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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Interviste '90



La Repubblica - Spettacoli/Roma - 13/02/1990


Gaber contro il topo

di Aldo Lastella

L’autore-interprete ci parla del nuovo spettacolo che porta a Roma fino al 4 marzo, un monologo senza canzoni sul bilancio sentimentale di un uomo. Nel pomeriggio del 3 marzo, incontrerà anche il pubblico
 

Stasera “Il grigio” debutta al Giulio Cesare

Giorgio Gaber è un amabile signore che non si tira indietro di fronte a nulla e non indulge mai alla maschera dell’Artista che parla soltanto attraverso e del suo lavoro. Con Gaber si può conversare di tutto: dalle università occupate alla televisione, dall’umorismo al teatro. Ed è proprio per parlare, e ovviamente fare, di teatro che l’autore-attore-mattatore milanese si trova a Roma, dove approda finalmente con il suo spettacolo Il grigio, in scena da stasera al 4 marzo al Giulio Cesare.
Di questo nuovo spettacolo si sa già molto: è in giro per l’Italia da oltre un anno. Una tournée interrotta da una malattia che costrinse Gaber a fermarsi per circa due mesi, cancellando appunto le date romane, recuperate ora. Se ne conosce già la formula che scombina la costrizione teatral-musicale cui Gaber ci ha abituati da vent’anni a questa parte: niente canzoni, ma un monologo accompagnato da musiche di scena.
“Solo prosa, senza canzoni, che avrebbero spezzato la tensione narrativa” spiega l’autore-interprete “Il grigio si ricollega al precedente Parlami d’amore Mariù come ricerca nel mondo dei sentimenti. Lo spettacolo è nato da una sceneggiatura cinematografica scritta da me e Luporini, che non è mai diventata film”.
Lo spunto è la fuga di un uomo dalla confusione, dal marasma esistenziale in cui si trova in città, verso un momento di solitudine e quindi riflessione.
“Inevitabile che tenti un bilancio della sua vita, è costretto a guardarsi dentro e a confessare la sua impotenza sentimentale”, in competizione con un disagio che prende la forma (“invisibile, come il coniglio Harvey del famoso film”) di un semplice topo.
“Parliamo di un individuo, di temi individuali, ma che oggettivati riguardano poi tutti”.
Difficile fermare il torrente di parole che, pacatamente, Gaber riversa sui suoi interlocutori. Si parla ancora di teatro, e di televisione, quel piccolo schermo che da vent’anni Gaber diserta.
“Sì, è dal ‘70 che non faccio tv, ma ho fatto una scelta che mi sembra abbastanza rivelatrice: i ritmi della tv non sono i miei ritmi e non sono abbastanza esibizionista da sentire il bisogno delle telecamere. Ho scelto il teatro perché mi sembra un mezzo di comunicazione meno inquinato di altri. Anche se mi piacerebbe registrare qualcosa, perché penso che di vent’anni di spettacoli non rimarrà nulla. Però non è facile riuscire a ricreare l’atmosfera teatrale in televisione”.
Ma molto è cambiato anche nel teatro in questi vent’anni: è mutato il pubblico, il modo di parlare agli spettatori...
“La comunicazione con il pubblico non è legata ai temi che si trattano, ma all’identificazione che si riesce a creare. In questi ultimi dieci anni, la sensibilità intellettiva media mi sembra sia caduta vertiginosamente: il pubblico conserva una grossa capacità emotiva, ma quando tende a razionalizzare questa emotività, crolla. Questa minore capacità nel cercare di capire mi sembra proprio una caratteristica del decennio Ottanta, dominato dalle finte trasgressioni, che possono essere Arbore o certi programmi di RaiTre”.
E Benigni, o Grillo, per il quale ha fatto la regia di "Buone notizie"?
“Con loro è diverso: siamo all’invettiva, all’insulto. Danno voce al qualunquismo da bar che purtroppo si è un po’ perso, ammazzato anch’esso dal terrorismo. Benigni e Grillo rappresentano il desiderio dello svago, dicono le cose che molti vorrebbero urlare, ma hanno paura di essere accusati di qualunquismo”.
Torniamo al teatro, e a quel ruolo di direttore artistico del Goldoni di Venezia che Gaber ha assunto da questa stagione.
“Nello spettacolo italiano, la parte organizzativa è molto carente: gli americani sono apprezzabili perché non hanno idee ma sono grandi professionisti; noi abbiamo perso le idee e non abbiamo professionalità. In questo il mio ruolo al Goldoni è molto stimolante”.
E il previsto "Aspettando Godot" in coppia con Jannacci? “Affrontiamo Beckett con la spudoratezza dei non-attori e la consapevolezza che le migliori interpretazioni di Vladimiro ed Estragone sono state dei detenuti che l’hanno messo in scena. Il pericolo da evitare sarà il fare in scena Jannacci e Gaber che si divertono”…



 


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