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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Articoli '80



L'Espresso - n.21 - 31/05/1981


E se lui fosse Dio? Sarebbe un bel guaio

di Gianni Riotta

Il disco di Gaber. “L’Espresso” di questa settimana regala un controverso disco di Giorgio Gaber accompagnato da un’intervista di Sergio Saviane al cantautore. Il disco è già stato e sarà occasione per molte polemiche. Eccone la storia
 

Roma. “L’Espresso” di questa settimana regala un nuovo disco in cui Giorgio Gaber – “il vate dei cani sciolti” Io definì il giornalista Zincone – canta una canzone e risponde a una serie di domande formulate da Sergio Saviane.
La canzone è “Io se fossi Dio”, probabilmente uno dei testi più corrosivi d’un cantautore italiano. Un testo acido, oltranzista, destinato dal suo autore a dare fastidio a tutti, indistintamente, nel senso che il brano di Giorgio Gaber e Sandro Luporini allinea in un identico tiro al bersaglio l’intera Italia politica. Dai radicali ai comunisti, dai socialisti alla nuova sinistra. Fino ad arrivare alla Dc, colpita proprio nel martire Aldo Moro. Un disco spigoloso che fece talmente discutere da non riuscire a trovare nessun canale di diffusione discografica ufficiale, se non un’etichetta minore che ne riprodusse il testo su un disco a una sola facciata.
La miscela di Gaber che “L’Espresso” ripropone all’ascolto e alla riflessione critica dei lettori, risultò esplosiva anche per la radio e la televisione che non ne misero mai in onda le note, ricongelando rapidamente i rapporti con Gaber che erano migliorati proprio l’anno scorso (la televisione trasmise uno special su di lui nell’autunno dell’80) alla vigilia dell’uscita di questo disco.
Di che cosa è accusato Gaber? In sostanza la critica che gli fu mossa da più parti, di cultura e di politica differente, fino ai comunisti, è di avere affrontato la questione del terrorismo in Italia in modo del tutto arbitrario e unilaterale, violento e schematico: di sottovalutare, in una parola. “l’attacco alla democrazia” sottolineando con troppo vigore la sua opinione che il malgoverno sia la vera radice della violenza politica nel nostro paese. Gaber si è difeso contrattaccando, ribadendo polemicamente le sue tesi nel corso di roventi dibattiti organizzati da radio libere milanesi. Ha scelto dunque la strada di non fare pace con chi lo accusava. E ancora oggi non ha fatto pace.
Ma facciamo un passo indietro. Qual era lo stato d’animo di Gaber quando componeva “Io se fossi Dio”? Il cantautore milanese aveva visto il suo pubblico allo sbando a partire dalla seconda metà degli anni Settanta quando le speranze di rinnovamento del Sessantotto andavano in fumo e il terrorismo si accingeva a raccogliere le frange disperate di quella generazione. In quel periodo Gaber s’era cucito addosso un ruolo difficile. Stava a sinistra, certo, ma non chiacchierava per assecondare la nuova moda politico musicale. Anzi. Componeva canzoni in cui denunciava proprio quel che non gli piaceva del suo pubblico di sinistra, come la famosa “Polli d’allevamento”. Poi, verso la metà del 1980 Gaber intuì che il suo paese, di cui si prendeva tanto a cuore, entrava in una fase differente e decise di dedicargli una canzone: “Io se fossi Dio” appunto. E bisogna dargli atto che lo fece proprio nel momento in cui, come abbiamo ricordato, la televisione di Stato lo accoglieva con tutti gli onori riproponendolo al grande pubblico.
Stava ancora limando questo testo quando l’andai a trovare a Milano, per un’intervista, una chiacchierata che divenne un feroce pomeriggio di critiche e autocritiche, di ricordi, speranze, previsioni politiche fatte e fallite, mischiate all’analisi musicale di questo o quel cantante, di questo o quel periodo.

Era un pomeriggio strampalato, emblematico di certi fatti che i giornali poi sparano, complicano, che compongono la vita quotidiana di tutti noi. C’era – semplicemente – lo sciopero della metropolitana, per una vertenza – credo – dei macchinisti.
La casa di Gaber, come ogni altro posto milanese, diventava quasi inaccessibile, lontana, remota e, una volta arrivati, sembrava ancora più curioso e affascinante questo signore che si prendeva la briga di mettere in parole e musica un malessere suo.
Tanto per gradire, appena entrato, Gaber impugnò una chitarra e si mise a suonare “Io se fossi Dio” nella parte dedicata ai giornalisti da liquidare tutti “che dove cogli cogli bene”.
Poi Gaber innestò una cassetta, in un registratore, e mi fece sentire l’intera canzone. Gliene importava nulla, capii subito, se il testo mi piaceva poco o molto. Era curioso di vedere invece, come ‘buttava’ in politica, come funzionava il discorso, se faceva presa, se alzava scintille di polemica.
Non era difficile rassicurarlo su questo. Se la prendeva con i piccolo-borghesi, auspicava un ritorno del furore antico delle rivolte ottocentesche, prometteva un giudizio divino, intero e distaccato, severo e giusto, agli apostoli tardivi “della militanza e della misticanza”.
Non si tirava fuori, semmai si diceva “troppo immischiato nei vostri sfaceli”. Rampognava i giornalisti, ma senza acidità criticandoli per la stupidità nel non lavorare sulla libertà ancora a loro disposizione.
Nell’Italia “piena di sgomento”, Gaber crocifiggeva in fila gli “untuosi democristiani”, “i grigi compagni del Pci”, i radicali (“non so chi vi ha chiamato compagni”) accusati di progettare referendum per stabilire dove possano pisciare i cani. Non escludeva i socialisti “nuovi fuori e vecchi dentro”, registi di “schifose ambiguità”.

Aggirava la critica di dimenticare il terrorismo (eravamo alla vigilia politica del caso D’Urso) spiegando di sentire estranei i terroristi, come lontani, perduti, smarriti. un’umanità politica su cui anche la polemica, la satira, lo sfregio non riuscivano più a graffiare, chiusi come erano nella stratosferica lontananza delle loro azioni dalla realtà. Il grido, rauco e disperato, era alla fine. Un’invettiva estrema che liquidava il terrorismo accusandolo di avere santificato Aldo Moro, di averne fatto un leggendario statista, mentre era solo “insieme alla Dc il responsabile di venti anni di cancrena italiana”.
Roba da finire dentro, “ma”, affermava Gaber, “io se fossi Dio avrei anche il coraggio di finire in galera”. Finì solo nella cella ermetica della diffusione limitata, anche se i giornali e l’emittente milanese “Radio Popolare”, parlarono a lungo di questo suo lavoro.
“Lotta continua” poi pubblicò il testo della canzone e così, anche se non attraverso i normali canali di distribuzione, la nuova canzone di Giorgio Gaber a poco a poco si è fatta conoscere da un vasto strato di pubblico soprattutto giovane.
Ora “L’Espresso” ridistribuisce il disco di Gaber accompagnato da un’intervista di Sergio Saviane all’autore.



 


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