Sei in: Archivio » Stampa » Dettaglio articolo/intervista

Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Interviste '80



Com Nuovi Tempi - n.6 - 31/03/1985


A come Albero, ripartiamo dall’alfabeto

di Andrea Bianchi e Giovanni lacovoni

Conversazione su temi diversi con Giorgio Gaber. Il cantante afferma tra l’altro che alimentare la separazione delle cose dal loro spirito originario vuol dire andare incontro a incomprensioni e incomunicabilità.
 

Riprendiamo il discorso iniziato alcuni mesi fa con Giorgio Gaber (com-nuovi tempi n. 21-1984). Gaber è a Roma per rappresentare il suo ultimo spettacolo “Io se fossi Gaber”, con testi suoi e di Sandro Luporini; lo spettacolo, che concluderà a maggio il suo lungo itinerario attraverso l’Italia, è fortemente caratterizzato da una particolare attenzione nei confronti dell’ambientazione scenica (splendidi i giochi di luce) e dall’aspetto più propriamente musicale che oggigiorno non può prescindere dalla bravura dei tecnici del suono, oltre che da quella dei musicisti.

COM-NUOVI TEMPI: Una parte della generazione degli anni ‘70 ha costruito una rivolta: alcuni hanno anche preso le armi. Vorremmo proprio iniziare da qui, chiedendoti se sei rimasto colpito dal recente cambiamento dei modi di vedere la propria storia – che poi è anche una storia collettiva che il recente fenomeno della dissociazione ha introdotto in alcuni pezzi della società italiana.
Gaber: Ci troviamo molto spesso di fronte a delle angosce che per alcuni sono affrontabili attraverso analisi che mirano ad individuare le cause e le motivazioni di certi comportamenti; per altri il discorso è diverso. Credere che le cose si potessero risolvere soltanto parlandone è stata una nostra fede che non ha tenuto conto del fatto che non tutti hanno bisogno di chiarezza in termini di pensiero: molti infatti hanno bisogno di raggiungere la chiarezza in maniera assolutamente autonoma, attraverso strade che sono misteriose e sorprendenti.

CON MOLTE PERSONE E IN CERTE SITUAZIONI DIVENTA CIOÈ IMPROPONIBILE IL TENTATIVO DI COMUNICARE PER CAPIRE, PER RISALIRE ALLE ORIGINI?
Credo che siano pochi quelli che hanno la passione della conoscenza. In generale è il politico ad essere personale, e non viceversa, come spesso è stato detto: attorno alle persone allora non bastano i discorsi, ci vogliono delle situazioni, ci vuole un desiderio reale di venir fuori da certi punti morti. I discorsi, così come per il problema della droga, sono spesso insufficienti, confusi. Direi allucinanti. Prima parlavate di reinserimento in questa società (il discorso che fa Cl sui detenuti politici – n.d.r.): sono parole tremende, quando per strada c’è gente che si mette dentro delle robe pazzesche (la droga – ndr); dobbiamo stare zitti se non abbiamo capito niente di ciò che sta succedendo.

MA IN QUESTO MODO NON SI RISCHIA DI SCIVOLARE LENTAMENTE VERSO L’AMMUTOLIMENTO PIÙ COMPLETO?
Direi piuttosto che c’è un interrogativo su tutto; nello spettacolo che sto rappresentando in questi giorni butto lì una frase – “che senso ha il senso?” – volendo con ciò intendere che siamo arrivati a questo limite, a questo appuntamento. Ho paura che ciò a cui stiamo assistendo e a cui siamo partecipi ci porti inevitabilmente verso discorsi più grandi di quelli come giustizia/non giustizia o libertà/non libertà, o quanto meno le risposte vanno cercate altrove. Insomma laddove i problemi basilari quali la fame e il freddo sono stati superati, si rischia di andare verso la follia. In Italia è diverso, c’è il casino... Ma nei luoghi nei quali tutto funziona non è difficile intravedere i segni della tristezza: non sai cioè contro chi incazzarti.

E A QUESTO PROPOSITO COME VEDI, AD ESEMPIO, LE RECENTI RIPRESE DEL TERRORISMO IN GERMANIA E IN ALTRI PAESI EUROPEI?
Questo tipo di sintomi a volte si nascondono (maledetti!) dietro motivazioni diverse da quelle che ci vengono presentate. C’è qualcos’altro dietro. Così come il ‘68 e gli anni immediatamente a seguire non sono stati certo i periodi delle forti battaglie salariali; la gente che sparava nelle piazze credeva veramente nella Rivoluzione Comunista? Bisognerebbe cioè capire le loro ragioni. Allo stesso modo vorrei capire il gioco che io chiamo “dell’assenza e della presenza”, per il quale alcune persone sono coinvolte veramente nelle cose, mentre altre riescono a mantenere quel distacco che permette loro di dire: “Bè, io sono qua, ma ho la mente altrove”.
NON PENSI CHE QUESTI DISCORSI CORRISPONDONO PIÙ CHE A UN CAMBIAMENTO DELLA REALTÀ, A UN TUO MUTAMENTO INTERIORE?
Non c’è dubbio. Ma questo perché ho vissuto dei periodi diversi. Prima c’era il problema di trovare i soldi per comprare un paio di scarpe, oggi c’è quello della scelta fra dieci paia. Ho assistito ad un cambiamento reale della vita delle persone, delle aspirazioni, dei desideri. Oggi credo che siamo di fronte ad un’escrescenza, a sistemi che si sviluppano in maniera autonoma: le cose gonfiandosi in maniera gigantesca giungono a perdere di senso. E di conseguenza per coloro che si propongono un’azione, come voi ad esempio, gli spazi sono sempre più ridotti. Esiste qualche affinità tra me e voi: stiamo in ogni caso cercando un tentativo di comprensione del tutto. La mia azione non è nient’altro che un tentativo di portare le mie scoperte emotive o anche teoriche sul palcoscenico; ma come puoi trarre da ciò possibilità per l’azione? Luporini (che collabora con Gaber nel produrre i testi dello spettacolo, n.d.r.) mi scrive: “L’obeso non ha più bisogno di nemici, perché le cose non muoiono più per antagonismi ma per crescita smisurata. L’obeso si gonfia, ma c’è una risposta: la risposta è un’assenza, un’assenza magari fatta di pensiero, non d’opinioni, quelle le lasciamo all’obeso perché le ha già tutte. Chi è riuscito in tutto questo tempo a pensare e a non far niente si prenda una vacanza che se lo merita”. È questa oggi la mia sensazione.

E DA QUI PARTE L’ESIGENZA, CHE HAI ESPRESSO NELLO SPETTACOLO, DI FARE CHIAREZZA SUI TERMINI CHE ADOPERIAMO?
Certamente, figuratevi che in un primo tempo lo spettacolo si sarebbe dovuto chiamare “A come Albero", proprio ad indicare la necessità di ridefinire il significato delle parole, se non vogliamo finire per non capire niente. Ho letto su un muro una frase stupenda di Gesù che dice pressapoco così: “Di tutto ciò di cui abbiamo parlato inutilmente dovremmo risponderne nel giorno del Giudizio universale”. Credo che ogni parola sia una colpa se non ha senso, se non è indirizzata verso qualche cosa.

CHE COSA PENSI DEI TENTATIVI CHE STANNO FACENDO ALCUNI MUSICISTI EUROPEI PER CERCARE DI RIDARE ALLA MUSICA ROCK UNA FUNZIONE CONOSCITIVA E PROPOSITIVA?
Non ne so molto. Certo anche qui gli spazi sono ridotti: alcune cose hanno meno mercato. Devo comunque dire che per quanto riguarda la produzione “artistica”, lì la funzione di questo genere diventa problematica: allora tenderei piuttosto a limitarmi ad una osservazione emotiva, credo che il bello sia morale, ma non riesco a vederne immediatamente la sua risonanza sociale.

E PER QUANTO RIGUARDA IL MODO IN CUI I GIOVANI OGGI ASCOLTANO LA MUSICA, CREDI CHE CI SIA UNA VERA E PROPRIA METAMORFOSI?
Non capisco: con il disco c’era un attaccamento verso l’oggetto, ora non c’è più neanche quello, è un consumo più aereo, è un bombardamento vuoto; i criteri estetici e di godimento non sono legati tanto a delle sensazioni piacevoli o spiacevoli, quanto a situazioni momentanee. Se sento dire che Prince è bravo, non riesco a capire se è bravo veramente o solo se adesso funziona. Quando io dicevo che qualcuno era bravo, diventava un modello per me, quando ero innamorato di qualcosa era come se quella cosa mi appartenesse, si creava uno spazio dentro di me. Nel momento in cui non mi piaceva più, il distacco rappresentava un vero dolore. Voglio dire, la tendenza al consumo c’è sempre stata, ma credo diminuisca sempre di più il senso che una cosa ti appartenga.

E LE IMMAGINI DEI VIDEO MUSICALI DALLE QUALI SIAMO CONTINUAMENTE BOMBARDATI?
Mah! Credo che anche questi fumati hanno un po’ un senso che va al di là del bello e del brutto; sono pieni di violenza.

COME CERTI VIDEO PIENI DI SESSO E SANGUE?
Sì, è come dire “rompiamo con un segno fortissimo”: è il discorso del sempre di più, del gonfiamento delle cose senza sapere in quale direzione.

E QUEI VIDEO CHE PROPONGONO IMMAGINI ONIRICHE, A VOLTE QUASI SOPRANNATURALI?
È l’incubo, il grande incubo; anche se proiettate nel futuribile, sono immagini orrende, cariche di oscenità (non nel senso sessuale).



 


« Torna alla pagina precedente
Segui il sito su: Facebook