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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Articoli 2000



La Repubblica - (pag.33) - 09/04/2001


Giorgio, il cantore di un passato tradito

di Michele Serra

“La mia generazione ha perso” è l'ultimo disco di Gaber Grandi riflessioni e un omaggio al Sessantotto
 

Il mondo ci sembra peggiore perché lo è davvero o perché non siamo più giovani, e ce lo sentiamo sfuggire di sotto i piedi? E quando ci si duole perché il mondo non ci capisce più, non sarà che siamo noi a non capire più il mondo?
Grande tema per una grandissima canzone, La razza in estinzione, inconfondibilmente gaberiana nel suo pathos acre, nella sua teatralità impetuosa. Canzone doppia, con un primo piano dominato dall'invettiva senza quartiere, dal malessere morale, e in secondo piano un dubitoso arretrare, un passo indietro rispetto a quanto si è appena detto sul proscenio. Forse l’età di cui si maledicono gli usi e i costumi ha soprattutto questo di insopportabile: che non è più la nostra.
La razza in estinzione è, certamente, anche l’appassionato epitaffio di una generazione, quella sessantottina, della quale Gaber è stato lungamente compagno di strada. Tra i primi a dirne i vizi e le magagne modaiole, oggi Gaber è orgogliosamente in anticipo anche nel rivalutare il coraggio di quegli anni, e nel rivendicare quanto meno il valore della scommessa perduta. Gli umori correnti sono, nei confronti di quella storia e di quei protagonisti, ben più ingenerosi, e conformisticamente sprezzanti: basti pensare alla cella immeritata di Adriano Sofri o al pelosissimo linciaggio di Daniel CohnBendit, riletto (e tradotto) trent’anni dopo in una losca chiave pedofila. Ma è noto che tra i pregi di Gaber c’è la solitudine del giudizio, e l’assoluta indifferenza alle opinioni correnti.
A parte la nobiltà dell’omaggio al Sessantotto, la grande intuizione artistica della canzone sta però in quell’umore aggiunto, in quella riflessione più pacata, e universale, sullo sfumare degli anni. Così che quasi ogni generazione, ascoltandola, potrebbe riconoscersi nel destino di anacronismo e di sconfitta che segna, sempre, l’abbandono della giovinezza.
Pur potendosi contare diversi artisti – e tra essi molti cantautori – che stanno vivendo una proficua maturità, la capacità di Gaber di fare perno perfino sull’invecchiamento per sollevarsi da terra di un bel palmo, emozionarsi ed emozionare l’uditorio, è più unica che rara. La sua forza, d’altra parte, è sempre stata l’uso perfino doloroso del "sé", spremuto sulla scena fino all’ultima stilla.
Non stupisce, dunque, che un anziano attorecantore, dopo quasi mezzo secolo di carriera e tre decenni tondi di grande teatro, riesca a fare della sua figura segnata e claudicante un indomabile strumento artistico, forte nei toni, e dalla mira precisa, pesante e leggero a seconda del calibro espressivo scelto. Si è sempre sentito, d’altra parte, dire bene e dire male delle canzoni di Gaber, a seconda delle sensibilità urtate o gratificate. Ma si è sempre sentito dire solamente bene di Gaber, voce e corpo di una storia artistica formidabile, germinata nel rock’n’roll, fortificata negli show televisivi di anni nei quali in televisione arrivavano solo i migliori e non i peggiori, infine sbocciata in teatro con una lunga e interminata saga di onemanshow che hanno descritto e commentato tutti o quasi i momenti decisivi della cultura e del costume nazionali.
La razza in estinzione dice che quel racconto non è finito. E che, in fin dei conti, nessuna generazione ha perso finché qualcuno avrà le parole per raccontarla.



 


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