E assieme costituiscono una coppia di punta del cabaret milanese: "C’erano molti più spazi, dopo la guerra, c’era tutto da fare e quindi bastava che uno ti sentisse cantare per caso e nascevano delle proposte, non come oggi che un giovane per affermarsi deve fare mille corridoi e mille provini".
Così venne la stagione dei cantautori, aperta a tutti gli esperimenti: "Un periodo straordinario, per voglia di fare e creatività, di mutuo soccorso creativo e spesso soccorso finanziario. Dai 18 ai 30 anni ho fatto il cantante ma poi mi sono stufato delle regole soffocanti del mercato". Ormai Giorgio si chiama Gaber, che suona meglio, ha fatto tanti anni di televisione e può già considerarsi un divo quando fa un incontro con una giovane e bellissima attrice e cantante di varietà che deve interpretare una sua canzone: Ombretta Colli.
Lei è figlia di un batterista-cantante girovago e ha cominciato a calcare le scene a 16 anni, già decisa a essere autonoma e indipendente. Dopo alcuni incontri, rompono i rispettivi fidanzamenti, lui con la Monti, lei con un giovane conte, e vanno a vivere assieme, cercando di mantenere il segreto per non fare scandalo: lei ha 18 anni, quindi è minorenne all’epoca, lui ne ha 25. Decidono di sposarsi un anno dopo, all’Abbazia di Chiaravalle, nell’aprile del 1965, e l’anno seguente mettono al mondo una figlia, Dalia.
"Io e mia moglie siamo cresciuti insieme, insieme siamo diventati tutti e due un po’ meglio. Oltre all’amore c’è la complicità nei confronti della vita, ma il perno della famiglia è la mamma di Ombretta, che vive con noi da sempre.
È lei che ci tiene uniti, che ha fatto da madre e padre a nostra figlia".
Dopo le ballate che piacevano a tutti, ai cori di "si passa la sera scolando barbera", iniziano le amarezze: Luigi Tenco si spara a Sanremo, Gino Paoli vorrebbe seguirlo ma sopravvive a un proiettile che gli si conficca vicino al cuore, inestraibile. E Gaber, addolorato, con Ombretta scompare dalle scene: niente più interviste, niente più foto, niente televisione, basta gare assassine.
"Nel ‘69 e ‘70 ho viaggiato con Mina facendo recital teatrali, cercando di cambiare dimensione. Poi Paolo Grassi mi invitò al teatro Lirico di Milano: credeva in me. Per anni, tutti i lunghi anni in cui ho continuato a non sapere cosa avrei fatto da grande, è stato l’applauso, questa avvenuta comunicazione tra me e la platea, ad avermi dato energia". E nasce l’avventura de Il Signor G., con le sue Storie vecchie e nuove, Il dialogo fra un impegnato e un non so. Viaggiando per tutta Italia, diventa uno degli autori più impegnati e amati di quegli anni.
"Le situazioni più significative in arte sono quelle che si verificano quando uno riesce a far diventare oggettivo un problema suo, un suo disagio, quando riesce a universalizzare il discorso personale: parlo di me sperando di riuscire a parlare di te, di loro, del mondo". Crea Far finta di essere sani, Anche per oggi non si vola; nel ‘75 torna a cantare in un recital, ma poi si ferma a parlare con il pubblico, crea discussioni.
Gaber, partendo dalle frustrazioni del piccolo borghese, è arrivato alla critica della normalità, fino alla critica del movimento. Dopo Libertà obbligatoria e Polli d’allevamento, nel ‘79, viene tacciato di qualunquismo dagli ex leader della Statale, che secondo lui si sono addomesticati. In Io se fossi Dio, neIl’80, grida contro tutti: democristiani, comunisti, socialisti, radicali, stupidi, giornalisti, ladri, bigotti, brigatisti e sindacalisti: esplode un coro di proteste.
"Mi limito a cercare di fotografare la realtà" dice, "senza fare scelte di convenienza. La realtà è cambiata: pochi anni fa allontanarsi sia pure temporaneamente da Milano voleva dire perdere qualcosa... Piuttosto che di sconfitta, come alcuni interpretano la transizione, parlerei di dolore". Nel 1981 presenta al teatro Carcano Anni affollati, di solitudine, naturalmente; poi Il caso di Alessandro e Maria.
"Oggi c’è questa anestesia, l’allontanamento dalle problematiche esistenziali, un fatto generazionale che arriva fino ai trentenni. Non è proprio mancanza d’impegno ma voglia di sfuggire l’esperienza del dolore, che al limite si esprime con la droga. I giovani hanno paura di soffrire perché sono cresciuti nella paura della sofferenza; invece, dal dolore può scaturire un riscatto vitale".
E aggiunge: "Fino al ‘75 ho cantato anche nei palasport, ai festival di Re Nudo e avvenivano dei miracoli, c’era un'ansia di conoscere di cui ho nostalgia. Poi, tra spinelli e tutto il resto non si manteneva più quella tensione e sei di nuovo solo, senti dei boati e basta".
Nel 1984 crea Io se fossi Gaber, l’anno seguente nasce la sua etichetta di produzione, la Go Igest, in cui lavora anche la figlia Dalia, che ha scelto di occuparsi di pubbliche relazioni. "In famiglia c’è una realtà affettiva molto forte, però non è un rapporto tipico, che ci mettiamo a tavola all’ora che si deve. Viviamo forse un po’ stupidamente, nel senso che bisognerebbe avere la capacità di fermarsi, perché, come dire, è una vita un po’ arrovellata, non una vita spregiudicata o maleducata ma arrovellata, questo sì. Io passo notti insonni, a rimuginare senza sosta". Di sua moglie apprezza la voglia di fare, la conduzione della propria esistenza: "Di questo suo essere autonoma da me, gliene sono grato: cioè non ha mai avuto cedimenti di carattere tipo 'Ah, il focolare!'".
"Parlami d’amore Mariù" è del 1986 e prosegue per due anni: vince il premio Agis per il maggior numero di spettatori. Gaber comincia a diversificarsi, scrive musiche per la televisione, cura la regia degli spettacoli teatrali di Ombretta Colli, scrive sceneggiature, promuove un ciclo dedicato ai giovani: "Professione comico", che vede la luce dal teatro La Perla del Lido di Venezia nell’estate ‘88. Quell’autunno porta in scena "Il Grigio", il suo primo spettacolo tutto recitato. "Si chiude così un ciclo: ho cominciato con le canzoni a teatro, ho inserito sempre più dei monologhi, ora recito e basta. Credo di essere arrivato, per quanto mi riguarda, alla conclusione di questa esperienza solitaria, perché la caratteristica di tutti i miei spettacoli è che ho passato vent’anni di solitudine sul palcoscenico".
A chi lo definisce un borghese per i suoi modi compassati, il suo abbigliamento sobrio, mai chiassoso, risponde: "Sì, sono un vecchio borghese. Anarchico, però".
E Jannacci? "Beh, siamo proprio amici da sempre, ci vogliamo bene anche, se non ci vediamo: ci seguiamo a distanza e ci facciamo la guerra da quando siamo ragazzini, è molto divertente".
Già. E ora sono ancora assieme per recitare Beckett. Enzo, l’amico, che aiuterà Giorgio a non sentirsi più solo sul palcoscenico. Come andrà?


Grazie a Mauro De Mario per l’invio dell’articolo


 


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