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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Interviste 2000



Tracce - - Maggio 2001


Provaci ancora, Giorgio

di Massimo Bernardini

Intervista a... Giorgio Gaber
 

Che cosa strana Giorgio Gaber con un nuovo disco (“La mia generazione ha perso”), assediato dai giornali, intervistato ai tg, star su Rai uno per una notte con quel matto di Celentano, perfino ritornato in hit parade. Come se quelle 12 canzoni, dopo tanti dischi-testimonianza live dai suoi spettacoli teatrali, fossero a sessant’anni la fine di un esilio, per dorato e di successo che fosse. E oggi ce lo ritrovassimo accanto più arrivabile e diretto. Le parole poi, dedicategli a sorpresa nel disco (non l’ha saputo se non dalle prove di stampa della copertina del cd) da gente come Mina, Alberoni, Antonio Ricci, De Bortoli, Lerner, Albertini, persino Fausto Bertinotti. E, sorpresa fra le sorprese, quelle di don Giussani, che per primo aveva sorpreso il nostro citando, del cantante attore milanese, la sua straordinaria Canzone dell’appartenenza agli Esercizi Spirituali della Fraternità. “L’appartenenza è avere gli altri dentro di sé. Che suggestione – recita un frammento del fondatore di Cl nel disco – in queste parole di Giorgio Gaber! In un popolo sempre il genio illumina aspetti dell’esistenza, assicurando a tutti e a ciascuno una più matura coscienza delle evidenze e delle esigenze elementari del cuore. L’appartenenza è un’evidenza naturale: se l’uomo non appartenesse a niente, sarebbe niente. Essa implica naturalmente il fatto che un io, che non c’era, adesso c’è. L’uomo non c’era, dunque è stato fatto da un Altro, così come il cosmo”.

GABER, CHE EFFETTO LE FA LA PRESENZA DI UNO SCRITTO DI GIUSSANI NEL SUO DISCO (UNICO DEGLI OSPITI, FRA L’ALTRO, A CONCLUDERLO CON UN GRAZIE)?
C’è qualcosa dentro di talmente impegnativo da farmi avvertire uno scarto, quasi un lieve imbarazzo. Ma la stima nei suoi confronti è grande: sono molto onorato di questa attenzione nei miei confronti (anche se lui, sbagliando, insiste a dire che a sentirsi onorato è lui). Avverto nel suo sentire forti punti di contatto, come se la mia fede laica derivasse da quel nocciolo di fede cristiana. Don Giussani porta l’idea dell’appartenenza in una zona che mi… appartiene, che sento mia. E poi mi piace perché è una persona così riservata, così assente dal pubblico chiacchiericcio anche di certi suoi noti colleghi. E indubbiamente mi ha colpito il suo grazie finale: un segnale che fa parte della sua discrezione, del suo essere fuori dei giochi.

LA MIA GENERAZIONE HA PERSO È STATO AVVERTITO DA MOLTI COME UN GIUDIZIO IMPLACABILE SULL’ITALIA DEL 2001. CHE EFFETTO LE FA OGGI IL NOSTRO PAESE?
Più tristezza che orrore. Il mondo occidentale in generale mi suscita orrore, l’Italia invece mi suscita tristezza. La sento travolta da un’inarrestabile decadenza. Le faccio un esempio attraverso la televisione. Ho contribuito alla prima fase della tv italiana: noi che la facevamo eravamo sorpresi e intimiditi dalla forza del mezzo (in 45 secondi diventavi qualcuno in tutto il Paese). La sorpresa era nell’effetto unificante, la Tv era un luogo che intimoriva all’interno e suscitava entusiasmi all’esterno. Adesso è tutto alla rovescia: sono allegri quelli che la fanno e annoiati quelli che la vedono. Quanto poi al tema de La mia generazione ha perso, è stato certamente giusto lottare per una consapevolezza nuova, ma poco alla volta ci siamo accorti che qualcosa si rompeva, che il nostro era sempre più uno "sviluppo senza progresso", come avvertì Pasolini. L’individuo è ormai travolto dal mercato e dal consumo, non abbiamo saputo dare un senso al superfluo. Ci siamo allontanati da chi lo subiva lasciando che corrompesse il popolo. Il difficile dopoguerra dei nostri genitori ci aveva messo davanti un mondo in cui avanzare verso il meglio; noi invece lasceremo ai nostri figli solo incertezza sul futuro. Oggi si fa un gran dire: i genitori devono parlare coi figli. Sì, ma di cosa, se non hanno più niente da dire? In questo senso la nostra generazione ha perso, è passata dall’opposizione ai padri autoritari al nostro niente, a una autorevolezza mancata. Vengo dalla guerra, da una città distrutta: noi avevamo davanti un mondo tutto ancora da conquistare. Nei ragazzi di oggi, invece, sento il rischio della mancanza di un futuro da conquistare, che li fa oscillare fra il velleitarismo e la depressione.

NEL DISCO C’È UNA CANZONE MOLTO INTENSA CHE MI PARE CONTENGA ANCHE UN RIFERIMENTO AUTOBIOGRAFICO, O ALMENO GENERAZIONALE, QUANDO SARÒ CAPACE DI AMARE. LEI, DOPO TRENTASEI ANNI DI MATRIMONIO, CI È RIUSCITO?
No, non sono riuscito a imparare. Con Ombretta, mia moglie, c’è un grande patto, un noi molto presente per cui abbiamo molto resistito, senza che mai abbia prevalso l’idea di dividersi. Anche nei momenti difficili è come se avessi sempre pensato che quella era la mia vita, una scelta definitiva. Non c’era il poi vediamo come va, mi è sempre sembrato per sempre.

NEL 1965 VI SIETE SPOSATI IN CHIESA.
Perché era una festa, mentre quello in Comune era una sorta di contratto patrimoniale di fronte allo Stato: mi sarebbe sembrato volgare. Invece il matrimonio in chiesa era un rito antico che forse veniva prima del cattolicesimo, ma comunque era il Sacro. Un punto di partenza che affermasse che l’importante per una coppia è dedicare la propria vita all’altro: a che serve conquistare il mondo, se non hai qualcuno a cui dedicarlo? Forse l’avventura non ci è riuscita completamente, ma il desiderio c’è ancora. A volte ci siamo battuti in maniera solitaria, ma abbiamo mantenuto questo legame che viene da una tradizione antica.

HA FATTO RUMORE UN VERSO SUO E DI LUPORINI NE LA MIA GENERAZIONE HA PERSO, IN CUI AUSPICHERESTE CHE “UNA CHIESA CHE INCALZA PIÙ CHE MAI… SPROFONDASSE CON TUTTI I PAPI E I GIUBILEI”.
Io, credente profondamente laico, sento in questo continuo allargarsi sulla scena solo un fenomeno di massa. La Chiesa è una cosa sacra, non può intervenire nel dibattito come fosse Mediaset o la Rai. Per questo sento che oggi quelli che stimo dentro la Chiesa devono fare molti sacrifici.

A METÀ AGOSTO TORNERÀ PER LA TERZA VOLTA AL MEETING DI RIMINI. COSA VUOL DIRE INCONTRARE QUEL POPOLO?
Mi sono trovato bene. Non ho capito bene perché, ma mi sono trovato bene. Hanno cominciato con Io se fossi Dio: ma come, ho pensato, io sparo a zero contro un certo mondo e questi che ne provengono mi vengono a cercare? E poi ragazzini così giovani che vanno dietro a domande così drammatiche? Così è cominciata. Ma quello che non è mai finito è stata la voglia di parlare: sono gente che ha voglia di parlare del mondo, della vita. Per questo mi viene da dire che sono bravi. In fondo ne so poco, ma per me, laico, la cosa pazzesca è constatare che dove si accettano ancora i dogmi si vuole parlare del mondo e della vita, mentre là dove non si accetta più nessun dogma, e dunque apparentemente si dovrebbe essere più liberi, non si ha più voglia di parlare di niente. Passano per integralisti? A me personalmente non risulta. Non so nulla di Compagnia delle Opere ed affini, ma da laico sento che il mondo di Cl mi ha sempre accettato. In giro sento parlare di una specie di spirito di setta: per quello che ho incontrato io è esattamente il contrario.



 


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