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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Articoli 2000



La Repubblica - Spettacoli e TV - 03/05/2002


Gaber, le mille illusioni di un artista solitario

di Gino Castaldo

Esce in questi giorni il cofanetto “Parole e canzoni” con una video antologia e un volume
 

ROMA — È affascinante notare come talvolta i volti di personaggi che hanno vissuto profondamente la loro esperienza artistica abbiano assunto nei tratti somatici il demone che li ossessiona e li motiva. Vedendo la faccia di Giorgio Gaber che introduce la cassetta antologica che racconta per immagini la sua storia (Parole e canzoni, a cura di Vincenzo Mollica, pubblicata in questi giorni da Stile Libero - Einaudi, allegata a un libro curato da Valentina Pattavina) ci si immagina una maturità dolorosa, uno sguardo severo, la consapevolezza di avere fatto fino in fondo la propria parte, ma che comunque le cose del mondo potevano andare meglio di come sono andate. È la faccia di un uomo che non ama il mondo, ma che vorrebbe amarlo, di uno che non si accontenta, che non molla, e che nel tempo ha perso il sorriso del primi anni, del Gaber eccentrico e comico che diceva, pungeva, sbeffeggiava, attaccava, ma ridendo, e si faceva accettare con quel sorriso sbilenco che ispirava simpatia a prima vista.
La cassetta è la storia di questa trasformazione; dai primi bianchi e neri ridanciani e bonari, i duetti con Mina, poi l’apparire di ombre inquiete, sempre più inquiete, i lunghi anni del teatro, della militanza "sulla strada", da quella libertà "che non è uno spazio libero, libertà è partecipazione" alle stigmatizzanti ironie nei confronti delle rivoluzioni di facciata, dove si può Far finta di essere sani, passando per i toni dolenti de L’illogica allegria, via via drammatizzando fino alla tragedia epica di Qualcuno era comunista. È quello stesso sguardo che l’ha spinto a intitolare il suo ultimo disco La mia generazione ha perso.
Sconfitto, ma non silenzioso. Tutt’altro. Il cofanetto che contiene libro e cassetta, ha tutta l’aria di una summa. Il video offre immagini per un’ora e sedici minuti e attraversa quarant’anni di esibizioni. Il libro, di quasi seicento pagine, raccoglie testi di canzoni e monologhi teatrali scelti all’interno di questa vita bene o male passata sul palco-scenico, ben lontano dalla televisione (se non all’inizio e, solo per eccezionali apparizioni, negli ultimi tempi, e poco lusingato dai media, ma seguito con fedeltà assoluta da un pubblico che ha giustificato questo paziente e faticoso lavoro.
All’interno, una prefazione di Gad Lerner, un’introduzione di Massimo Bernardini, un’intervista di Vincenzo Mollica e documentate appendici con discografia, biografia, pezzi scelti di autori che hanno parlato di lui, e soprattutto l’enorme massa dei testi che Gaber ha cantato o recitato, dai primi vagiti rock’n’roll come Ciao ti dirò e Una fetta di limone (cantata all’epoca insieme a Enzo Jannacci), dalle tenerezze di Non arrossire ai calembour di Goganga e degli sfottò a Celentano (La risposta al ragazzo della via Gluck) passando per i primi spettacoli teatrali come Il signor G, la lunga collaborazione con Sandro Luporini, cresciuta nelle rappresentazioni che il pubblico ha imparato ad amare nel corso del tempo, fino alle ultime canzoni, le prime dopo tanti anni che Gaber ha inciso esclusivamente per il supporto discografico. C’è tanto materiale da rivedere e rileggere, in attesa di nuove uscite. Si parla di un nuovo disco al quale Gaber sta già lavorando da tempo. Forse si ascolterà nel prossimo autunno.





 


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