Sei in: Archivio » Stampa » Dettaglio articolo/intervista

Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Interviste '80



Com Nuovi Tempi - n.21 - 18/11/1984


Come sta il sociale? Bene, grazie

di Andrea Bianchi e Giovanni lacovoni

Giorgio Gaber, da noi intervistato, si sofferma sui contenuti del suo nuovo recital scritto insieme a Luporini. Sotto accusa - ma è poi davvero così? – è la “cultura dell’effimero”. I motivi di un successo che si rinnova di anno in anno.
 

Non nascondiamo di aver avuto un momento di smarrimento quando si è presentata la necessità di descrivere la produzione musicale, nel nostro panorama artistico, di un personaggio così complesso come Giorgio Gaber. Tanto più che è impossibile prescindere dalla dimensione teatrale, in cui Gaber esprime il massimo della sua personalità, e per la quale sono sempre stati concepiti i testi delle canzoni che da molti anni ormai egli elabora con Sandro Luporini.
Poche settimane fa è uscito il suo ultimo Lp, “Gaber”, nel quale, oltre ad una rimarchevole qualità dei suoni, ci hanno particolarmente colpito i testi di alcune canzoni (uno di questi, “Il sociale”, è riportato integralmente in questa stessa pagina) che tentano una riflessione su alcuni concetti e/o terminologie, come la massa, il sociale, gli altri, che nel corso di questi anni sono stati soggetti ad una perdita d’identità (sempre ché l’abbiano mai avuta), quando non ad una vera e propria mistificazione.
Discorsi, quindi, attuali ed estremamente stimolanti che hanno costituito l’oggetto di una piacevole chiacchierata avuta giorni fa con Gaber nei locali del “Sistina”.

NOI CREDIAMO CHE IL PUBBLICO CHE TI ASCOLTA E CHE VIENE AI TUOI SPETTACOLI ABBIA UN’ATTENZIONE DEL TUTTO PARTICOLARE NEI TUOI CONFRONTI. C’È GENTE CHE RITORNA DIVERSE VOLTE AI TUOI SPETTACOLI, CHE REGISTRA I TUOI DISCHI SU CASSETTE PER NON ROVINARLI. CHE SENSAZIONE TI DÀ TUTTO QUESTO?
Gaber: In parte lo so e mi fa molto piacere. Non penso che sia soltanto legato ad un fascino personale, io credo che noi (c’è anche Luporini, ndr) facciamo un lavoro che, rispetto ad altri, è più di indagine sulla realtà, quindi le cose che facciamo cercano sempre di avere dietro una sorta di supporto teorico, di visione del mondo. Per questo il rapporto tra il pubblico che viene a vedere lo spettacolo e quello che avviene sul palcoscenico è un po’ diverso dalla serata “piacevole”. È un discorso quasi di crescita comune. Non a caso noi diciamo che la nostra attitudine è quella di ascoltare un certo “brusio” che c’è in giro e che si percepisce dalle facce, dagli atteggiamenti della gente; noi lo sintetizziamo e lo restituiamo attraverso gli spettacoli. Quindi esiste questo tentativo d’identificazione, nel senso che le cose dette sono poi quelle che ognuno vive nella quotidianità. Il teatro, in genere, non offre questa cosa, e forse nemmeno la canzone. Bisogna anche considerare il fatto che, non scrivendo i testi da solo, cerchiamo di oggettivare al massimo ogni tema, non portiamo un’autobiografia in cui lo spettatore si identifica nella persona che racconta le sue vicende. Si è sempre teso, anche se con crescente difficoltà perché il “brusio” è oggi meno percepibile, di mettersi in contatto con le sensazioni più interessanti che ci sono in giro.

EFFETTIVAMENTE CI ACCORGIAMO CHE IL MODO DI VIVERE IL TUO SPETTACOLO È MOLTO DIFFERENTE DAGLI ALTRI, SOPRATTUTTO NON ESISTE, NEI TUOI RECITAL, UNA DISTINZIONE NETTA TRA RABBIA E ALLEGRIA, TRA PESSIMISMO E OTTIMISMO. TE NE RENDI CONTO TU CHE SEI DALL’ALTRA PARTE?
Io credo che la scoperta della verità più piccola è un momento di gioia, al di là se la verità sia “buona” o “cattiva”. È il momento della conoscenza che rappresenta in sé un momento positivo. Così anche se il quadro è in negativo io ho una sensazione esaltante nel trovarla e nel proporla, per cui lo spettacolo non può non avere in sé questa contraddizione. Alcuni dicono “uno spettacolo pessimista, amaro...”. No! Io non lo trovo assolutamente così. Provo una grande gioia a rapportarmi con il pubblico quando ho qualcosa da dirgli, anche se sono cose negative, altrimenti preferisco evitare questo contatto. Magari la gente che è davanti il palcoscenico si sente investita, però in effetti se questo rappresenta un acquisizione è sicuramente un fatto positivo.

MA NON CREDI CHE UN’ACQUISIZIONE SIA A VOLTE (CI RIFERIAMO ALLA CANZONE “IL SOCIALE”) CARENTE DEI NECESSARI “DISTINGUO”. TI SCAGLI CONTRO LE 150 ORE, CONTRO GLI ASSESSORI ALLA CULTURA DI SINISTRA. TUTTO È GETTATO ALL’ARIA?
Io sposto l’angolazione. In effetti questa critica mi tocca perché ti rendi conto delle difficoltà, ed io conosco le difficoltà delle amministrazioni di sinistra o delle Estati romane. Il discorso, che sarà poi quello dello spettacolo, è quello del gonfiamento delle cose in genere, dove perdono il loro significato originale. In realtà il sociale è un gonfiamento delle intenzioni iniziali, una perdita del senso originario: più metti cose in questa strada, più ne stravolgi i contenuti. Se dietro le Amministrazioni di sinistra non si capisce cosa vogliamo fare, e quindi non si fa chiarezza su alcune parole, una delle quali è “cultura” allora credo che non ne verremo a capo. Io non dico che le 150 ore siano una cretinata, io dico che l’illusione delle 150 ore è una cretinata, perché in effetti arrivati a certi livelli tutto scappa di mano, non ha più senso. La canzone “Il sociale” si collega così molto strettamente con il discorso sulla massa. Bisogna intendersi su che cosa è la massa, altrimenti termini quali “comunicazione di massa” finiscono con il rivolgersi non tanto a delle persone, quanto ad un’entità astratta che è un’invenzione della sociologia. Da qui nasce la mia polemica: si muove tutto, anche il sociale, su un’ipotesi che in realtà inesistente e solo chiarendo i termini puoi ironizzare su queste cose.

QUESTO DELLA “MASSA” È UN DISCORSO CHE TU, ANCHE SE IN MANIERA DIVERSA, FAI DA MOLTI ANNI...
Sì, ma mentre allora c’erano ancora forme di antagonismo, esistevano fasce di pubblico ben distinguibili, oggi queste fasce di pubblico non sono più individuabili. Il discorso della massificazione lo stiamo vivendo nella realtà di tutti i giorni, anche nelle piccole cose. Per reagire a questa massificazione la risposta dell’effimero è del tutto insufficiente: per questo in “Anni affollati” ho sentito l’esigenza di parlare di identità, di rapporti di coppia, di ospedali, di morte e di fede. Fede, intesa come tensione, movimento, ricerca, spinta, rivolta a “saltare il piano” anche se gli spostamenti che un uomo compie durante l’arco della sua vita non sono mai considerevoli. Il mio nuovo spettacolo (già rappresentato in alcune città italiane, ndr) riprende molte di queste tematiche, ma con una chiara attenzione verso la capacità di ironia degli italiani nella quale bisogna riporre molta fiducia.

RITIENI DI ESSERE ANCORA IN "ATTESA", COME AFFERMI NELL’ULTIMA CANZONE DELLO SPETTACOLO “ANNI AFFOLLATI”?
Sì, sia come periodo di storia che stiamo vivendo, sia come mia situazione di vita, di perenne ricerca: in fondo uno degli errori del movimento del ‘77 è che si cercava per trovare, invece di cercare per cercare.
La discussione con Gaber continua intorno a temi quali il valore della canzone, la produzione dei cantautori italiani negli ultimi quindici anni (“una delle più interessanti del mondo”), il rapporto tra canzone e personaggio, il crescente successo di prodotti fondati sulla contaminazione fra diversi generi artistici. Di questo ed altro Gaber si è riservato di parlarne più approfonditamente con noi a febbraio, quando verrà a Roma per rappresentare il suo ultimo spettacolo. In quella occasione torneremo sull’argomento.



 


« Torna alla pagina precedente
Segui il sito su: Facebook