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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Interviste '70



Re Nudo - n.38/39 - Febbraio 1976


re nudo (si) domanda: Giorgio Gaber

di


 

Sbatto sul tavolo di cucina, già apparecchiato, il registratore e lui sussulta. “Non per me il registratore. Per piacere stasera no, facciamo una sera così, normale, l’intervista un’altra volta”. Poi, come per giustificarsi. “Sono stanco morto o, più che stanco, arrabbiato, depresso, stufo marcio, non saprei davvero cosa dire, alla gente di Re Nudo, poi, che mica scherza... È un po’ di giorni, che mi intervistano le radio alternative, adesso è tutto... un formicolio di radio alternative, tante domande...”
“Cosa?”
“Le solite robe... non ne posso più”
“Va bene va bene non ti preoccupare, niente intervista, non parliamone più”. Parliamo invece di De Andrè. “Bravo, e dire che l’avevo attaccato duramente non mi ricordo più su quale giornale e lui su quale altro mi aveva risposto. Però non aveva ancora scritto il bombarolo”
“E il disco nuovo, femminista di Ombretta Colli? Ci sei dentro anche tu?”
“Sì qualcosa ho fatto anch’io con lo pseudonimo di Catilina”
“Cosa c'è dentro?”
“Te lo dirà lei”. Poi arriva lei e io buona buona “si potrebbe parlare un po’ del tuo disco?”
“Beh, prima – sentitelo” Ben detto e m’azzitto. Si parla così sul suo film, questa sceneggiatura già in tasca in cerca di produttore, “Mica facile eh?”
“Mica facile, no, perché questi produttori sono gente molto strana. Se vai lì coi tuoi fogli in mano, ti dicono bleah, che brutto. Devi fare finta che la tua idea (del tuo film) venga a loro. Cioè tu ti presenti, parli, parli del più e del meno, poi devi insinuargli il sospetto dell’idea in modo che lui la possa credere sua. Poi aggiungi delle cose, fai in modo che lui ne aggiunga altre (sempre di tue) e alla fine: bravo produttore, sei grande, splendida idea, adesso se sei d’accordo ci faccio la sceneggiatura, che invece ce l’hai già in tasca, e potresti girare anche domani”.
Piano piano il Gaber si rilassa, riesce persino a mettere i pezzettini di banana nel riso al curry, in un coraggioso gesto di controcultura alimentare. Mangia ma non perde un colpo, una frase, uno sguardo. Hai l’impressione che Gaber mangi davvero le idee, le parole e le vibrazioni di quelli che gli stanno intorno. Gaber è psicologicamente vorace. Gaber è anche un ruminante perché tutte queste idee-fatti-sensazioni della vita sua e altrui finiscono in una specie di sacco mentale dal quale poi fuoriescono canzoni. Che sono bombe. Per forza poi queste canzoni ti strappano le budella, le budella, sono fatte con le tue budella!
Poi mentre si snoda in un lungo accovacciamento sul tappeto (non è tanto alto e sulla scena sembra gigantesco. Forse si dilata al calore dello spettacolo) ci confida “Sono stufo marcio, cari miei, e di tante cose, ma soprattutto di quelli che si impadroniscono delle tue idee, delle tue robe, le inghiottono masticandole malamente e te le risputano alla fine orrende e irriconoscibili”.
“Ma questo è il rischio di chi esce allo scoperto e gli piace qualche volta di fare l’artista. Consolati perché le tue pensate, bene incartate coi nastri, praticamente non esistono finché sono solo tue” “Ma ridotte in quello stato servono ancora? Vorrei spiegarmi meglio. C’è come uno svuotamento progressivo delle parole, di certe parole. È un democratico, per esempio, che cosa vuoi dire ormai? Vuoi dire è un coglione. Ma ti par possibile? C’era una volta un bel mucchio di concetti dietro quella parola. Chi è stato? Ci sono però parole ben più nostre che stanno facendo la stessa fine e insieme si snaturano degli obbiettivi, si fanno delle grandi confusioni…”
“Per esempio fra coppia e rapporto, fra solitudine e isolamento…”
“E già. Certe volte ti sembra di aver voluto spingere con il tuo lavoro verso una direzione e ti accorgi che qualcosa e o molto ti ritorna addosso, Allora? Allora adesso per esempio penso all’importanza che ha avere una morale...”. “Ah, mi rallegro, questa è ormai una parola-tabù, archeologia, fa sorridere quasi tutti, dagli psichedelici agli stalinisti...”
“Ma come fai a non avere una morale? È maledettamente importante ed è maledettamente importante anche riconoscerla, ridefinirla, esserne consapevoli”.
“lo sono d’accordo e, sbaglierò ma vedrai come te la risputacchieranno indietro questa tua esigenza qui della morale. È un po’ quello che io ho sentito al Parco Lambro ultimo. Troppe volte la morte della coppia tradizionale intesa come fine di qualunque rapporto profondo fra due persone e l’ammucchiarsi di pseudo-rapporti, tanta gente che cercava di rompere l’isolamento nella frenesia nevrotica del Tutti insieme a farsi stordire”. “Insomma mai come quest’anno ho visto tanta gente scappare via in India, scappare via a farsi inchiodare dalla musica; se la tua ‘strada su cui puoi contare’ ti viene risputata dalla maggioranza come ‘la strada su cui puoi scappare’ io non sono mica d’accordo, perché poi, succede che spesso alla fine di quella strada c’è anche l’eroina”
“Sono d’accordo, questo discorso vale per molti casi, anche certi aspetti della violenza, oggi, per esempio, sono tentativi di fuga da sé e dalla realtà”.
“Mi sembra che tu abbia esagerato – interviene Andrea guardando me – al festivaI del Parco Lambro c’era quello che dici, ma in cambio anche tanti momenti di autentica gioia, di reale tensione collettiva, se non altro (e c’era anche dell’altro) per il fatto di essere in tanti a condividere incertezze, scelte, paure...”
“Certo che ho esagerato, ma per vedere meglio, per non farla facile. Anche per me ci sono stati momenti molto belli, per esempio quel ragazzo che non sapeva che ero dell’organizzazione e che mi ha invitato nella sua tenda a parlare e il rumore della pioggia e il sentirsi così vicini, così simili, a una faccia completamente sconosciuta e fumare e tutto il resto diventa allora giusto e bello... eravamo in tanti così. Ma se non vuoi navigare nelle illusioni c’è anche un casino di gente, soprattutto dei più giovani, che il ‘68 manco sanno cos’è, che viene ai festival come va a sentire Gaber, per sballare in santa pace e per trovare parole-giustificazioni (a posteriori) di un modo di vivere ‘pseudo’ ‘a finta’ che corrode la tradizione solo sulla crosta per il resto è tale e quale e non c’è niente di nuovo. E allora è a partire da qui che dobbiamo pensare”.
“Sì, ma come – dice Gaber e la sua voce è secca e tesa, non parla più sorridendo come sa fare solo lui – perché il problema grosso è che questa gente (e anche noi naturalmente molte volte) non si ama, capite? non vuole bene a se stessa. Non si amano quelli ‘che scappano’, come dici tu, come non si amano quelli solo bastoni, bandiere spranghe con scontri e tutto', che poi questi qui io non li sopporto proprio più. Bisogna amarsi per amare. O no? Perché è poi per amore che si fanno le cose”
“Già – interviene Stefano – solo che per amarsi bisogna conoscersi e per conoscersi, accettare di fare le grandi pulizie dentro di sé, andare fino in fondo alle nostre contraddizioni…” “... di modo che le intuizioni giuste non diventino slogans tipo ‘morte della famiglia’ o ‘il popolo è forte, vincerà’? dico io.
E Stefano “sì, ma quando dico fino in fondo, dico anche al limite della ‘follia’ se è necessario. Guarda Cooper. Bisogna, se lo si sente necessario, starsene chiusi in una stanza anche sei mesi, senza che questo lavoro su di sé (anche se è possibile a pochi) debba necessariamente essere preso come un gesto individualistico e piccolo-borghese, quando invece può essere un processo di conoscenza generale in una fase che ti attraversa dentro” “sì, purché tu riesca poi – dice Gaber – a rovesciare il tuo nuovo te stesso e i tuoi sei mesi sugli altri, cioè se il tuo patrimonio viene diviso, se rimane un momento in un processo dialettico che prevede gli altri, perché tu esisti, ti definisci in rapporto agli altri, mica esistiamo a prescindere. Altrimenti diventa una ‘follia’ che non è più la rottura di un vecchio equilibrio già bell’incrinato, per arrivare a costruirne uno nuovo, diventa una ‘follia’ di autodistruzione, di isolamento e in definitiva di morte. E allora è tutto inutile perché non sei appunto riuscito a riconoscerti e ad amarti, come dicevi, Stefano. Bisogna stare attenti. Mi va benissimo che uno vada in fondo a se stesso, ci va anche per gli altri, ma in mezzo agli altri deve ritornare, solo così non è un gesto individualistico”.
“O una sconfitta – dico io – perché Cooper che ha fatto tutto quello che dice Stefano e con le migliori intenzioni, ci lascia un mucchio di tracce-segnali-messaggi, ma lui come persona, con le sue due bottiglie di cognac al giorno, ha scelto di morire, anche se di morire gridando e cercando di coinvolgere gli altri nella testimonianza di una vita impossibile, di una realtà inaccettabile anche come momento dialettico”.
“Il problema è lì – dice Gaber – accettare l’autoscontro senza precipitare nell’autodistruzione che è poi alla fine il riuscire a far vincere la vita nell’eterno scontro fra la vita e la morte dentro di noi”.
Pare che qualcuno vada dicendo che Gaber ha tradito il suo pubblico, quello della “Torpedo blu”. Mi sembra che mai tradimento fu più produttivo.



 


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