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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Interviste '90



La Repubblica - Spettacoli - 31/01/1992


“Canto i nostri sogni infranti” E tutti sono commossi

di Natalia Aspesi

Parliamo con il cantautore del grande successo del suo nuovo spettacolo in scena a Milano
 

MILANO – È possibile che la politica, maltrattata e sprezzata come un male di cui liberarsi, possa ancora commuovere? È possibile, e capita tutte le sere al teatro Carcano, e capiterà nelle prossime settimane, ovunque Giorgio Gaber porterà, sino a maggio (a Roma nella prima metà di aprile) il suo Teatro Canzone. Che cosa strana è il silenzio improvviso che cade, dopo le risate per certe canzoni, e come sono strani gli occhi umidi, arrossati, degli spettatori: che cosa inquieta l’emozione, che cosa inaspettata la memoria di anni passati, diversi, che cosa lontana, dimenticata, riprovare il senso della partecipazione. Sul palcoscenico, la faccia di Gaber si ingrigisce, quando con il suo sorriso più malinconico, comincia il nuovo monologo, appena inserito nello spettacolo. Si intitola “Qualcuno era comunista”, e curiosamente nelle tante ragioni per cui in passato milioni dl persone furono comuniste, che lui elenca con ironia, con irriverenza, con rabbia, con dolore, si ritrovano anche quelli che non lo furono mai: e che tuttavia oggi non sono per niente contenti, come se pure loro i non comunisti di sempre fossero stati privati di qualcosa che si è disperso irragionevolmente in eventi inaspettati e nemici.

Anche lei Gaber era comunista? Anche lei, come racconta nel monologo, lo era per ragioni affettive o sceme, ideologiche o sociali, per simpatia, per distruzione, per convinzione, per contraddizione, per moda?
“La mia storia personale, gli anni dei miei sentimenti comunisti, li esprimo nelle ultime frasi in cui mi ritrovo completamente. Glieli cito perché non saprei dirlo in un altro modo. Io ero uno di quelli che sono stati, si sono sentiti comunisti, ‘perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché era solo una forza, un sogno, un volo, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita’. Credo che anche per la maggior parte di chi viene a vedermi, a cui magari i comunisti non sono piaciuti mai, siano queste le ragioni della commozione, della nostalgia, del senso di vuoto di oggi”.

Gaber, come tanti altri personaggi dello spettacolo, cantanti, registi, attori, musicisti, ha rappresentato per anni le inquietudini, le speranze, la coscienza, la voglia di cambiare, di una parte degli italiani: una parte forse piccola, forse grande, di gente, un tempo soprattutto giovane, che si riconosceva nel 1973 in “Far finta di essere sani”, nel ‘76 in “Si può”, nell’81 in “Il dilemma”, nell’86 in “I soli”.
Che nelle canzoni, nei monologhi, negli spettacoli di Gaber, in Gaber stesso, ritrovava la propria incertezza di vivere, il coraggio dell’autoironia, le discordanze tra i sogni e la realtà, tra l’ideologia e la quotidianità, tra la stupidità e l’intelligenza: quello che non riesce a vivere ma rimanda il suicidio per fare un gruppo di studio sulla lotta di classe, quello che si è fatto da sé e si porta dietro il proprio insopportabile odore di chi sa quali compromessi, quello che fa stancamente l’amore al sabato, nel fragore di tutte le altre coppie immiserite da abbracci abitudinari, quello che riflette su tutte le libertà disponibili, tranne quella di pensare.
“Mi sembrava tutta roba datata, irripetibile. Anche come forma la canzone mi pareva vecchia, soprattutto perché negli altri spettacoli l’avevo forzata al limite delle mie possibilità. Così mi ero allontanato da quesa forma d’intervento sulla quotidianità, anche perché sull’oggi non sentivo più nessuno stimolo, voglia o capacità di dire. Tutto intorno a me mi sembrava assopito, melmoso, persino senza rabbie, privo di sogni. Allora con Sandro Luporini ci siamo messi a scrivere un testo tutto in prosa, che abbiamo intitolato ‘Il Dio bambino’: una specie di teatro di evocazione, in cui parliamo della condizione permanente di bambini degli uomini di oggi che non sanno assumersi la responsabilità di adulti. Con questo pretesto di cose ne puoi raccontare tante, senza intervenire direttamente sul gramo presente”.

Che fine ha fatto “Il Dio bambino”?
“È lì che aspetta, pronto per essere messo in scena. Ma nel frattempo è capitato che alla Versiliana io abbia registrato quattro ore delle mie storie e canzoni di maggior successo, che mi sembravano perdute. E mi sono accorto che i ragazzi che venivano ad ascoltarmi, ed erano troppo giovani per provare nostalgia, si divertivano, partecipavano. Sarebbe stato un peccato non andare avanti, e così è nato quest’ultimo spettacolo”.

Secondo lei, perché quelli che avevano vent’anni nel ‘70, e quelli che ce li hanno adesso, si commuovono insieme, alle sue canzoni e ai suoi monologhi vecchi e nuovi?
“Credo che nell’attuale spappolamento generale, sia determinante capire cosa è successo in questi due ultimi decenni perché altrimenti fra due o tre anni tutto sembrerà una stronzata, una gran finzione, una falsità. È un periodo di cui non parla più nessuno, per vergogna o paura o per incapacità a ricordarlo e ricostruirlo nella sua verità. Non c’è stato solo il terrorismo, non ci sono stati soltanto i miti dell’Unione Sovietica o della Cina, non ci sono stati solo fraintendimenti, folklore, violenze, stupidaggini, ideologie, errori. Io credo che la gente abbia bisogno di sapere che non c’è il vuoto alle loro spalle, che allora qualcuno c’era, noi c’eravamo, e non eravamo tutti scemi”.

Cosa rimpiange di allora?
“Quello di cui oggi molti sentono la mancanza: la tensione morale, il piacere di essere in tanti; la speranza di partecipare al cambiamento. Tutto è finito malissimo e troppo in fretta, in pochi minuti. Quelli che un tempo hanno creduto oggi sono ammutoliti, ma anche quelli che non credevano non parlano più: nessuno ha il coraggio di dire che c’erano in Italia milioni e milioni di stronzi. Tutti hanno la lingua tagliata, tacciono”.

Lei sta parlando della fine del comunismo, quello casalingo, familiare, per bene, che racconta nel suo monologo?
“Parlo della caduta del muro di Berlino. Sarebbe idiota dire che la gente della sinistra non sapesse che quel sistema non poteva tenere e che dall’altra parte si stava in un modo che a noi non sarebbe piaciuto per niente. Ma quando è successo ho avuto un malessere. Per quanto l’Est fosse grigio per non dire peggio, rappresentava sempre un’altra direzione, la possibilità di pensare a qualcosa di diverso. Mi può anche andar bene che non ci sia più quell’alternativa, mi spaventa che non ci sia più nessuna alternativa. La sento come una catastrofe”.

Siamo entrati in campagna elettorale: con il suo spettacolo, con la nostalgia, con la commozione, pensa in qualche modo di influenzare il pubblico, indirizzandolo, suggerendogli un tipo di voto?
“Io ho votato l’ultima volta nel 1976, per il Pci, come avevo fatto sempre sino ad allora. In quell’anno Luporini ed io abbiamo scritto ‘Le elezioni’, che ho rimesso in questo spettacolo, e che sembra proprio attuale, al pubblico piace, lo fa ridere, con la sua atmosfera linda, piena di buoni sentimenti, in cui ci ho messo tutto il mio distacco da un gesto così democratico da non esserlo più”.

Cosa vuole dire?
“A furia di essere molto molto democratici, nessuno ha più responsabilità, siamo così garantisti che quando sei dentro al giro, qualunque errore tu faccia, non paghi mai, non vieni mai cacciato via. Il voto, a chiunque tu lo dia, conferma questa spirale che non mi piace e mi soffoca”.

Continuerà a non votare anche adesso, in un momento particolarmente difficile, con la sinistra confusa e divisa e le Leghe che avanzano?
“Ho la sensazione che l’errore di base che ha provocato l’attuale grave situazione non sia più controllabile. L’unica possibilità che vedo è inquinare questo sistema con il non voto. Se lo facesse il 51 per cento degli italiani qualcosa dovrebbe cambiare per forza”.

Però chi non crede più nei partiti, oggi, almeno al Nord vota Lega.
“Le leghe mi danno una sensazione di vecchio, rientrano negli stessi meccanismi di uso del potere, rappresentano il voto più contraddittorio e inutile: perché chi volta Lega lo fa per sfiducia nel sistema politico, ma sa anche che quella gente non è in grado di risolvere niente”.

Il suo coautore Luporini, davanti al successo dello spettacolo ha detto scherzando: “Se facciamo altre tre canzoni come ‘Qualcuno era comunista’ diventiamo un partito”. Accetta per il suo Teatro Canzone l’etichetta, che sembrava scomparsa, di teatro politico?
“Ho brutti ricordi di quando tutto era politico: io ho cominciato a non riconoscermi più in quello che i giovani facevano in nome della politica tanti anni fa, quando qualche gruppo cominciò a sparare. È stato allora, alla fine degli anni ‘70, che è cominciato a crollare tutto, quando ogni possibilità di dialogo e cambiamento si è chiusa. Per due anni io non sono riuscito più a lavorare, mi sembrava di essere diventato patetico, di parlare nel vuoto: poi tutta quella stupidità, quell’invasamento, hanno portato come contraccolpo alla grande allegria, alla voglia di soldi, di carriera, di rumore, di disimpegno degli anni ’80”.

E adesso?
“Quella lunga festa non piace più a nessuno. Il calore che ogni sera il pubblico mi regala esprime la voglia della gente di contare insieme, di avere una coscienza, diciamola pure la vecchia parola collettiva di uscire dall’isolamento e da quel silenzio che ci umilia quando ci troviamo tra amici e ognuno di noi aspetta che sia l’altro il primo a cominciare a dire qualcosa che sia un’idea, e non comincia mai nessuno. È una bella sorpresa che dal mio spettacolo la gente esca carica, con più energia e la vaga voglia di impegnarsi”.



 


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