Sei in: Archivio » Stampa » Dettaglio articolo/intervista

Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Interviste '90



Il Mucchio Selvaggio - - Marzo 1999
http://www.ilmucchio.it


Anche per oggi non si vola

di Andrea Rui Scanzi

Gaber. Gaber musicista, cronista, filosofo. Gaber di mio padre, Gaber Signor G. Gaber della scuola milanese, Gaber l’istrione. Gaber che fosse stato per Mogol si sarebbe chiamato Red Corda. Gaber che di domande gliene avrei fatte altre mille. Gaber qualunquista populista retorico demagogico moralista… quante cazzate. Gaber che non lo inscatoli. Gaber degli spettacoli straordinari, Gaber che riempie i teatri. Gaber che si emoziona ancora. Gaber che Lui se fosse Dio e lui potrebbe anche esserlo, se no non vedo chi. Gaber e L’Individuo. Gaber bravissimo. Gaber che fa ridere, piangere, pensare. Gaber, l’amico Gaber. Una di quelle persone per cui vale la pena vivere.
 

Mi sono sempre chiesto cosa ti successe nel 1970. Voglio dire: fino a quel momento, la tua carriera era stata quella di un cantante popolare che, dopo 4 Sanremo, il secondo posto al Festival di Napoli con ‘A Pizza e la partecipazione a molte trasmissione televisive, nel biennio 1969-70 era stato protagonista di una tournée teatrale con Mina. Improvvisamente, nacque Il Signor G: da amabile cantante divenisti una delle figure artistiche più interessanti di questo secolo.
Sei troppo buono. La tournée con Mina ebbe la sua importanza. Io facevo il primo tempo e lei il secondo: lei era una grandissima diva, io solo lo sparring partner. La gente gridava “Mina! Mina! Mina!” poi il sipario si apriva, arrivavo io ed il pubblico non ci rimaneva benissimo. Facevo un’ora e un quarto di spettacolo davanti a gente che non era venuta a vedere me…una bella prova. A parte questo aspetto, fu allora che scoprii quante possibilità desse il teatro alla canzone: una rivelazione, per me che vedevo in Jacques Brel il maestro da seguire. L’attività più congeniale alle mie aspirazioni ed al mio modo di essere – non dimenticare che accanto a Non arrossire avevo già scritto Goganga e La ballata del Cerutti – era proprio il teatro: lì si sarebbe potuto manifestare il mio eclettismo. Così, decidemmo con Luporini di far nascere Il Signor G e di provare una piccola tournée teatrale. Capii che potevo vivere così e che quella era la mia strada. Vivevo meglio. Per questo ho abbandonato la televisione. All’inizio ebbi un po’ di paura, perché dopo i “pienoni” con Mina nessuno veniva più a vedermi. Però, nonostante lo shock, dentro di me sentivo che era giusto farlo.

Nello splendido Libertà obbligatoria (1976) utilizzavi il “noi” e rivelavi di sentirti parte di un movimento, di una razza. Due anni dopo arrivò Polli di allevamento (1978). Con esso, ti allontanavi dal movimento ‘77 e da una certa politica militante. Parte della sinistra ti contestò aspramente accusandoti di “qualunquismo”. Le orchestrazioni erano di Battiato e Giusto Pio, la chiusura affidata alla invettiva-capolavoro Quando è moda è moda. Cosa successe, tra questi due spettacoli?
A noi – io e Luporini – successe poco. Certo, ci fu una naturale evoluzione storica delle cose e dei costumi, ma io e Sandro abbiamo sempre avuto il grande, rarissimo privilegio di poter dire in ogni momento quello che pensavamo veramente e quindi, se ad un certo punto pensi “Quando è moda è moda”, lo dici. Naturalmente, sei più coraggioso quando scrivi il tuo pezzo a casa, al sicuro, piuttosto che quando lo canti davanti ad un pubblico che ti ritiene un “traditore”…La musica ha le sue leggi di mercato da rispettare: con Luporini ci siamo liberati di questi vincoli e, dato che ho il mio pubblico ed i teatri continuano a chiamarmi, ho ancora la possibilità di continuare felicemente questa attività, che è poi l’unica che ho.

Lo hai già citato spesso. Qual è il tuo rapporto con Luporini?
Conosco Sandro da quando avevo 19 anni. Per me, è stato un maestro di estetica. Luporini è un pittore. Ci troviamo, di solito in estate, e ci comunichiamo i temi che ci hanno colpito maggiormente durante l’anno: da lì nascono le canzoni. È un rapporto straordinario, non solo sul lavoro. Tra di noi, tutto ha inizio da una conversazione vera, che tende appunto a convergere. Così facendo, senza dimostrazioni di Ego o ambizioni di superiorità, lavorare è un piacere. Sia con Luporini che con il gruppo, c’è questo interesse comune che fa sì che ognuno di noi partecipi attivamente al gruppo senza voler ergersi a protagonista. Siamo tutti coinvolti e non facciamo polemiche.

Hai più volte affermato che i brani a cui sei più legato sono Quando è moda è moda, Io se fossi Dio e Qualcuno era comunista. Sei ancora di quest’avviso?
Sicuramente sì.

Ed allora perché, a parte Qualcuno era comunista, non le proponi più durante gli spettacoli?
Per due motivi. Il primo è che ci sono tante altre canzoni, magari meno note, che amo particolarmente: penso a Il dilemma, L’illogica allegria, Gildo. L’altro punto, ancora più importante, è che canzoni politiche o per meglio dire sociali come Io se fossi Dio – che oltretutto è un’invettiva – hanno bisogno di una carica autentica, altrimenti suonano false. Non è che non le propongo più perché oggi va tutto bene e quindi non ha senso incazzarsi. Figuriamoci. Abbiamo anche provato a rifare Io se fossi Dio in due versioni aggiornate e non erano neanche male, ma se tu non hai dentro lo spirito giusto, se la rabbia non è proprio vera, non funziona niente. Vedi, in questi ultimi anni la rabbia si è tramutata in rassegnazione. Andare ad incazzarsi su vicende che sai benissimo che così funzionano e così funzioneranno, alla fine diventa un po’ patetico. Al di là della bravura e della bellezza dei testi, credo che il pubblico venga a vedermi perché mi riconosce una sincerità di fondo, sa che io non canto per convenienza ma credo nelle cose che faccio. È fondamentale.

Hai pubblicato autonomamente gli ultimi spettacoli: anche Io se fossi Dio uscì nel 1980 per una tua etichetta creata ad hoc (F1 Team). A sottolineare l’unicità dell’album, era un LP inciso solo nel Lato A.
Sì, è vero. Ci furono delle reticenze da parte delle case discografiche, timorose di subire querele e cose simili. Come ti dicevo prima, ho sempre avuto la possibilità di fare quello che volevo. L’attuale autoproduzione rientra in questa logica.

Tra le tante strofe straordinarie di Io se fossi Dio, ce n’è una durissima in cui dici “Io se fossi Dio maledirei davvero i giornalisti, e specialmente tutti, che certamente non sono brave persone e dove cogli cogli sempre bene”. Non mi sembra che, ultimamente, la tua considerazione dei media sia migliorata.
Credo che quella frase, scritta nel 1980, rispecchiasse una situazione che oggi è molto peggiorata. Nei miei primi anni di carriera, mi è capitato di rifiutare proposte (soprattutto televisive) che, paragonate allo scenario contemporaneo, erano capolavori. La situazione è andata degenerando tragicamente da 6-7 anni: mia figlia (Dalia Gaberscik, che lavora in Mediaset come Addetta Stampa, NdA) già allora lavorava nel settore e mi disse che era tutto cambiato. In peggio. Il gusto morboso per lo scoop si è accentuato, soprattutto per quanto riguarda le grandi testate. Si tende sempre ad esagerare: secondo me hanno esagerato anche quando hanno scritto che Gaber ha 60 anni, mi sembrano troppi…A parte gli scherzi, come si fa a scrivere in prima pagina che la Parietti si è lasciata con il filosofo? È veramente triste. La cosa più abominevole riguarda questo continuo bombardamento di notizie, che alla lunga ti rincoglionisce e ti lascia più ignorante di prima. È una sorta di bombardamento senza orgasmo, che non dà risposte. Una immensa, finta informazione che ti tartassa di dati fasulli, amplificati. L’influenza dei media sulle persone è molto negativa.

Sia in relazione all’ottusa accoglienza toccata a Polli di allevamento da parte dell’intellighentia di sinistra, sia pensando a ciò che hai appena detto in merito ai giornalisti, mi viene in mente come L’Unità stroncò il tuo attuale spettacolo senza averlo neanche visto, a priori, basandosi sul semplice “sentito dire”. Ne nacquero delle polemiche furibonde, che ribadirono l’immortale tendenza zdanovista e la naturale ritrosia della sinistra a ricevere critiche: c’era una volta il minculpop…
Hai detto tutto tu. Purtroppo, la pratica dell’intolleranza è assai radicata negli usi e costumi della maggioranza delle persone.

Parliamo di Un’idiozia conquistata a fatica, lo spettacolo che stai portando in giro da due stagioni e che hai aggiornato con alcune nuove composizioni (tra cui spicca La stanza del bambino).
Ha un riferimento preciso e molti legami con Libertà obbligatoria. Con esso non condivide solo certi temi (soprattutto quello della “teoria del mercato” di Pasolini, NdA) ma, e questo è preoccupante, ci sembra la fine del percorso iniziato nel 1976. Se Libertà obbligatoria era una risposta amara alle domande del Signor G, Un’idiozia conquistata a fatica conclude il discorso iniziato più di vent’anni fa. Muoversi da qui sarà difficile. È finito un ciclo. Dopo Libertà obbligatoria e Polli di allevamento, eravamo sfiancati e ci fermammo. Poi riprendemmo con Anni affollati, un altro spettacolo non certo leggerino. La situazione attuale non è dissimile.

Se per De Andrè l’appellativo poeta mi sembra naturale, nei tuoi confronti ho sempre avuto la tentazione di definirti filosofo.
Ti ringrazio. Anche se così apparirò immodesto, credo che siamo gli unici a fare un Teatro-Canzone con un piccolo sforzo filosofico. C’è il gusto di riscoprire delle piccole verità per poi restituirle alla gente. Questa è sempre stata la nostra molla. Mi sembra che nell’ultimo spettacolo si sia detto tutto quello che c’era da dire a proposito di questi anni. Per questo, sarà difficile andare avanti.

In parte mi hai già risposto, però ho ancora voglia di chiedertelo. Ogni tuo spettacolo è durissimo, a tratti insostenibile. Nonostante la tristezza di fondo, c’è però sempre una impennata di speranza irrefrenabile. È il caso di Io come persona, Mi fa male il mondo. Il pessimismo della ragione ha travolto tutto, oppure no?
La speranza c’è ancora (un esempio è Una nuova coscienza, NdA) ma è pervasa di dolore. Sono le cose che mi toccano di più: ti rendi conto che sei messo malissimo, eppure ti sforzi di sperare ancora. Vedi, cantare C’è solo la strada (chiusura di Anche per oggi non si vola, NdA) quando questa rappresentava un costume condiviso da molti, una speranza non isolata, era facile e contemporaneamente bello. Cantarla però molti anni dopo, quando sapevi che neanche lei ti avrebbe salvato, faceva malissimo. Eppure la proponevo lo stesso, con un effetto quasi commovente sul pubblico. È un po’ come dire all’amico moribondo “Ma dai che ce la facciamo, vedrai che andrà tutto bene” quando sai benissimo che stai mentendo. Ti devo dire la verità: ho la sensazione che siamo messi molto male.

Dov’è, se c’è, il rifugio? Nell’arte? Immagino che tu sia un grande amante della letteratura. Nel monologo Dopo l’amore c’è perfino un omaggio palese al Sartre de Il Muro.
Purtroppo, allo stato attuale leggo poco. Un po’ perché non ho tempo ed un po’ perché mi eccito difficilmente. Non ho più il gusto delle scoperte letterarie e non riesco a trovare nessuno che mi colpisca per l’uso del linguaggio. Questo allontana molto sia me che Sandro (non a caso Luporini è un grande estimatore di Céline e Borges, NdA) dalla possibilità di assorbire nuove tecniche di scrittura. Sì, leggo con piacere i Pessoa, i Pennac, però mi sembrano più raccontatori che amanti della parola: il romanzo è molto piacevole, ma non ti arricchisce molto. Nietzsche diceva: “Non faccio mai nulla che non mi serva” ed io sono un po’ così. Se una cosa non mi serve, non godo.

Immagino che la stessa cosa valga per il cinema.
Bah, in passato l’ho seguito abbastanza (il film preferito da Gaber è 8 e ½, NdA) ma attualmente provo una grande fatica nel rapportami con le altre forme d’arte. E poi c’è un altro problema.

Quale?
Mi mancano i maestri. Certo, uno potrebbe dirmi “Hai 60 anni, che cazzo vuoi?” però nella vita i maestri sono uno stimolo fortissimo. In questa epoca di pensiero debole ed in questa situazione di opinionismo generale, sento la cocente mancanza di corpi solidi che ti diano delle indicazioni valide da seguire. È tutto in sospensione. Quando scoprii Adorno (primo ispiratore di Libertà obbligatoria e Polli di allevamento, NdA) o gli psicologi inglesi (il loro influsso è riscontrabile soprattutto in Far finta di essere sani e Anche per oggi non si vola, NdA) mi sembrava di avere trovato i grandi maestri. Adesso non funziona più così. Ti ripeto: non provo più eccitazione. Non è escluso che siano gli anni, magari i giovani hanno più stimoli. Forse è anche colpa di una certa diffidenza esagerata che caratterizza gli uomini della mia età. Resta il fatto che mi mancano i punti di riferimento.

E la coppia? È sempre la cartina al tornasole del livello minimo di coscienza che caratterizza questo tempo? Hai scritto molte canzoni amare, sul rapporto uomo/donna.
Prima mi hai chiesto dov’è il rifugio: beh, io credo ancora nell’individuo. Le uniche risorse possono venire fuori solo da uno sforzo, da un rigore individuale, dall’acquisizione di una coscienza diversa da quella attuale del “si salvi chi può”. È chiaro che, occupandomi dell’individuo, la sfera affettiva mi interessa tuttora moltissimo. Credo che bisogna puntare ancora sulla coppia. I condizionamenti esterni sono sempre maggiori, è vero, ma il proprio mondo affettivo rimane la cosa più importante.

Ci sono alcune curiosità facete che mi porto dietro da tempo. È vero che hai suonato il contrabbasso per Celentano, a cavallo tra i ‘50 e ‘60?
È quasi vero. Con Celentano ho suonato, sì, ma la chitarra. In altre formazioni ho comunque imbracciato anche il contrabbasso.

Al tempo, paragonasti il tuo stile chitarristico con quello di Django Reinhardt: mica poco…
No, no, non esagerare! C’erano delle affinità di carattere “medico” (a 12 anni la poliomelite privò Gaber dell’uso della mano sinistra, costringendolo a suonare in maniera atipica, un po’ come il grande chitarrista gitano si inventò un suo stile dopo aver perso anulare e mignolo della sinistra nell’incendio del carrozzone in cui viveva, NdA) ma lui suonava decisamente meglio, molto meglio di me.

Che rapporto hai con il tuo fan più illustre, Enzo Jannacci? Con lui condividi gli inizi, le esperienze de I due corsari e dei Ja-Ga Brothers, nonché l’interpretazione di Aspettando Godot.
È un rapporto molto affettivo. Siamo cresciuti insieme e questi legami nati in tenera età sono, alla lunga, quelli più forti ed affettuosi.

Mi risulta che apprezzi Fossati.
È un grande musicista. Secondo me si involve un po’ nei testi, è un po’ condizionato da una sorta di cultura cantautorale. Gliel’ho anche detto di persona: lui è più musicista che scrittore. Per farti capire quanto lo stimi, è l’unica persona da cui mi farei scrivere le musiche.

Cosa pensi, più in generale, delle varie generazioni di cantautori succedutesi in Italia nel corso degli anni?
Credo che sia stato un bel blocco. Sopra tutti De Andrè, Guccini e Fossati, persone da stimare anche per l’assoluta coerenza della loro vita, oltre che per il talento artistico.

Che musica facevi con i Rocky Mountains?
Oddio, ma sai proprio tutto!!! Era il 1958 e suonavo una sorta di jazz moderno. Al tempo, i Rocky Mountains erano molto famosi perché vendevano caterve di dischi spacciandosi per americani e proponendo musica country: ebbene sì, anch’io cantai robe western…suonavo perfino il banjo! Quando li incontrai la prima volta ci rimasi male: erano tutti milanesi! L’esterofilia c’era già allora.

Un dubbio amletico che mi porto dietro da tempo e che deriva da un passaggio della bellissima Il suicidio: in tutta onestà, le indossi davvero le famose “mutande color pervinca”?
Ah ah ah!!! Per carità, ci mancherebbe altro. Mi sentirei profondamente ridicolo.

E tutta questa corsa smodata al look che caratterizza il nostro tempo?
Guarda, anche oggi mi hanno regalato dei golf bellissimi, ma non li metterò mai perché sono troppo sgargianti: non posso pensare a queste varianti allegre della moda. Mi sembra inconcepibile, desiderare di attirare l’attenzione attraverso la cura meticolosa dell’immagine. Non fa per me.

Mentre stavo tornando a casa, dopo lo spettacolo (Teatro Verdi di Firenze) e la cena passata con Giorgio e gli amici musicisti (un grazie infinito al chitarrista Gianni Martini per la collaborazione) pensavo che è bello poter dire: “Io ho dei maestri”. Soprattutto quando uno di questi si chiama Giorgio Gaber, ed è una bella persona.

PRIMA DEL SIGNOR G 1939-1969
Giorgio Gaberscik è nato il 25 Gennaio 1939 a Milano. Si è diplomato in ragioneria nel 1958. Ha suonato con Celentano, i Rocky Mountains, Jannacci (I due corsari). Ha scritto la prima canzone nel 1958 (Ciao ti dirò) con Luigi Tenco. Notato da Mogol – che voleva mutare il suo nome in Joe Cavallo, Jimmy Nuvola o Red Corda…– ha inciso molte canzoni popolari: tra queste, Trani a go-go, Porta Romana, Non arrossire, Torpedo Blu, Bambolina, Genevieve, Il Riccardo, Barbera e Champagne. Negli anni ‘60 era un volto quasi fisso della RAI, al punto che per il grande pubblico Gaber è ancora quello della Torpedo Blu che fa “popi-popi”. La migliore trasmissione a cui ha partecipato è stata Canzoniere Minimo (1961) con Umberto Simonetta; per essa scrisse Le nostre serate (poi confluita in Il Signor G) che la Ricordi giudicò troppo “nichilista” (il testo diceva “il solito bar…televisione…Io penso alle nostre serate stupide e vuote”). Nel 1962 è arrivato secondo con ‘A Pizza al Festival di Napoli in coppia con Aurelio Fierro; ha partecipato al Festival di Sanremo nel 1961 (Benzina e cerini), 1964 (Così felice), 1966 (Mai mai mai Valentina) e 1967 (E allora dai). La sua prima esperienza teatrale si è svolta al Gerolamo di Milano, dove nel 1961 ha recitato Il Giorgio e la Maria con Maria Monti. Tra il 1969 ed il 1970, ha fatto da sparring partner a Mina durante la sua tournée teatrale.

DISCOGRAFIA 1970-1999 GABER OBBLIGATORIO
1970 Il Signor G (*)
1971 I borghesi
1972 Dialogo tra un impegnato e un non so (*)
1973 Far finta di essere sani (=)
1974 Anche per oggi non si vola (*) (&)
1976 Libertà obbligatoria (*) (&)
1978 Polli di allevamento (*)
1980 Pressione bassa
1980 Io se fossi Dio (%)
1981 Anni affollati (/) - Studio
1982 Anni affollati (*) - Live
1984 Gaber
1985 Io se fossi Gaber (*)
1987 Parlami d’amore Mariù (*)
1987 Piccoli spostamenti del cuore (/)
1989 Il grigio (*)
1992 Il Teatro canzone di Giorgio Gaber (*)
1994 Io come persona
1995 E pensare che c’era il pensiero (*)
1997 Gaber 96/97 (*) (-)
1998 Un’idiozia conquistata a fatica 97/98 (*) (-)
1999 Un’idiozia conquistata a fatica 98/99 (*) (-)

ANEDDOTICA E PRECISAZIONI
I dischi contrassegnati da (*) sono le registrazioni integrali live degli spettacoli (monologhi e canzoni) mentre (=), pur essendo uno spettacolo, è stato inciso in studio (anche dal vivo, in Far Finta di essere sani 1973/74 Gaber si fece accompagnare da basi preregistrate). Giova però dire che Gaber ha sempre aggiunto e/o tolto brani dalla scaletta originaria: questa caratteristica, assieme alla tendenza a modificare strofe di canzoni già edite, fa sì che i dischi non siano mai la riproduzione fedele di ciò che Giorgio ha effettivamente proposto nei teatri. Sono poi innumerevoli i brani mai incisi in studio da Gaber. Tutte le opere fanno parte del catalogo Carosello, a parte (/) che sono fuori catalogo, (%) e gli autoprodotti (-) venduti solo a teatro in occasione della rappresentazione degli spettacoli. (%) è introvabile e richiestissimo dai collezionisti (la versione live del brano è comunque presente in Anni affollati). In (&) alla batteria e percussioni c’è Tullio De Piscopo. Gaber, che ha anche provato l’esperienza cinematografica (Rossini! Rossini! di Mario Monicelli, 1991) è stato a cavallo tra gli ’80 ed i ’90 Direttore Artistico del Teatro Goldoni di Venezia. Nel 1982/83 ha interpretato Il caso di Alessandro e Maria con Mariangela Melato. Dal 1989 al 1991, parallelamente a Il Grigio (spettacolo quasi interamente in prosa) ha portato in scena Aspettando Godot di Samuel Beckett con Jannacci: sempre con l’amico Enzo, nel 1983 ha riproposto il repertorio de I due corsari incidendo Ja-Ga Brothers. Nel 1993 ha scritto ed interpretato – in un breve tour mai pubblicato – Il Dio Bambino. Soprattutto da Il Teatro Canzone in poi, Gaber ha firmato spettacoli che mescolano composizioni vecchie e nuove (nell’ultimo rispolvera addirittura Il pelo, presente in Dialogo tra un impegnato e un non so). La sua collaborazione con Sandro Luporini, iniziata con Il Signor G, non si è mai interrotta. Oltre che a Milano, Gaber ha da tempo una casa in Versilia, rifugio estivo e luogo di lavoro a fianco di Luporini. Dal 1970 non è più comparso in televisione – salvo rarissime eccezioni – e da più di venti anni ha smesso di votare. È sposato con Ombretta Colli. Concede interviste raramente.

LIBRI CONSIGLIATI
Segnaliamo Il Signor Gaber di Michele L. Straniero (Gammalibri, 1979), Giorgio Gaber – La canzone a teatro di Michele Serra (Il Saggiatore, 1982), Gaber in prosa – Il teatro d’evocazione di Giorgio Gaber e Sandro Luporini (Bompiani) ed i booklet di ogni spettacolo.

SANDRO LUPORINI
Il pittore di Viareggio ha rivelato che i metodi seguiti per la nascita di una canzone sono sostanzialmente tre:
1) Dopo aver focalizzato insieme gli argomenti da analizzare, Luporini scrive un “tema” di 5 o 6 pagine, che diventerà poi il testo della canzone dopo varie riduzioni. Gaber firma la musica. È il metodo più frequente, citato tra l’altro da Giorgio nell’intervista
2) Uno dei due scrive una frase oppure una sequenza di parole, attorno alla quale nasce la canzone. Così sono nate la maggioranza dei testi ironici, tra cui Lo shampo
3) Gaber scrive prima la musica e poi nasce il testo. È il metodo che ha dato meno frutti (esempi: Si può, L’ultima bestia)

30 CANZONI DA CONOSCERE ASSOLUTAMENTE
Io mi chiamo G (1970), Lo shampoo (1972), La libertà (1972), Un’idea (1972), È sabato (1972), Chiedo scusa se parlo di Maria (1973), Quello che perde i pezzi (1973), La nave (1973), L’odore (1974), C’è solo la strada (1974), Le elezioni (1976), L’America (1976), Si può (1976), Il cancro (1976), La paura (1978), Dopo l’amore (1978), Il suicidio (1978), Quando è moda, è moda (1978), Pressione bassa (1980), L’illogica allegria (1980), Il dilemma (1980), Io se fossi Dio (1980), Gildo (1982), Al termine del mondo (1982), Il sosia (1982), L’insolito commiato del Sig. Augusto (1987), Qualcuno era comunista (1992), C’è un’aria (1994), Io come persona (1994), Sogno in due tempi (1995).
P.S. Molti di questi brani sono compresi in Il Teatro Canzone di Giorgio Gaber.



------------------------------------------------------------------------



Pagina precedente...


Un grosso grazie a Rui per l’intervista!


 


« Torna alla pagina precedente
Segui il sito su: Facebook