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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Interviste 2000



Sette - (n.15) Settimanale del Corriere della Sera - 2001


Il mio mondo non esiste più

di Giorgio Gaber

Generazione G. Il mondo secondo Gaber - Parla della sua generazione che ha perso. Dell’amore che è diventato trasgressione. Del gioco del potere. Della solitudine. Così con un saggio catastrofista presenta a “Sette” il suo nuovo disco. Però le sue canzoni resistono ancora.
 

Quest’anno non ho affrontato un nuovo spettacolo teatrale perché con il mio amico e coautore Sandro Luporini abbiamo ritenuto opportuno concederci un periodo di pausa e di riflessione in un momento in cui la realtà che ci circonda sta cambiando rapidamente.
I nostri spettacoli teatrali sono in genere rappresentati attraverso la formula del teatro-canzone, cioè l’alternanza di canzoni e monologhi, e vengono pensati e scritti sull’urgenza di un intervento che tende a esprimere la nostra visione del mondo in quel determinato momento storico. Sono d’altra parte consapevole che il mezzo teatrale, pur con le sale esaurite, ha una possibilità di diffusione limitata del nostro lavoro anche se costituisce la dimensione artistica a me più congeniale. Ma sono anche consapevole che molte delle nostre canzoni avrebbero meritato una fruizione più allargata. Mi sono dunque lasciato convincere a ritornare in sala di incisione per realizzare un prodotto discografico che comprende alcuni brani scritti recentemente insieme ad altri particolarmente significativi degli ultimi spettacoli.

LA RAZZA IN ESTINZIONE
Ho scelto come titolo di questo lavoro “La mia generazione ha perso”. Sicuramente non è un’espressione ottimista e consolatoria, ma per quanto mi riguarda mi sembra una constatazione doverosa. D’altronde solo la lucidità nel riconoscere i propri errori e il coraggio di affrontarli può aiutarci a trovare la forza per un reale cambiamento. Riconosco che la mia generazione ha perso, ma l’ammissione di una sconfitta e la sua analisi disincantata sono l’unica speranza, l’unico reale contributo che possiamo ancora dare a chi viene dopo di noi. Con Luporini abbiamo sempre cercato di raccontare le emozioni, gli stati d’animo, le passioni del mondo che ci circondava, ciò che ci faceva bene regalandoci slancio ed energia ma anche ciò che ci faceva male, e dal quel male tentavamo di difenderci con ironia polemica e molto spesso rabbia. A questo punto, forse anche per un fatto di età, credo sia arrivato il momento per un bilancio non tanto personale quanto generazionale.
Non è solo il fallimento di un’idea politica, non è il funerale delle ideologie, non è l’incertezza del futuro; preferisco pensare a un mutamento oserei dire antropologico dell’individuo totalmente oggetto della violenza del mercato. Noi, con i nostri slanci, i nostri ideali e le nostre utopie, siamo riusciti davvero a migliorare il mondo? Siamo stati padri migliori di quelli che ci hanno preceduto? Siamo stati un riferimento attendibile, un esempio valido per i nostri figli? Purtroppo la mia risposta non riesce a essere positiva. La gente mi piace sempre meno e l’uomo mi sembra arrivato al suo minimo storico di coscienza. Tutto quello in cui noi abbiamo creduto non trova più nessun riscontro, non esiste più: siamo decisamente una razza in estinzione.

NOI COME PADRI
Alla dittatura del consumo non siamo stati in grado di resistere: ne siamo stati forse complici inconsapevoli. Per noi era più facile essere pacifisti, antiautoritari e democratici. I nostri padri avevano fatto la Resistenza. Forse avremmo dovuto farla anche noi…, la resistenza. È sempre tempo di resistenza. Perché, invece di compiacerci per il nostro atteggiamento libertario, non siamo stati capaci di insegnare l’importanza dell’essenzialità? Perché, senza il timore di esser giudicati padri buoni o cattivi, non abbiamo avuto il coraggio di affrontare le nostre responsabilità di genitori? Perché, pur avvertendo l’appiattimento nei gusti e nei consumi, abbiamo continuato a comprare tante cose inutili ai nostri figli? Il mercato ci ringrazia. Gli abbiamo dato il nostro prezioso contributo.
Mi piace citare un concetto espresso in anni lontani da Pasolini: "Non ci può essere progresso senza sviluppo, ma ci può essere sviluppo senza progresso". Sviluppo senza progresso... mi sembra la sintesi più appropriata della nostra epoca.

IL GIOCO DEL POTERE
Forse qualcuno ha creduto che fosse la politica a doversi occupare di queste cose, ma evidentemente la politica ha altro a cui pensare. Le diverse posizioni degli schieramenti sono oggetto di estenuanti dibattiti, dichiarazioni e interviste che ci arrivano addosso dai giornali e dalle televisioni. In assenza di ideali e forse anche di idee tutti si preoccupano di esasperare le differenze per affermare e giustificare una propria peculiare identità che al contrario ci appare sempre più confusa e indistinta. Tutto diventa, quindi, un intricato gioco di potere dal quale è assolutamente escluso qualsiasi reale interesse per l’individuo, la sua consapevolezza, la sua visione del mondo. E forse anche per questo ci sentiamo sempre più smarriti e incerti sul futuro e abbiamo la sensazione di non essere parte di una reale aggregazione, di una vera comunità. E nonostante la scienza ci fornisca strumenti nuovi di conoscenza, informazione e comunicazione, ci sentiamo sempre più isolati e soli.

LA SFERA AFFETTIVA
La famiglia è da sempre stata una "culla", dove i grandi affetti si intrecciavano con i contrasti, le frustrazioni e le gelosie, ma di fronte alle difficoltà del mondo esterno ritrovava comunque la propria coesione. Ora invece nella mutata realtà in cui si ritrova, sempre più ristretta e sempre più lontana da quella rassicurante idea di famiglia allargata, sta perdendo il suo più profondo senso di unità e – di fronte a un mondo sempre più invadente e aggressivo – diventa un gruppo sfilacciato in cui ciascuno tende ad affermarsi singolarmente, addirittura in competizione con gli altri componenti della famiglia stessa.
E l’amore? L’amore continua a essere considerato un valore assoluto. In suo nome si accetta qualsiasi tipo di trasgressione e a volte anche qualsiasi nefandezza. Le nostre vite si riempiono così di facili innamoramenti e di brividini vanitosi che ci gratificano, ci esaltano e ci appagano. Forse sarebbe opportuno interrogarci su questi amori e chiederci ogni tanto se siamo effettivamente capaci di amare.
Io credo che la complementarietà e la contrapposizione fra un uomo e una donna costituiscano i presupposti della vita e quindi della nostra sopravvivenza. Ma tutto ciò che ci circonda ci condiziona e ci disorienta, rendendo sempre più difficile e problematico il rapporto intimo fra due persone che vogliono costruire un progetto comune profondo e duraturo.
Qualcosa di personale. Mi chiedono spesso... molto spesso... praticamente sempre, come va il rapporto con mia moglie che, com’è noto, è di Forza Italia ed è Presidente della Provincia di Milano. È curioso come a volte anche in persone tanto intelligenti affiorino domande così poco originali, frutto di un conformismo di pensiero che chissà perché porta a credere che occorra per forza avere opinioni identiche per star bene insieme. Pur nella differente visione del mondo, i sentimenti tra me e Ombretta sono sempre gli stessi e, dico la verità, non capisco perché avrebbero dovuto cambiare. Lei fa il suo mestiere con entusiasmo, energia e sicuramente con molta onestà. E sono convinto che le piaccia molto, direi forse più del lavoro che faceva prima. Questo mi fa molto piacere per lei e, dato che le voglio bene, fa molto piacere anche a me.
Sul libretto dell’album sono riportati i commenti alle canzoni di alcune personalità del mondo dello spettacolo, del giornalismo, della cultura e anche della politica. Non è stata una mia idea. I miei collaboratori mi hanno fatto una sorpresa e hanno chiesto questi pareri a chi è venuto spesso ai miei spettacoli. Ne sono stato lusingato: devo ammettere però che mi hanno procurato un leggero ma gradevole imbarazzo.
Giorgio Gaber


DICONO DI LUI…

Mina
Gaber? Eleganza inesorabile, lucidità, ironia potente e leggera, buona creanza nonostante l’intelligenza rivoluzionaria, sottile gentilezza d’animo, voglia di ridere comunque.

Antonio Ricci
I politicamente corretti alla Jovanotti han bisogno di barbe e scenografie cubane, immaginette di Madre Teresa e T-shirt del Che: “E qui la festa? Un due tre... casino!”. Cantano genericamente contro la guerra nei Balcani “il mio nome è mai più”, poi vanno a braccetto con chi sostiene quella guerra. il politicamente corretto è l’ipocrisia del buonismo conformista. Gaber invece è veramente buono e veramente tollerante. La prova: non ha ancora strangolato la moglie Ombretta Colli di Forza Italia.

L’AMORE E IL SESSANTOTTO

Gabriele Albertini
Nelle canzoni di Gaber i sentimenti, così come i difetti umani, sono rappresentati nella loro essenzialità, finendo per apparire, questi ultimi, grotteschi e mostruosi, e i primi scandalosi nella loro assoluta innocenza. L’amore non è dunque dedizione ma pretesa, impulso non passivo ed estetico ma desiderio, li poeta della normalità alla fine si disvela: amore è egoismo.

Gad Lerner
Mi ricordo quando da ragazzini lo inseguivamo per scroccargli il concerto di autofinanziamento politico. Quella volta il biglietto lo si pagava davvero, e volentieri, non solo per saldare i debiti col tipografo della rivista dal titolo rosso, ma perché lui sapeva esercitare l’arte di farci sentire coglioni senza offenderci. Era di sinistra? Mah... Grazie, Giorgio, la tua generazione ha perso ma ti ama. Ci hai aiutato a riconoscere l’inopportunità dell’eskimo senza bisogno di trasferirci a destra; e ad ammirare certe signore che indossano meravigliosamente il reggicalze anche se sono di sinistra.

Francesco Alberoni
Il problema della condizione umana è, come dice Gaber, un essere sospesi sul nulla tra la culla e il cimitero.


POLITICAMENTE? È COME LEOPARDI

Piace a don Giussani ma si scaglia Contro il Giubileo. Ospita nel suo disco le opinioni di Bertinotti ma anche di Albertini. Era di sinistra ma votò per Forza Italia...

di Antonio D’Orrico

Con chi ce l’ha oggi Giorgio Gaber? E a che punto è oggi Giorgio Gaber? E andato avanti? È tornato indietro? È rimasto fermo? Si è spostato di lato? E se sì, si è spostato verso destra o verso sinistra?
Le risposte a queste domande dovrebbero essere nel nuovo disco. Forse la risposta a tante domande è una sola ed è già nel titolo: La mia generazione ha perso. "La mia generazione ha perso" è un verso di una canzone che si intitola “Siamo una razza in estinzione”. La sconfitta di cui parla Gaber ha addirittura un sapore darwiniano. È l’evoluzione delle specie e non la rivoluzione quello che conta veramente. L’antropologia è incomparabilmente più forte e decisiva dell’ideologia. Gaber ci descrive nel disco come obesi, bulimici che consumano ogni cosa, che divorano di tutto: "idee, opinioni, computer, cellulari, dibattiti, canzoni, riforme, parlamenti, film d’azione, libri d’arte, soldi, sentimenti, gruppi finanziari, spot, aiuti umanitari, slogan, vecchie idee, nuovi miti, tutti i bei discorsi dei politici e dei preti". L’obeso, canta Gaber, "è un pachiderma nauseabondo, è il simbolo del mondo". L’obeso, dice Gaber in un verso che è il più bello di tutto il disco (e ce ne sono di belli), "è l’infinito di un Leopardi americano".
L’obeso è l’ultima versione, la più moderna, del conformista, un altro esemplare della fauna gaberiana. Il conformista che non si ricorda più di essere sta-to fascista, ora è orientalista, in passato è stato "un po’ sessantottista”, da qualche tempo è ambientalista e all’epoca, nell’euforia degli Anni Ottanta, si è sentito "come un po’ tutti socialista". Ah, il conformista che è stato pacifista, marxista-leninista, europeista, femminista e, a un certo punto, anche cattocomunista.
Potremmo andare avanti per molto divertendoci a parafrasare Gaber che prende in giro il trasformismo, il voltagabbanismo, le malattie nazionali che nessun vaccino riesce a debellare e che forse, sospetta Gaber, sono sfociate in un altro morbo, il consumismo che dopo le merci, gli oggetti, si è adesso spostato sul piano delle idee, degli at-teggiamenti, dei sentimenti. Si cambia idea come si cambia telefonino.
Su questo sfondo (abbastanza apocalittico) chiedersi se Gaber sia di destra o di sinistra (che è una domanda che si pongono in tanti, uno dei misteri ormai dell’Italia contemporanea) rischia davvero di essere "poco serio", come dice il cantante in un suo celebre pezzo ripresentato anche nel disco ("il culatello è di destra, la mortadella è di sinistra"). Però tutto il disco nuovo è dosato con il bilancino. Ecco che da una parte c’è “La canzone dell’appartenenza” che fa andare in estasi don Giussani (ogni pezzo del cd è accompagnato dal commento di un personaggio famoso). Ma ecco, dall’altra parte, l’invettiva (in stile Cecco Angiolieri) contenuta in “La razza in estinzione”: "E vedo anche una Chiesa che incalza più che mai, io vorrei che sprofondasse con tutti i Papi e i Giubilei". Insomma, Gaber sembra voler far capire che lui non sta né di qua né di là. E appunto, a commentare le sue canzoni, ci sono nel disco personaggi diversissimi: da Bertinotti a don Giussani, da Albertini a Miriam Mafai, da Maltese a Ricci. Tanto che, come ha scritto Gad Lerner sul Corriere, vista "l’incredibile trasversalità dei personaggi" chiamati a commentare le canzoni, dovremmo definire Gaber "un furbo di tre cotte", se non si trattasse di Gaber. Sempre lui, e sempre a Lerner, ha poi detto che finalmente alle prossime elezioni potrà tor-nare ad astenersi perché sua moglie (Forza Italia) non è candidata, ingenerando il terribile sospetto che anche lui (proprio lui) si sia ormai iscritto al più potente ed eterno dei partiti italiani (quello che ha un programma che si riassume in una sola frase: tengo famiglia).
Alla fine, viene da pensare che Gaber ormai sia su posizioni che ricordano quelle di Giacomo Leopardi, il Leopardi italiano e non quello americano, naturalmente. Quello che non credeva alle sorti magnifiche e progressive, quello dell’infinito silenzio, quello che faceva domande alla luna. E, a proposito di domande, Giacomo Leopardi era di destra o di sinistra?

LA BALLATA DEL PCI

Fausto Bertinotti
Ci deve essere una ragione se, passati dieci anni da quel dannato scioglimento del Pci, la sua mancanza, il vuoto di quello che Pier Paolo Pasolini chiamò un paese nel paese, ci viene rappresentato in una ballata di Gaber piuttosto che in un libro di storia o in una storia politica. Forse, l’arte, l’immaginazione possono vestire il lutto, quando ancora esso non è elaborato, più della dottrina. O, forse, una nostalgia struggente prende una forma poetica perché solo così può rinviare di nuovo a un sogno che (ancora) non ha preso il corpo di una storia futura.


segue l'articolo: "POLITICAMENTE? È COME LEOPARDI" di Antonio D’Orrico


 


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