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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Articoli 2000



Il Mucchio Selvaggio - - 08/05/2001


Io amo Gaber

di Andrea Rui Scanzi

Giorgio Gaber La mia generazione ha perso CGD Warner
 

Adoro Gaber. Anzi, no: lo amo. Di lui mi piace tutto, anche i difetti. Amo la sua mimica inimitabile, la voce, quel suo non essere mai chic, al punto che lo “scik” se l’è tolto anche dal cognome. Mi piacciono gli “yeeh” con cui scarica la tensione, la sua eleganza, il coraggio di abbandonare la fama per cercare l’abbraccio del teatro. Amo quel suo non essere di destra, quel suo essere di sinistra senza essere della sinistra. Soprattutto, di lui (e di Luporini) adoro quel loro vivere la vita in chiave problematica, quel non essere mai interamente condivisibili. Il guaio è che Gaber ha ragione anche quando ha torto.
La mia generazione ha perso è un disco splendido, che suona ottimamente (il produttore è Beppe Quirici). Per una volta, Gaber ha dato la giusta importanza anche alla componente musicale, chiudendosi in studio come non faceva da una vita (per una dettagliata discografia, rimando all’ottimo www.giorgiogaber.cjb.net). Dei dodici brani, gli inediti veri e propri sono tre: L’obeso (il momento musicale migliore), Il desiderio e l’invettiva La razza in estinzione, sorta di Io se fossi Dio in diesis minore. Il resto, i gaberologi lo conoscevano già: Si può, Il conformista, Il potere dei più buoni, Destra-sinistra (gli aspetti tragicomici della sfera pubblica); Canzone dell’appartenenza, la bellissima Verso il terzo millennio (la riflessione filosofica); Un uomo e una donna, Quando sarò capace d’amare (le malattie della sfera privata). E, a concludere, Qualcuno era comunista (dal vivo).
Lavoro apocalittico ma non privo di speranza, l’opera segna il ritorno nel mercato discografico ufficiale di Gaber, ed è proprio questo l’aspetto più rilevante. In Italia, il teatro è l’unica cosa a contare meno del softball. Per questo, un brano come Destra-sinistra, proposto da anni a teatro (e solo a teatro), può essere recepito dal grande pubblico come una piacevole “novità”, capace di trasportare l’artista in classifica. Se questo disco, come sta già accadendo, permetterà a molte persone di scoprire Gaber, avrà raggiunto l’obiettivo primario. Scoprire il Grande Gaber è una folgorazione bellissima. Significa trovare un amico, e capire che, nell’eterna lotta tra pubblico e privato, l’unica salvezza non è né la militanza né il disinteresse, ma l’aspirazione forse utopica, certo bellissima, alla risoluzione di quella che Fenoglio chiamava questione privata. Soprattutto in questi tempi di dittature del mercato e “uomini giunti al livello minimo di coscienza”.



 


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