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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Interviste '90



Centro di Poesia e Cultura di Reggio Emila - - 1994


Giorgio Gaber

di Cristina Canovi e Francesca Azzali


 

C’E’ UN’ARIA

Dagli schermi di casa un signore un po’ pelato
o una rossa decisa col gomito appoggiato
ti danno il buongiorno sorridendo e commentando
con interviste e filmati ti raccontano a turno
a che punto sta il mondo.

E su tutti i canali arriva la notizia
un attentato, uno stupro, o se va bene una disgrazia
che diventa un mistero di dimensioni colossali
quando passa dal video a quei bordelli di pensiero
che si chiamano giornali.
C’è un’aria, un’aria, ma un’aria.

E in quel grosso mercato di opinioni concorrenti
puoi pescare un’idea fra le tante stravaganti
e poi ci sono le ricerche e i pensieri alternativi
che ti vengono addosso come le marche
dei preservativi.
C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria.
C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria.

Lasciateci aprire le finestre
lasciateci alle cose veramente nostre
e fateci pregustare
l’insolita letizia
di stare per dieci anni senza una notizia.

E c’è un gusto morboso nel mestiere di informare
uno sfoggio di pensieri senza l’ombra di un dolore
e le miserie umane raccontate come films gialli
sono tragedie oscene che soddisfano la fame
di questi avidi sciacalli.
C’è un’aria, un’aria, ma un’aria.

Gli inviati speciali testimoniano gli eventi
con audaci primi piani e inquadrature emozionanti
di persone disperate che stanno per impazzire
bambini denutriti e così ben fotografati
messi in posa per morire.
C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria.
C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria.

Lasciateci almeno l’ignoranza
che è molto meglio della vostra idea di conoscenza
che quasi fatalmente
chi ama troppo l’informazione
oltre a non sapere niente è anche più coglione.

Sarà una coincidenza o forse opportunismo
intervenire se conviene forse è una regola del giornalismo
e quando i grossi farabutti li hanno presi con i soldi addosso
lo sapevate da sempre ma siete stati belli zitti
e ne parlate adesso.
C’è un’aria, un’aria, ma un’aria.

E questa messa in scena è talmente sconcertante
che dobbiamo imparare a non credere più a niente
e se hanno ucciso un uomo la gente guarda e resta scossa
ma si deve dubitare: chissà se il sangue è vero
o se è vernice rossa.
C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria.
C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria.

Lasciatemi col gusto dell’assenza
lasciatemi da solo con la mia esistenza
che se mi raccontate la mia vita di ogni giorno
finisce che non credo neanche a ciò che ho intorno.
C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria.

Ma la televisione che ti cura dolcemente
presa a piccole dosi, direi quasi che è un tranquillante
la si dovrebbe guardare tranquilli e rilassati
come quando si ama con il cuore
ma con gli occhi bendati.

E leggendo i giornali con un minimo di ironia
li dovremmo sfogliare come romanzi di fantasia
che poi il giorno dopo o anche il giorno stesso
vanno molto bene per accendere il fuoco
o per andare al cesso.

C’è un’aria, un’aria, ma un’aria
c’è un’aria, un’aria, ma un’aria
c’è un’aria, un’aria, ma un’aria
che manca, che manca, che manca,
che manca l’aria.

G.G. “Dagli schermi di casa un signore un po’ pelato
o una rossa decisa col gomito appoggiato
ti danno il buongiorno sorridendo e commentando”
Da quando abbiamo fatto questa canzone le cose stanno sempre peggiorando, giorno per giorno. I quotidiani sono diventati quasi Novella 2000: anche i quotidiani!!! Una cosa agghiacciante.

La cosa più agghiacciante è l’ignoranza invereconda di certi giornalisti. Le riferiamo (e basti come esempio) un episodio che ci è capitato di recente. Avevamo proposto al direttore di un mensile specializzato in musica, moda e spettacolo (non siamo Baccini, quindi non facciamo nomi e cognomi) un servizio sui Doors ed, in particolare, sul loro leader: Jim Morrison. All’epoca era in circolazione nei cinema il film di Oliver Stone: “The Doors” – film discutibile ma di grande successo – e dilagava una vera e propria mitomania. Del resto, il nome Jim Morrison si commenta da sé, anche senza questo tipo di pubblicità estremamente commerciale e deleteria.
A colloquio con il direttore, che sembrava entusiasta della nostra proposta, più per motivi venali che per motivi culturali (“venderà bene, eh?” si era assicurato), davamo per certo che Costui, che non aveva più di ventisei anni, sapesse di chi si stava parlando. Senonché, già sentendo nominare Oliver Stone, il fannullone gaudente, come lo definirebbe Verga, appariva totalmente disorientato. Inutile elencargli film come “Nato il quattro luglio”, “Wall Street”...
In ogni caso, secondo la ferrea logica del direttore, eravamo NOI le due idiote integrali, perché, ci spiegava, il vero giornalismo si fa per strada, intervistando la gente. Vorrà dire – abbiamo pensato – che te lo racconterà quella signora che passa laggiù chi è Oliver Stone, che cosa è un oscar e, magari, ti dirà anche che un direttore di un giornale che pretende di parlare di spettacolo dovrebbe andare, qualche volta, al cinema o a teatro.
Come se non bastasse, Costui, al termine di una logorroica disquisizione filosofica sull’ignoranza come sintomo di creatività, ci ha chiesto, con quel suo bel distillato di faccia di bronzo: ma questo qui (Jim Morrison, n.d.s.) si può andare ad intervistare? Suona ancora?
Gli abbiamo spiegato che Jim Morrison è morto, purtroppo, nel luglio del 1971: una perdita irreparabile per la scena rock mondiale.
- Ah sì? – ha risposto .
- Anche John Lennon è morto, sai... gli abbiamo riferito.
- Chi?!?
- John Lennon: i Beatles... Yesterday...
- Ah, davvero?
- Mick Jagger invece è vivo. Mick Jagger (sguardo catatonico): conosci i Rolling Stones?
- No, mi dispiace.

G.G. Non è possibile. Jim Morrison: non conosceva Jim Morrison?!?
E i Rolling Stones? Buio totale. È inconcepibile!


IO COME PERSONA

In un tempo di rassegnata decadenza
serpeggia la tensione nascosta dall’indifferenza.
In un tempo così caotico e corrotto
in cui da un giorno all’altro ci può succedere di tutto.
In un tempo così confuso e incongruente
con tanta informazione che alla fine uno non sa niente.
In un tempo di affrettata distruzione
si butta via il passato e cresce la disperazione.
In un tempo dove il mito occidentale
nel momento in cui stravince è nella crisi più totale.
In un tempo in cui milioni di persone
si massacrano fra loro e non sappiamo la ragione.
In un tempo sempre più ostile allo straniero
e tutti i popoli del mondo stanno premendo sull’impero.
In un tempo che è forse peggio di una guerra
dove gli ordigni nucleari pian piano invadono la terra.
In un tempo senza ideali né utopia
dove l’unica salvezza è un’onorevole follia.

E io
io come persona, io come persona
e io come persona completamente fuori dalla scena
io come donna o uomo che non avverte più nessun richiamo
io con il mio impegno
e col bisogno di aggregarsi e scegliere
io che osservo il tutto
con il sospetto di non sceglier mai
e sono io coi miei sentimenti, coi miei traguardi quasi mai raggiunti
io con la mia fede che si disperde in infinite strade
io stordito e spento
con lo sgomento di dover assistere
io confuso e vuoto
e rassegnato a non schierarmi mai
a non schierarmi mai, a non schierarmi mai.

In un tempo dove tutto ti sovrasta
e qualsiasi decisione passa sopra la tua testa.
In un tempo dove il nostro contributo
la nostra vera colpa è solamente un voto.
In un tempo che non ti lascia via d’uscita
dove il destino o qualcuno ha nelle mani la tua vita.

E allora ti allontani da tutto, ma con fatica, senza arroganza, come un uomo sconfitto che riesce a vivere solo rifugiandosi nel suo piccolo mondo. Ma la salvezza personale non basta a nessuno. E la sconfitta è proprio quella di avere ancora la voglia di fare qualcosa e di sapere con chiarezza che non puoi fare niente.
È lì che si muore fuori e dentro di noi.
Sei come un individuo innocuo, senza slanci e senza idee. E se non ti si ferma il cuore è perché il cuore... non ha mai avuto la pretesa di pensare. Un individuo impoverito e trasportato al capolinea, un individuo sempre più smarrito e più impotente, un uomo al termine del mondo, ai confini del più niente.

Ma io
io come persona, io come persona
ma io come persona ci sono, io come persona ci sono ancora
io come donna o uomo ci sono, io come donna o uomo ci sono ancora
io coi miei sentimenti ci sono, io coi miei sentimenti ci sono ancora
io con la mia rabbia ci sono, io con la mia rabbia ci sono ancora
io con la mia voglia di parlare ci sono, io con la mia voglia di parlare ci sono ancora
io con la mia fede ci sono, io con la mia fede ci sono ancora
io come persona ci sono, io come persona ci sono, ci sono, ci sono
ci sono ancora.

Il suo rapporto con il pubblico risulta estremamente dialogico, umano, intrigante: lei attribuirebbe questo fatto ad una naturale carica istrionica data a priori, assolutamente irrazionale, oppure ad un quid di costruito e meditato?

G.G. Purtroppo queste componenti non si studiano e sono molto legate alla propria fisicità. Ognuno si confronta con il pubblico attraverso il proprio corpo ed il proprio bagaglio di esperienze; quindi, dietro a questo modo di rapportarsi, c’è l’iter che ci ha condotti a questo lavoro: perché lo si fa, i condizionamenti che si hanno avuti, quelli che ci si è tolti, quello che si riesce ad esprimere, quello che si dà come senso al proprio lavoro. Tutte queste cose non si possono, probabilmente, schematizzare e neanche cercare di capire completamente. Io credo che questo spettacolo in particolare tenga stimolato il pubblico e lo chiami a diversi interventi. Quindi non c’è questa specie di torpore per due ore per cui uno, alla fine, è veramente addormentato. Qui, evidentemente, il rapporto cresce dall’inizio alla fine: la stessa frammentarietà di questo tipo di teatro favorisce una continua partecipazione da parte del pubblico. In realtà, ho fatto anche spettacoli solo di prosa, in cui non c’era questo tipo di continuità di intervento da parte del pubblico: devo dire che la comunicazione avveniva in modo ugualmente tangibile.
Io vado sul palcoscenico chissà per quali ragioni: chissà perché faccio questo mestiere? Chissà perché ho incominciato a farlo?... Però ho posto delle condizioni al mio rapporto con il pubblico: ho scelto di salire sul palcoscenico quando mi sembra che ne valga la pena, quando mi pare di avere delle cose da dire e quando credo che questo rapporto favorisca una comunicazione con un senso, che non è mai gratuita, non è narcisistica, non è egocentrica e personalistica, ma tende a coinvolgere, anche nella struttura, le persone in quanto protagoniste delle cose che racconto. Il tutto, naturalmente, partendo da una scrittura che è personale - perché non può essere che tale - anche se scritta a quattro mani con Luporini. Tutto lo spettacolo, infatti, tende all’allargamento: non è che si vada a raccontare i fatti nostri. Si va a raccontare i fatti di quelli che ci vengono a vedere: è questa sorta di identificazione in quello che si sta dicendo a favorire la partecipazione del pubblico. Questo è uno dei dati.
Poi c’è il modo di essere sul palcoscenico, il modo di compiacersi che questa comunicazione avvenga via via, come scambio di energia con il pubblico.

Al di là dell’istintualità tout-court, che sprigiona questo scambio di energia con il pubblico, qual è l’elemento che determina la risata?

G.G. Innanzi tutto devo fare una precisazione: io non sono un comico. Sono uno che fa dell’ironia sulle cose e su se stesso, che crea una specie di sintonia con il pubblico grazie alla quale si può fare ridere anche dicendo “Che caldo!!!”, se il pubblico intuisce che dietro a “ma che caldo” c’è una disperazione che va al di là del caldo.
A questo punto non è più comicità: è creare una situazione comica nella quale io mi inserisco. Il pubblico, a propria volta, capisce e si immedesima.

Ci pare che lei sia un umorista, nel senso pirandelliano del termine.

G.G. Sì, ecco: diciamo che lo humor e l’ironia sono qualità che abbiamo tutti, mentre la comicità è una dote naturale che hanno, probabilmente, solo i comici. Per carità: anche l’ironia più accentuata e brillante ce l’hanno in pochi. L’ironia è, comunque, una dote che è patrimonio di tutti, quindi ognuno ha la possibilità di esercitarla su se stesso proprio tramite il guardarsi dal di fuori, il guardare le cose da un’angolazione differente.


BAMBINI G.

Io mi chiamo G.
Io mi chiamo G.

No, non hai capito sono io che mi chiamo G.
No, sei tu che non hai capito. Mi chiamo G. anch’io.

Il mio papà è molto importante.
Il mio papà, no.

Il mio papà è forte sano e intelligente.
Il mio papà è debole, malaticcio e un po’ scemo.

Il mio papà ha tre lauree e parla perfettamente cinque lingue.
Il mio papà ha fatto la terza elementare e parla in dialetto.
Ma poco perché tartaglia.

Io sono figlio unico e vivo in una grande casa con 18 locali spaziosi.
Io vivo in una casa piccola; praticamente un locale.
Però c’ho 18 fratelli.

Il mio papà guadagna 31 miliardi al mese che diviso 31,
che sono i giorni che ci sono in un mese, fa un miliardo al giorno.
Mio papà guadagna 10.000 lire al mese che diviso 31,
che sono i giorni che ci sono in un mese, fa 10.000 lire al giorno...
il primo giorno, poi dopo basta.

Noi siamo ricchi ma democratici. Quando giochiamo a tombola segnamo
i numeri con i fagioli.
Noi, invece, segnamo i fagioli con i numeri. Per non perderli.

Il mio papà è così ricco che ogni anno cambia la macchina, la villa e il motoscafo.
Il mio papà è così povero che non cambia nemmeno idea.

Il mio papà un giorno mi ha portato sulla collina e mi ha detto:
Guarda! Tutto quello che vedi un giorno sarà tuo.
Anche il mio papà un giorno mi ha portato sulla collina e mi ha detto: guarda! Basta.


Chi è il suo Signor G?

G.G. È una sommatoria non di tutti gli italiani, ma di una certa classe media, un po’ più consapevole forse, che va a teatro, evidentemente, che ha un certo tipo di ironia, un certo modo di gestire le cose e che, dunque, ha facilità ad identificarsi con ciò che dico. Probabilmente, se io andassi a recitare in campagna da un contadino lucano, non otterrei questa sintonia che si crea anche per la presenza di una sommatoria di sensazioni, di emozioni, di cose in grado di estendersi, poi, ad una cerchia di persone piuttosto consistente.

Esistono dei punti di contatto tra il lei stesso effettivo ed il personaggio Gaber: il lei stesso oggettivato che porta sul palcoscenico?

G.G. Il mio personaggio è un me stesso che tende all’oggettivazione di me stesso: non è un me stesso reale, con i miei tic ed i miei nei. È proprio un personaggio che io proseguo: è questo Signor G che cito all’inizio, che è nato negli anni Settanta e che, quindi, in qualche modo, ha molto a che vedere con me, anche se, naturalmente, può essere un me stesso in situazioni diverse. In quello che dico, credo di attingere molto, anche dal punto di vista della recitazione, dai miei modi della vita. Quando recito non mi dico: in questo personaggio devo entrare gobbo e faccio Riccardo III: no, entro normale. È come se il mio teatro non avesse soltanto la barriera di quello che accade sul palcoscenico e della gente che lo vede, ma tenesse conto che c’è un uomo che esce dal camerino, che va sul palcoscenico e dice: siamo qua, parliamone e vediamo un po’ cosa succede.
Siamo soltanto questa gente che si ritrova in un teatro: a me sembra di avere delle cose da dire e le dico; è un meccanismo molto semplice.

Come nasce “IL TEATRO CANZONE”, lo spettacolo antologico in scena nella stagione 1991-1992?

G.G. Questo spettacolo nasce in modo particolare: volevamo fare un excursus, una specie – per carità, senza presunzione – di antologia di questi vent’anni di teatro. Devo dire che il pubblico ha reagito in maniera talmente positiva che io stesso, poi, ripercorrendo questi anni, ho trovato delle validità nei testi scritti precedentemente: mi hanno stimolato anche ad andare avanti e ad affrontare questo Teatro Canzone come un appuntamento aperto e non come un appuntamento chiuso, elaborando via via i brani che mi sembravano validi e che continuano ad interessare il pubblico.
Lo spettacolo dà possibilità di rinnovamenti, si inseriscono motivi nuovi e, in effetti, si sente, anche dai testi, che alcune idee sono nate molto più di recente. Dall’estate scorsa ad oggi è cambiato perlomeno metà spettacolo: si chiama sempre Teatro Canzone (sarebbe anche ingiusto chiamarlo in un altro modo, perché adotta la medesima formula), però cambia, si rinnova, al di là delle cassette già registrate: lo spettacolo cambia e si modifica ed arriva alla fine molto diverso da come è partito. Probabilmente potrà anche durare, essere presentato al pubblico per diversi anni, dal momento che è uno spettacolo che si rinnova. Può essere, perciò, un appuntamento interessante anche mantenendo il titolo Teatro Canzone (che però diventerà 93, 94, 95...) e riproponendo la stessa formula ad episodi.

IL SUICIDIO

Bella serata, proprio una bella serata. E poi gli amici ti tirano su, si parla, si canta, si ride, che risate si fa quando si ride. ... Va bè, spogliamoci, va...
Che faccia! Le spalle curve, le gambe magre, e ‘ste mutande... Pervinca, mah!...
Questa volta va a finire che lo faccio davvero. Ma sì, la faccio finita. Magari davanti allo specchio... nudo. Sì, via anche le mutande. Ecco, questo sono io. Gli specchi non servono a niente. Non so neanche che faccia avrò con gli occhi chiusi. Macché, non riesco a fregarlo. Non importa. Questa volta mi ammazzo davvero.
Mi ricordo che una volta mi volevo ammazzare per amore. Mi aveva detto che non mi amava più... un attimo prima che glielo dicessi io, maledizione, quel tanto che basta a farti impazzire. Ti senti escluso, abbandonato. E lei non si accorge neanche dell’ingiustizia che ti ha fatto. E tu ti ammazzi. Così impara... Educativo! Dopo ti ama per tutta la vita. La sua vita.
No, è un suicidio troppo emotivo. Guarda che faccia. Non ci ho mica la faccia di uno che soffre. È il mondo che... Ecco, suicidio a freddo, di controinformazione. Pum! E tutto cambia. E il mondo, fino a un secondo prima, tremendo e ostile contro di te, viene subito a rotolarsi ai tuoi piedi come una palla docile, scodinzolante, sorniona, affettuosa... un cocker. Peccato che dopo non hai la soddisfazione di vederlo... il cocker.
Quasi quasi mi rivesto e vado da Giuseppe. Giuseppe è sensibile. So già cosa mi dice: “Ci sono mille modi di interessarsi alla vita”. Lui ci crede ciecamente nelle passioni... “Mille modi. C’è gente che fotografa i rapaci nei loro nidi e fa dei corsi meravigliosi per impadronirsi di questa tecnica speciale”. Ci sono davvero questi corsi. C’è tutto. Non devo andare da Giuseppe. Non mi posso distrarre con la fotografia. Siamo così futili che le distrazioni ci possono impedire persino di suicidarsi.
No, meglio Athos. Lui non sta mica a tirarmi su di morale con le solite menate... le risorse della vita... è troppo intelligente... è obiettivo. Vado lì e gli racconto tutto. Tutto fino alla fine... “Ecco, lo vedi anche tu Athos, sono un fallito” E lui: “Sì”. E ti indica la scogliera. ‘Sto deficiente, insensibile. Ma che si ammazzi lui ! E poi la scogliera... Casomai me lo scelgo io il modo, un modo che sia mio, un modo che sia giusto per... Bisogna essere prudenti quando ci si ammazza, sennò poi fai delle brutte figure. La scogliera va bene per Bergman... nordico, religioso.
Già, ma come si suiciderà la gente, la gente importante?
Non so... per dire... Barbato, Andrea Barbato... Lento, pacato. Scrive l’ultima cartolina... e si svena... due gocce di sangue. E Agnelli, l’avvocato... a Cortina... la neve, tanta neve... Morte bianca. E la Dellera? La Dellera... tutta nuda... uno spillino... e pfff! E Battisti, Lucio Battisti... a fari spenti, nella notte... con Mogol... questa era facile. E Craxi... una sfilata... macchina scoperta... paga Martelli... da una finestra... Pum! Come un presidente. Occhetto... Occhetto lapidato... dai suoi. E Maurizio Costanzo... con una cravatta... un bel nodo... “E se va bene a me!”... Cossiga... due parole in tv... due parole, venti cazzate... arriva Galloni con il calice e... la cicuta! E poi alla tomba solo gladioli... Scontata eh! E Andreotti... sulla spiaggia... scava, scava una bella buca... ci si sdraia dentro... e ciuf ciuf piano piano si ricopre... insabbiato. No no, non c’è da farsi illusioni... Andreotti non si suicida. Bisognerà suicidarlo!
E io, con questa faccia, questa cameretta, queste mutande... Potrei buttarmi sotto un... no, è vecchio. Non si può più fare. È vecchio esteticamente. Oppure potrei forse... no... È possibile che sia tutto vecchio?
Forse oggi... esteticamente... mi rimetto gli slip pervinca, mi rivesto, esco e vedremo come va a finire.
C’è una fine per tutto. e non è detto che sia sempre la morte.


Si parla sempre del teatro in termini cupi, ritraendolo come un vegliardo supponente ma precario, in procinto di lasciarci per sempre. Lei cosa ne pensa?

G.G. Si respira un’aria un po’ cupa, di fine di una cosa che, comunque, non finirà mai, ma che sopravvive in qualche modo. Però, sapete, la verifica del rapporto con la gente è una verifica reale: è l’unico riscontro attendibile, perché sei lì, la sera: avviene lì in quel momento. Dunque, se tu, ad un certo punto, non riesci a conquistare un rapporto con il pubblico, a divertirlo, se la gente dice: ah bello, ma si è annoiata, pur essendo in qualche modo coinvolta, allora il gioco non regge più di tanto. Il mestiere dell’attore è, perciò, uno dei mestieri meno inquinati.

Come definirebbe l’ambiente del teatro?

G.G. Anche questo è un ambiente inquinato, perché, per un giovane, è difficilissimo entrare a farne parte. Io, pur facendo questo mestiere, mi sono preservato da una serie di meccanismi insidiosi. La corsa al teatro è molto diversa da quella alla televisione o al cinema. Mi accade questo: a casa, parlando con Luporini, guardiamo il telegiornale e scopriamo che ci fa schifo. Bisogna scrivere qualcosa. Capite che è una condizione molto diversa: non ho molte mediazioni; a me interessa dire quella cosa lì, vengo qui e la dico.
Mi sembra semplice.
A proposito, vi piace questo tipo di scrittura?

Sì – non lo diciamo per adularla –, soprattutto perché si tratta di un tipo di scrittura estremamente coinvolgente e diretta.

G.G. Il dialogo, nella nostra quotidianità, si sta frammentando a tal punto che, nella scrittura teatrale, un dialogo contemporaneo è molto falso. È più facile scrivere un dialogo per il cinema, perché si compone di frasi frammentarie.
Il dialogo, nel teatro contemporaneo, è un po’ finto: non corrisponde più ai parametri dell’uso comune.
Prendete, ad esempio, una storia d’amore tra due persone che si incontrano, una sera, e fanno l’amore: sono quasi più le cose non dette che quelle dette e sono più le mezze frasi, le espressioni, il modo di dirle. Siamo molto gergali, siamo molto brevi nelle affermazioni: capiamo subito tutto.
Allora, questo tipo di dialogo, è difficilmente trasferibile. Infatti, la scrittura teatrale, oggi, è in crisi; anche nei migliori drammaturghi c’è questa specie di rapporto dialogico esasperato: parlano sempre! La realtà, invece, è che noi parliamo meno, parliamo in modo molto diverso, sporco, insinuante.
Io e Luporini, al contrario, attraverso il personaggio solista, in testi come il Grigio, Parlami d’amore Mariù e Le donne in amore, riusciamo a sintetizzare il dialogo nell’essenziale, perché tante cose del dialogo si possono perdere, mentre si può ricostruire un percorso che, sicuramente, è più letterario e più affascinante: supera il pensiero. Questo pensiero diventa scrittura: è un personaggio che riflette e comunica i propri pensieri. Non è il monologo del teatro classico: è l’io interiore. È il pensiero che può anche scegliere una parola giusta, quindi rinasce il gusto della parola, dell’aggettivo... Sono componenti che, se vengono portate in un dialogo, risultano un po’ fasulle.
Lo chiamiamo teatro d’evocazione: tutto viene evocato in funzione del vissuto di chi lo racconta. Quindi, se notate anche dalla scrittura, è quasi sempre il racconto di un vissuto già trascorso ma che diventa presente nel momento in cui si esprime una vicenda talmente intensa da essere rivissuta estemporaneamente.

È un tipo di scrittura di difficile ricezione soprattutto perché non rispecchia l’orizzonte d’attesa di un pubblico ormai americanizzato.

G.G. Sì, esatto.

Inoltre le storie d’amore sono estremamente complesse da gestire dal punto di vista della diegesi del racconto. Anche Fellini, infatti, ha dichiarato più volte di “Non sapere fare storie d’amore”: i suoi sono sempre amori spossessati ed alienati. In Otto e mezzo Marcello (un alter ego dello stesso regista), interrogato sul perché non proponga mai “Una bella storia d’amore” risponde: “Perché non ne sono capace”.
Inoltre, l’amore è l’entità più astratta dopo Tiziano Sclavi, quindi risulta piuttosto difficoltoso razionalizzare su carta questo punto cieco ed irrazionale.

G.G. La parola è un’entità in continuo movimento, che si trasforma via via e cresce attraverso il rapporto con il pubblico: questo è un gioco estremamente affascinante. Io, poi, ho una grande fiducia nel pubblico: non in quello che capisce, ma in quello che sente: le sensazioni, le emozioni, le tensioni, i silenzi, nella forte coincidenza emotiva che si stabilisce.



LA STRANA FAMIGLIA
(Alloisio-Colli-Gaber)

Vi presento la mia famiglia
non si trucca, non si imbroglia
è la più disgraziata d’Italia,
anche se soffriamo molto
noi facciamo un buon ascolto
siamo quelli con l’audience più alto.

I miei genitori due vecchi intronati
per mezz’ora si sono insultati
a “C’eravamo tanto amati”
dalla vergogna lo zio Evaristo
si era nascosto, povero Cristo,
lo han già segnalato a “Chi l’ha visto”.

Il Ginetto dell’Idroscalo
quando la moglie lo lascia solo
piange in diretta con Sandra Milo
per non parlare di mio fratello
che gli han rotto l’osso del collo
e ora fa il morto a “Telefono giallo”.

Da dove chiami, come ti chiami
ci son per tutti tanti premi
pronto, pronto, pronto tanti gettoni, tanti milioni
pronto, pronto, pronto con Berlusconi o con la RAI.

E giù in Aspromonte c’ho dei parenti,
li ho rivisti belli contenti
nello “Speciale rapimenti”
mentre a Roma c’è lo zio Renzo
che è analfabeta ma ha scritto un romanzo
è sempre lì da Maurizio Costanzo.

E la fortuna di nonna Piera
che ha ucciso l’amante con la lupara
ha preso vent’anni in “Un giorno in pretura”;
mio zio un travestito di nome Wanda
ha fatto i soldi e ha comprato la Panda
da quando è andato a “Samarcanda”.

Come ti chiami, da dove chiami
ci son per tutti tanti premi
pronto, pronto, pronto tanti gettoni, tanti milioni
pronto, pronto, pronto con Berlusconi o con la RAI.

Chi c’è rimasto, ah già c’è Tito
completamente rincoglionito
da Zavoli fa il brigatista pentito.
E alla fine c’è nonno Renato
che c’ha l’AIDS da quando è nato
ha avuto un trionfo da Mino D’Amato.

Vi ho presentato la mia famiglia
non si trucca non si imbroglia
è la più disgraziata d’Italia.
Il bel paese sorridente
dove si specula allegramente
sulle disgrazie della gente.

Come ti chiami, da dove chiami
stiam diventando tutti scemi
pronto, pronto, pronto tutti cretini, tutti coglioni
pronto, pronto, pronto con Berlusconi o con la RAI.

Cosa ne pensa della cosiddetta cultura trash o della spazzatura?
Crede veramente che il pubblico apprezzi, per dirla con Corrado Guzzanti, il piacere del sangue in tv?

G.G. Il pubblico ha una certa morbosità: questo va detto. I mass media inseguono spesso la quantità, anche se è deteriore. Il mio amico Giorgio Gori, che è il direttore di Canale 5, dice “Noi vendiamo degli spettatori ai prodotti”.
Questo discorso, poi, si estende anche ai giornali: abbiamo fatto male a credere che si trattasse di una realtà diversa. L’etica professionale del giornalista è subordinata alla vendita della testata. La televisione di stato non ha retto il confronto: la paura di essere superata dalle tv private ha favorito la scelta di un indirizzo più commerciale.
Tutta l’informazione va verso la decadenza e ci rincoglionisce: abbassa notevolmente il livello del gusto, fino al momento in cui una fascia di pubblico – questo avviene a cicli – abbandona e passa ad altro.
La qualità dello spettacolo-informazione è più scadente nel momento in cui la televisione è maggiormente di moda. Non credo che con le leggi si possa regolamentare questo libero mercato di concorrenza di tutto e di tutti, quindi anche delle notizie. Non vedo come questo mercato possa difendersi da questo cattivo gusto e da questo sfruttamento della morbosità della gente: sono anche convinto che alla gente interessino parecchio i fatti degli altri.
Mia figlia dice sempre che quando si va in macchina e si ascolta la musica si abbassa il livello di qualità del gusto, quindi si prediligono prodotti peggiori, più deteriori della propria scelta abituale.
Bisogna, dunque, vedere in che condizioni il pubblico opera le proprie scelte. Ad esempio, se uno è dal parrucchiere si chiede: leggo un saggio di Baudelaire o Novella 2000? Prende Novella 2000 e dà un’occhiata.
Quindi non è un atteggiamento così generalizzato come può sembrare.
Non so con che spirito la gente guardi la televisione, però lo posso immaginare: è una sorta di atteggiamento passivo abbruttito, per cui, se Baudo chiede a Serena Grandi “Ti piace di più che ti tocchino le gambe, che ti bacino, oppure che ti accarezzino i capelli” e lei risponde “Che mi tocchino le gambe” allora sono tre punti... non è possibile che alla gente piaccia quella roba lì, perché, se no, saremmo tutti deficienti.
Il mercato che si crea su questo atteggiamento del pubblico non è però reale. È molto difficile, in definitiva, verificare quanto questi spettacoli corrispondano al gusto di ciascuno.

(segue: QUALCUNO ERA COMUNISTA)

Qualcuno era comunista...e adesso?

G.G. Nelle ipotesi della Scuola di Francoforte, molto in voga negli anni Settanta, si prospettava una futuribile fine dell’uomo: l’individuo sarebbe morto massificato all’interno di questo sistema capitalistico decrepito e consumistico. La sensazione è che, attualmente, l’individuo non sia assolutamente morto, ma che subisca senza possibilità di riscatto. Qualcuno era comunista non è una canzone politica, ma è, invece, un brano su un movimento politico che voi, probabilmente, data la vostra giovane età, non avete vissuto.
Questa canzone rivaluta la persona: le motivazioni di fondo del comunismo sono, in fondo, individuali, risiedono nella voglia di cambiare, nello slancio verso l’utopia.
Il mio interesse è rivolto unicamente all’individuo; nel momento in cui creiamo dei raggruppamenti, delle categorie nelle quali ci inseriamo, rinunciamo troppo a noi stessi, non avendo più la possibilità di una morale comune.
Qualsiasi raggruppamento che si muova sotto un’ideologia e delle regole uguali per tutti è destinato a crollare: credo che l’unica possibilità di sopravvivenza sia rispettare le persone nella loro diversità ed affidarsi a ciascuno di loro affinché si assumano la responsabilità di quello che sono.
È un discorso valido sia nel mio spettacolo che nella politica.
Non è qualunquismo: non abbiamo più fiducia nei politici, quindi devono andarsene, comunque sia, al di là di ogni formula.


Pubblichiamo l’intervista riportata sul sito del Centro di Poesia e Cultura di Reggio Emilia


 


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