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Dettaglio articolo/intervista

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Una generazione di sconfitti che sbanca le classifiche

di Stefano Salis


 

Nel mondo della canzone, la figura di Giorgio Gaber è certamente un’eccezione. Di quelle buone, di lui capisci subito che non è eccentrico per barare, per avere più luce. Al contrario. Figura unica nel panorama italiano, Gaber ha inventato il teatro-canzone, rinunciando all’incisione dei dischi da immettere sul mercato ma vendendoli direttamente ai suoi spettacoli (scritti sempre con l’amico Sandro Luporini). Da qualche settimana è però accaduto un fatto strano: che, quasi per incanto, il Signor G. fa finalmente un cd (dopo 30 anni!) e balza in testa alle classifiche di vendita. Un successo inaspettato e imprevedibile, che forse dice qualcosa anche della maturità degli ascoltatori. Forse. Certo 74mila copie de “La mia generazione ha perso” non erano nelle previsioni più rosee della casa discografica che ha scommesso su Gaber, la Warner.
E oggi Gaber si è inventato un'altra cosa anomala. Una serie di incontri nelle università, a cominciare dalla prestigiosa e compassata Bocconi di Milano. Interviste con gli studenti e canzoni: ancora una volta un modo di sorprendere e comunicare del tutto particolare. Lo abbiamo incontrato al termine dell’incontro con gli studenti bocconiani: un bagno di folla e un tripudio di applausi per questo signore della canzone, appesantito solo un poco da un malore ad una gamba, ma in forma smagliante per vitalità e voglia di parlare, nel suo completo nero.

PARTIAMO DALL’INIZIO. COME SUCCESSE CHE IL SIGNOR G, ALL’APICE DEL SUCCESSO TELEVISIVO DECISE DI INTERROMPERE IL SUO RAPPORTO CON IL MEZZO CHE PIÙ DI OGNI ALTRO LO AVREBBE LANCIATO NEL MONDO DELLO SHOW?
Nei primi anni ‘70 decisi, quasi spontaneamente, di abbandonare la tv. Ebbi due occasioni che mi fecero decidere: una proposta di un recital al Piccolo Teatro di Milano nel quale mi potevo esibire come Jacques Brel (uno dei miei grandi maestri e idoli) e poi una tournée di circa un anno con Mina. Non fu né un sacrificio, né una scelta ideologica: semplicemente avevo il godimento di potere andare su un palcoscenico ed esprimere il mio pensiero. Mi rendo conto che non capita spesso in Italia, forse solo io, Moretti e pochi altri ci permettiamo il lusso di farlo. È vero che il teatro ha altri ritmi: è quasi una punizione. Devi comprare il biglietto, arrivarci, trovare parcheggio; la Tv ha un’altra diffusione, vuoi mettere? Ti siedi lì ed è tutto bell’e pronto.

E IL SUCCESSO DI OGGI COME SE LO SPIEGA?
Quando ho deciso di fare il disco non avrei certo mai pensato di arrivare in classifica. Mi interessava tornare a proporre delle cose mie e di Sandro Luporini che attraverso il circuito del teatro forse avevano avuto una circolazione inferiore a quella che meritavano. Mi sento in debito con certe mie canzoni: avrebbero meritato di più di quello che ho fatto per farle conoscere. E poi è un disco che mi rappresenta, il titolo mi piaceva… Incidere un cd è stato completamente diverso da fare i dischi come li si faceva prima. Ma mi piace, a volte addirittura mi riascolto: non è mica normale per uno che da 40 anni è abituato a sentirsi continuamente in cuffia. In generale non seguo molto la musica leggera. Però guardando questa classifica con Vasco (50 anni), Battiato (56), io (61), Adriano (63) e Mina che ne ha qualcuno di meno, mi viene da dire che la nostra generazione ha perso ma i dischi li sa vendere…

EPPURE IL TITOLO È MOLTO SIGNIFICATIVO E INDIRIZZA GIÀ L’ASCOLTATORE. È UNA PROVOCAZIONE FORTE O UN DATO DI FATTO?
Sì, io penso, onestamente, che la mia generazione abbia perso. E non ce ne possiamo tirare fuori, nessuno. Non è che si può dire: sì ma io ho fatto, ho detto, ero contro. No! Siamo tutti corresponsabili. I nostri genitori ci avevano lasciato un mondo pieno di possibilità di azione e noi, ingenuamente, ci siamo anche impegnati a cambiarlo: dai risultati non mi sembra che ci siamo riusciti e ai giovani non lasciamo granché, se non la nostra confusione e inadeguatezza. Su Novi Ligure, sulle suore che vengono sparate nei conventi, sull’uranio impoverito: cosa possiamo dire? Non si capisce nulla. Oh, non che i giovani non abbiano anche loro le loro belle responsabilità. Ma oggi manca, secondo me, la possibilità di un progresso individuale. Ma non ho nulla da insegnare. Certo sarebbe bello raccontare agli studenti delle cose concrete ma in questo momento quello che posso offrire è solo la confusione di vivere in un mondo nel quale è molto difficile capirci qualche cosa. È un mondo che si è sviluppato e ha progredito, ma ad un certo punto, come diceva Pasolini, il progresso è venuto a mancare. Siamo tutti affascinati dalle tecnologie, dai nuovi mezzi di comunicazione ma non sappiamo bene a cosa andiamo incontro. E poi la new economy, il popolo di Seattle, c’è veramente molta confusione. E il livello di coscienza non è mai stato così basso; il mercato ha ormai stravinto, si parla di consumatori, infatti, non di cittadini.

TRA I TITOLI C'È “DESTRA-SINISTRA”: LE SEMBRA DI AVERE DETTO O FATTO UN DISCO DI SINISTRA?
Sono di sinistra, non della sinistra. Ad essere di destra non ce la faccio proprio fisicamente, ma quelli della sinistra quanto mi fanno incazzare. E poi mi fanno tutti un culo così perché sopporto mia moglie Ombretta Colli che è di Forza Italia. Comunque alle prossime elezioni non si ripresenta, dunque tornerò al mio sano astensionismo. Mi danno spesso del qualunquista, ma non mi arrabbio. Lo fanno da quando ero piccolo. Sono sempre stato, mi pare un intellettuale poco organico, e poi la politica oggi si occupa così poco della povertà di visione del mondo che c’è in giro. Ho conosciuto Bertinotti, una volta a un mio spettacolo. Cantavo “Qualcuno era comunista”: vidi questo signore in piedi, commosso. Anche se con lui non sono d’accordo su molte cose, e glielo dico. E gli intellettuali sono assenti, completamente.

MANCANO INVECE TITOLI STORICI COME “IO SE FOSSI DIO” CHE ATTRAVERSÒ VICENDE ANCHE DI CENSURA…
Certe canzoni non le canto più perché ti accorgi, quando sei sul palco che se non sei incazzato al punto giusto ti sembra di mentire al pubblico e a te stesso. Così “Io se fossi Dio” l’ho ripresa nel 1992, anche cambiando testo, ma dopo poche volte mi sentivo formale, meno vivo, l’ho abbandonata. Ma di canzoni incazzate ne ho ancora parecchie, come quella che dà il titolo al disco.

ESISTE, SECONDO LEI, UNA LOBBY DEL ‘68?
No, questo, no. Una lobby dei sessantottini non mi sembra di vederla. Certo c’è chi nella vita è riuscito, chi ha fatto carriera. Ma quella generazione è finita anche in storie di emarginazione, sconfitta, fallimento.

ORA CHE HA TUTTO QUESTO SUCCESSO, NON CREDE CHE SAREBBE STATO MEGLIO TORNARE A INCIDERE PRIMA?
Ho fatto per 30 anni spettacoli poco concilianti, picchiavo duro, non sono stato consolatorio. Parlavo di morte, di pazzia… Ma non per fare del catastrofismo: ammettere le proprie colpe e le proprie responsabilità è già proporre uno sviluppo diverso. E avevo i teatri sempre esauriti. Oggi il successo che sta registrando il mio disco e con tutto questo gran casino che si fa intorno a me – e che sicuramente è esagerato anche se mi lusinga – penso che sì, forse ho sbagliato a non uscire allo scoperto prima. Un po’ mi sono pentito, scusatemi, ma non succederà più.



 


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