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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Interviste 2000



Re Nudo - N. 38 (pag.10) - Marzo 2000
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Se ci fosse di nuovo l’uomo

di Antonio Priolo

“Ci sono dei periodi, dall’umanesimo alla rivoluzione francese, in cui l’uomo ridiventa protagonista della storia: e questo è un momento in cui si sente il bisogno di questa centralità”. Colloquio con Giorgio Gaber di Antonio Priolo
 

L’ultimo incontro con Giorgio Gaber risaliva a due anni addietro: un’intervista complessa, della complessità che Giorgio incarna e che ha interpretato da testimone della società della transizione, del passaggio. In questo colloquio più che volteggiare su scenari supremi parliamo di uomini, inquietudini, solitudini. Ancor più che nel precedente spettacolo, ma chiaramente nella scansione del pensiero dell’uomo, Gaber analizza con lucidità ormai spietata ma lasciandosi coinvolgere con delicata emozione, da individuo della crisi e della grandiosa drammaticità della storia.
Mi si prospetta, dopo l’incontro, una questione importante. Lasciarsi tentare dall’impudicizia e palesare a Giorgio una richiesta “Caro Giorgio, abbiamo quasi l’urgenza di conoscere come, nel tuo DOVE più lontano e personale, le tue risorse umane, artistiche, anche civili, maturano e ci danno il segno di una crisi (trasformazione), e confrontarci su questo. Questa è una condivisione che ci sentiamo di accogliere mettendo in gioco il nostro pensiero”. Oppure non chiedere nulla, per pudore e cortesia, per il rispetto dovuto a chi è profondamente deluso del mondo e del suo ruolo in esso.
Entrambe le cose hanno un senso. Ma francamente, lo sai, Giorgio, propendiamo per l’impudicizia. Disponiamoci dunque all’apertura, perché ci possa cogliere lo stupore che oggi sembra mancare; per ritrovare il sogno e popolare, insieme, lo spazio vuoto i cui contorni sono già nel nostro pensiero e nel nostro sentimento.

QUAL È OGGI LA CIFRA DELLA TUA RICERCA MUSICALE? MI PARE CHE DOVE PREVALE IL LINGUAGGIO DELLA PAROLA LA MUSICA VENGA MESSA UN PO’ DA PARTE. LA CURI MENO DI UNA VOLTA?
Questo può darsi, io non me ne sono accorto, anzi mi sembra che l’innesto di questo nuovo musicista abbia dato buoni stimoli per gli arrangiamenti del nuovo spettacolo. Può darsi che tu abbia ragione: ogni punto nasce da un’idea di "testo" la musica diventa complementare, però non mi sembra che quest’anno abbiamo trascurato le musiche. Se ciò è avvenuto è stato inconsapevole. Non c’è stata una scelta precisa, anzi, ci sono delle cose musicali un po’ più preziose rispetto agli anni passati; uno che ascolta lo spettacolo, probabilmente, nel contesto generale se ne accorge di meno, trova la recitazione sia nelle canzoni che nei monologhi. Quindi credo che la tua osservazione possa essere giusta ma non mi corrisponde.

MA COSA TI PIACE DELLA MUSICA DI OGGI, COSA SENTI?
Mah, io sono arrivato ad un livello di assenza quasi totale: ascolto poco, leggo poco, non mi entusiasmo quasi per nulla, per cui sono molto chiuso. I miei riferimenti musicali sono stati nel passato sicuramente più numerosi, attualmente non mi rifaccio a nulla; sento poche cose e poche cose mi stimolano, per cui è difficile trovare dei modelli di riferimento, non ci sono.

NEI TUOI SPETTACOLI HAI CANCELLATO, ANCHE DAI BIS, BUONA PARTE DELLA TUA PRODUZIONE DEGLI ANNI 80 E DI PARTE DEGLI ANNI 90...
Soprattutto anni 70...

GLI ANNI DELLE CANZONI COME PRESSIONE BASSA O ANNI AFFOLLATI NON CI SONO PIÙ. C’ERANO STORIE BELLISSIME, INTENSISSIME. COME MAI? SI TRATTA DI UNA RIMOZIONE?
Il bis è un momento particolare in cui non ho voglia di reinserirmi in uno stato psicologico di particolare impegno, che costituirebbe per il pubblico un’attenzione ulteriore, e quindi faccio dei bis poco impegnativi e molto rilassanti. Però sento questa mancanza, quella che tu hai... Che non è tanto risolvibile con dei bis: sento di aver scritto cose che mi piacciono molto e che non canto, cose che magari hai fatto per un paio d’anni e che poi, presi da un discorso d’innovazione costante sui testi e sullo spettacolo, vengono abbandonate, quasi buttate via. Mi verrebbe voglia ogni tanto, ma questa di solito è una scadenza decennale, va fatta una retrospettiva.

CONTINUARE AD “ESSERE POLITICI”, IN QUALSIASI AZIONE E IN QUALSIASI MOMENTO, È UN DOVERE PER L’UOMO CHE VUOI VIVERE CON GLI UOMINI: SEMBRA UN MANIFESTO VERAMENTE AUTENTICO ED ALTO. VEDI DEGLI SPIRAGLI?
Noi abbiamo sempre pensato (e quando dico noi non è un maiestatis [ride, n.d.r.], intendo io con Luporini naturalmente) che la politica non passasse solo dal partitismo, ma che fosse un modo di comportarsi; questo l’abbiamo pensato da sempre e forse mai così chiaramente l’abbiamo espresso in uno spettacolo; io credo che la politica sia nei gesti quotidiani e quindi l’importante sarebbe continuare ad ESSERE POLITICI.
Molta gente pensa che ci sia una specie di divisione tra la vita e la politica, mentre io penso che i due piani debbano per forza coincidere, guai se rimangono divisi! Si dice "ma io non ci credo più alla politica, per cui che faccio?".
Vivi! Cerca di vivere politicamente in modo corretto, in modo da essere soddisfatto di te stesso, sarebbe già un buon punto di partenza.

IL TUO PERSONAGGIO VIENE CONSIDERATO UN PERSONAGGIO TRAGICO, ANCHE CON UNA SUA NOBILTÀ. TI RITROVI IN QUESTA DEFINIZIONE? TI DISPIACE?
Sì. Una delle funzioni che ci poniamo quando scriviamo è quella di smascherare, cioè quella di portare ad un livello cosciente ciò che le persone hanno dentro in modo confuso; quindi spesse volte ci troviamo ad indicare pericoli incombenti. Questo aspetto fa sì che gli spettacoli spesso abbiano un segno apparentemente negativo: io non sono di questa idea, in genere, sono molto nemico dell’ambiguità, mentre è positiva la consapevolezza anche di ciò che è sgradevole o fortemente negativo. In tal senso lo spettacolo sembrerebbe tragico: quando io racconto la storia del nonno probabilmente faccio un pezzo drammatico, però mi sembra che la gente faccia finta di non sapere che la vecchiaia è quella cosa lì, è meglio saperlo, meglio che ci si prepari ad affrontarla... il futuro di Valentina ha questi pericoli e allora tu in qualche modo li smascheri: ti viene voglia di dirlo per rendere queste cose più vicine alla sensibilità di chi viene a teatro. Questa operazione di smascheramento può alle volte apparire molto tragica.

IL TUO GROSSO TIMORE MI SEMBRA QUELLA CHE TU POSSA DIVENIRE UN TESTIMONE PASSIVO DEL TUO TEMPO, COME UOMO OLTRE CHE COME ARTISTA..
Come persona in questo momento sono un po’ ossessionato da una frase che nella mia vita ho sempre cercato di evitare: “poi vedremo”; il mondo in questo momento è tutto un “poi vedremo”. Cosa succederà della biotecnologia? “Poi vedremo”. Cosa succederà dell’ambiente? “Poi vedremo”. Cosa succederà dell’immigrazione? “Poi vedremo”. Cosa succederà della disoccupazione? “Poi vedremo”. Non esiste nessuna soluzione a nulla, e questa aspettativa, totalmente passiva, mi provoca un forte senso ansiogeno. Mi sembra che si vada avanti non pensando a quello che ci aspetta, si va avanti alla giornata... La sanità non funziona, poi vedremo; i trasporti non funzionano, poi vedremo; ma vedremo cosa? [Ride, n.d.r.].

QUESTO ARGOMENTO DELLE BIOTECNOLOGIE: NON CORRI IL PERICOLO DI ESSERE CONSIDERATO UN ANTIMODERNO, NON LA TROVI UNA CHIUSURA A NUOVI LINGUAGGI?
Può darsi che così venga presa, non lo è; è la paura di un cambiamento molto forte che io devo avere in quanto uomo del novecento, non sono un uomo del duemila. La maggior parte della mia vita è stata nel novecento e questi frammenti che mi rimangono nel duemila mi pongono di fronte a prospettive di cambiamento preoccupanti; io dichiaro queste mie preoccupazioni e mi auguro che verranno superate in modo positivo. La ricerca che si è sviluppata in questi anni è in sé un termine positivo, nella prassi come mercato globale è molto pericolosa.

“TUTTO QUEL CHE ACCADE FA PARTE DELLA VITA”, SEMBRA UNA RISPOSTA QUASI DISTACCATA ALLE TRAGEDIE, AGLI ORRORI. O È RASSEGNATA?
No, diciamo che è anche una risposta a me stesso. Credo che in qualsiasi epoca gli uomini abbiano pensato che la loro epoca fosse tragica, unica nella sua tragedia. “Tutto ciò fa parte della vita” vuol dire che noi dobbiamo abituarci a convivere con queste cose perché fanno parte della vita e fanno parte della storia. L’idea di pensare che solo quest’epoca sia un’epoca di tragedia vuol dire guardarsi dietro con estrema indulgenza. Non pensare alle guerre, alle stragi e a quant’altro avvenuto nel periodo precedente al nostro falsa la prospettiva. Questo nostro periodo non è peggiore di altri, la vita ci porta a queste situazioni che bisognerebbe guardare con maggior distacco ma non con minor partecipazione, con uno sguardo un po’ più elevato, non così morbosamente sofferente nel senso dell’oggi. Questo è sicuramente un periodo particolare, come sono particolari tutti i periodi: lo stravolgimento della tecnologia e della biotecnologia ci porterà di fronte a cambiamenti molto rapidi, questa è la novità vera del nostro tempo che potrebbe turbare i nostri sonni. Molte cose anche se non le abbiamo vissute le conosciamo. Queste non le conosciamo proprio, e ci troveranno molto impreparati.

DA COSA NASCE QUESTA NUOVA, FORTE ATTENZIONE VERSO L’INFANZIA E VERSO L’IPOCRISIA CHE LA CIRCONDA E LA COPRE?
In Che bella gente faccio un’analisi della gente, di un mondo che fino ad un certo punto mi sembrava migliore e che da un certo punto mi sembrava involuto in una specie di crisi continua. Allora mi sono chiesto, “Dove comincia questa degradazione?”. È interessante capire da che parte arriviamo, e poi ho anche due nipotini [ride, n.d.r.]… Questo non è escluso che mi abbia influenzato; Luporini ha una figlia, quindi questo discorso sui bimbi ci ha sicuramente coinvolto di più. Io ho notato che alcuni sistemi educativi sono stati fallimentari e lo sono ancora; ho notato ancora che per l’educazione che noi abbiamo giustamente rifiutato… [pausa, n.d.r.]… I bambini dei cattolici sono meglio.

SONO MEGLIO?
Sì, sono meglio e questo mi preoccupa [ride, n.d.r.]; sono meglio perché sono più interessati, è più facile per un cattolico educare. Loro dicono: “ti dico questo ma non per me, ci sono delle ragioni generali, totali, oggettive”… quindi l’educatore cattolico è aiutato. Invece [ride, n.d.r.] l’educatore laico deve dire “te lo dico io, devi credere a me”, e l’autorevolezza viene a mancare. Questa è una scoperta dolorosa ma che io ho fatto e credo che sia vera; credo che abbiamo buttato via un sistema educativo che era da buttare, ci mancherebbe altro, ma ne abbiamo perso anche le caratteristiche positive e, al posto dell’autoritarismo forse cattolico, forse antico, abbiamo sostituito il nulla, non siamo stati capaci di trasformare l’autoritarismo in autorevolezza, per cui siamo genitori abbastanza inconsistenti. Questa inconsistenza credo che porti a una mancanza di riferimenti precisi nei giovani e questa mi sembra la colpa di una generazione che si riflette sui figli, sono le colpe dei padri che ricadono sui figli. Quindi, a parte l’osservazione dei cattolici che può essere un’osservazione buffa, due cose sono avvenute: l’abbandono di un’educazione cattolica e la nascita di un’educazione permissiva, e questo è stato un danno per i figli, penso sia stato un modo per togliergli qualsiasi sicurezza.

TU COME ARTISTA, COME TESTIMONE DEL TUO TEMPO, HAI VISTO, TRA I TUOI SPETTATORI, UN SUCCEDERSI DI GENERAZIONI, E I TUOI SPETTACOLI SONO PIENI DI RAGAZZI. COSA PENSI DI SUSCITARE? PER LORO, IN QUALCHE MODO, SEI ANCHE UNA GUIDA…
Il fatto che ai miei spettacoli vengano ancora molti ragazzi è quasi incredibile; da una parte è molto lusinghiero perché il linguaggio è molto attuale, ma io non mi sento la responsabilità di ciò, io scrivo quello che mi viene e se a qualcuno interessa sono felice, ma non mi domando se gli sarà utile o meno. Per cui non mi sento una guida, ma credo che il fatto che vengano a vedere i miei spettacoli, lo dico molto modestamente, sia un segno molto particolare ma positivo perché al di là del valore dello spettacolo comunque si aprono delle problematiche a cui loro, i ragazzi, sono interessati. D’altronde so benissimo che i giovani che vengono a vedere il mio spettacolo sono una minoranza rispetto ad altri giovani che hanno altri tipi di consumi, e questo non mi rende ottimista.

TI SENTI VERAMENTE MOTIVATO A CERCARE UNA SPAZIO VUOTO DA POPOLARE DI ANIME GIOIOSE [RIDE, N.D.R]... O SI TRATTA DI UN ESCAMOTAGE ARTISTICO?
No, è una considerazione che viene dalla sensazione che nella storia, quando si è arrivati a periodi in cui l’uomo non era protagonista, l’umanità ha dovuto operare questo riscatto, ha dovuto ridare all’uomo un rango centrale. In questo momento mi sembra che l’essere umano questo ruolo centrale non ce l’abbia; mi sembra che ci sia una specie di percorso stabilito in cui nessuno sceglie il proprio destino ma viene costretto da un modo di vivere ad andare per strade già segnate. Penso che nella storia questo sia successo diverse volte ed è allora che è tornata l’idea dell’uomo, la religione ha addirittura creato un dio-uomo per dare una centralità alla figura dell’uomo. Poi ci sono dei periodi, dall’Umanesimo alla Rivoluzione francese, in cui l’uomo ridiventa protagonista della storia; e questo è un momento in cui si sente molto il bisogno di questa centralità. Sono partito da questa osservazione e poi, scrivendo, sono venuti fuori questa specie di comandamenti laici su un possibile futuro, che per me hanno una certa forza emotiva perché toccano dei temi che ci riguardano profondamente. In ogni frase esiste il desiderio di un riscatto dell’uomo; riuscire a parlare in positivo è molto difficile, e questo è stato un modo per farlo.

CI SONO DEI CANALI, DEGLI SPIRAGLI PER ARRIVARCI?
Apro una finestra, non vedo proprio una strada, una finestra positiva sul futuro, non di più.

MARTIN L. KING HA FATTO UN BELLISSIMO SOGNO; QUAL È IL TUO PER IL FUTURO?
Io penso che in questo momento la politica non può cambiare le cose, e se dei cambiamenti ci saranno, saranno provocati da movimenti spontanei non legati a giochi politici e a giochi di potere. lo scrivo queste cose, le scrivo a rate, le metto insieme e sento che sono sempre meno attratto dalla polemica col contingente, come se fossi stanco di aprire delle contrapposizioni con ciò che non funziona, perché non funziona niente. Non avrei più la carica per scrivere un nuovo lo se fossi Dio, non ce la farei.

MA IL TUO LAVORO RIESCE ANCORA A DARTI ENTUSIASMO, HAI VAGLIA DI FARLO?
È molto importante stare bene fisicamente, questo è un lavoro in cui la salute conta. Quando noi abbiamo fatto delle piccole scoperte abbiamo la voglia di condividerle, e mi emoziona molto il fatto di poterle dire. Ma non sempre si riesce a dirle con la forza e la capacità che hai, almeno sulla carta. Quando penso ad esempio alla famiglia, alle dinamiche così forti che ci sono all’interno di una famiglia dove si nasce, si cresce, si vive, dove tutto sembra racchiuso nel nucleo, mi vien voglia di fare una canzone sulla famiglia tirandole fuori: e poi magari viene fuori una canzone forse troppo leggerina. Avrei voluto fosse una canzone ancor più lacerante, più cattiva; allora ti chiedi: “Forse non sono tanto riuscito perché il segno che la famiglia ti lascia è una ferita che ti dura per tutta la vita, quello si sente”. Ecco, mi interessa questo tema e sento il bisogno di affrontarlo, magari non mi viene proprio come avrei voluto e allora ci si ripensa, forse si potrebbe prendere da un’altra angolazione perché forse siamo stati troppo leggeri, sì, l’abbiamo detto che la famiglia ti lascia un segno per tutta la vita ma forse non è sufficiente e forse bisognerebbe... Ecco, questi sono i nostri percorsi.

SENTI OGGI DI AVERE DEI PUNTI DI RIFERIMENTO IMPORTANTI NEL PANORAMA FILOSOFICO, INTELLETTUALE, O ALTRO?
Questa è una domanda vera. Mi mancano i maestri, ho questa mancanza, a parte qualche frase presa da qualche libro, qualche passo; perché non ho dei modelli veri che mi sarebbero utili [ride, n.d.r.]; sì, mi mancano i maestri.

E COME CI SI SENTE?
Ci si sente un po’ soli, isolati; quando senti qualcuno che dice qualcosa che assomiglia alla tua dici "mamma mia!", allora c’è qualcuno che la pensa un po’ come me. Ma questo succede sempre più di rado. Noi non ci siamo mai sentiti produttori di cultura, siamo sempre stati dei mediatori; il teatro ha mille compromissioni, non è un’arte pura ma un’arte composita. Bisogna considerare quanto vale il modo in cui si dicono le cose, quanto vale la capacità di comunicazione, quanto vale il testo, i concetti che vengono espressi; è molto difficile frammentare tutte queste cose. Noi non ci siamo mai sentiti dei maestri, ci vogliono i maestri, saremmo molto contenti di averli. Ultimamente siamo un po’ isolati, soli, e questo ci addolora molto. Spesse volte con Luporini ci diciamo: “Ma non saremo mica depressi; sì, forse siamo depressi” [ride, n.d.r.]. È stato uno degli ultimi discorsi: “lo mi sento un po’ depresso”, e Luporini mi ha detto “Anch’io”. Forse ci sta capitando qualche cosa di grave, perché quando non ti interessa nulla, quando non hai passione per niente, non c’è niente da fare, inizia la depressione. E allora ci si dice: “Bisogna reagire, bisogna...”. Insomma non siamo interessati e ci parlano di Internet, di altre cose, e a noi non ce ne frega nulla. Ci sentiamo isolati su mille piani, e quindi finirà che siamo lì a raccontarci: “Ma come sarà ‘sta cosa?...boh!”. Abbiamo meno confidenza col mondo, siamo un po’ più lontani e tutto questo ci preoccupa un po’.

NON È IL VOSTRO UN ESILIO VOLONTARIO?
Secondo me c’è anche l’età che conta, ti sembra che nulla ci sia di nuovo, ti sembra di sapere già tutto, e invece NON È VERO; probabilmente conta il fatto che ti stupisci sempre meno, e questo fatto è grave. Lo stupore ti porta ad una maggiore creatività: quando ti stupisci meno rischi d’inaridire. Questo non si sa bene se è il mondo o se siamo noi, per cui potremmo avere questa colpa.

NEL MONDO CI SONO GRANDI VECCHI, PER CUI PASSATA LA DEPRESSIONE...
Quando uso la parola depressione esagero, ma in effetti quando non sei attratto da nulla, quando ti dicono vai a vedere quel film che è molto interessante e tu sai già che non andrai perché non te ne frega niente, tutto ciò ti allontana, perché forse nel film qualcosa t’interesserebbe; c’è una sorta di cinismo, quando ora bisognerebbe muoversi.


Ringraziamo “Re Nudo” per averci autorizzato a pubblicare l’intervista che riportiamo.


 


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