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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Articoli 2000



La Repubblica - (pag.33) - 09/04/2001


LA RABBIA che ci aiuta A VIVERE

di Gino Castaldo


 

Manca qualche giorno all’uscita del disco di Giorgio Gaber, e già se ne parla come di una enciclica laica, un amaro bilancio dei nostri tempi, così allegri, in realtà così svuotati di senso, e dei passati decenni di battaglie esistenziali e politiche.

Il titolo, La mia generazione ha perso, non diminuisce questa sensazione. Anzi. E tantomeno l’allontana il fatto che a commentare ogni canzone, nel libretto del disco, ci sarà un breve testo firmato da personaggi scelti con un raggio di ampiezza enorme che va da Don Luigi Giussani a Fausto Bertinotti, da Mina a Francesco Alberoni.
Anche le parole di queste canzoni, che giorno dopo giorno stanno trapelando come fossero stille di sangue di una sindone apocrifa, aumentano il disagio. Sono parole pesanti, scudisciate, strappi dell’anima che lasceranno un segno in chi è ancora disposto ad ascoltare, e non ha messo da parte Gaber per l’ambiguità che molti hanno letto nelle dichiarazioni che ha rilasciato negli ultimi anni.
I toni oscillano dalla rabbia, espressa come tale, quasi come ruggiti di un vecchio leone che non vuole più mediare, che se la prende col conformismo, con i giubilei, coi nuovi intellettuali, col vuoto tragicomico trasmesso dai media, fino all’ironia, ovviamente immarcescibile, legata a Gaber come un codice genetico insopprimibile. Quasi a contrasto, in altre parole emerge invece un dolore da elegia, testi che, scritti da un uomo della sua età, lasciano una forte scia di amarezza, come in Quando sarò capace di amare ("Quando sarò capace di amare, farò l'amore come mi viene, senza la smania di dimostrare") o L’appartenenza ("Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi"), parole che in fondo mostrano un sincero rimpianto per qualcosa che poteva succedere all’umanità, ma non è successa. Come dire, le cose non sono andate come pensavamo, cerchiamo almeno di non perdere la capacità di raccontarlo.
Sembra di ascoltare l’ultimo dei liberi pensatori, o semplicemente l’ultimo dei liberi, più arrabbiato di com’era un tempo, più deluso, più innamorato di un tempo della bellezza che ci stiamo lasciando scappare alle mani.



 


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