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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Articoli '70



Il Giorno - - 23/10/1970


Il signor "G". Un Gaber in forma smagliante

di (F.A.)


 

Un Giorgio Gaber impegnato, teso e in forma smagliante ha tenuto inchiodato sulle scomode sedie-panchette del Teatro parrocchiale San Rocco di Seregno un uditorio di giovanissimi che sono entrati dopo le prime canzoni nello spirito giusto del recital.
Con Seregno “Il signor G” ha iniziato sotto l’egida del Piccolo Teatro il suo giro che lo vede stasera a Torino e che dopo varie tappe fuori regione rientrerà in Lombardia con una buona permanenza anche a Milano.
Scoprire oggi Giorgio Gaber dopo 10 anni di carriera, onorevole ed onorata, sarebbe al limite risibile.
È doveroso sottolineare invece come il cantante triestino in questi ultimi tempi abbia lavorato, e duramente, sia sul personaggio che sui testi del proprio repertorio. Trascurando quelle che la televisione costringe ad essere apparizioni “controllate” il nuovo recital ci mostra un Gaber diverso e più completo. Ha approfondito la gestualità, si muove nel piccolo spazio del microfono ottenendo buoni effetti di mimo che si incuneano con abilità ed intelligenza in un canto che si è fatto variato, ricco di vibrazioni morbide alternate a improvvise lacerazioni.
Gaber è ormai uomo da grandi platee. La lunga lezione del cabaret è ancora avvertibile, ma oggi i suoi mezzi si sono dilatati, la sua personalità si è completata permettendogli una sorprendente tenuta di palcoscenico.
A Seregno Gaber è riuscito a “vendere” a un pubblico attento, ma difficile proprio perché non preparato a un simile tipo di spettacolo, testi di non facile lettura. E l’operazione gli è riuscita senza dover ricorrere più del necessario a canzoni di già sperimentato effetto. La gente insomma ha incominciato presto ad applaudirlo per quello che offriva, perché aveva capito e iniziava a seguire la parabola dell’uomo “G”, l’ultimo nato in casa Gaber.
Uomo qualunque, svuotato di enfasi, fornito di una poetica piccolo borghese, “G” percorre la parabola d’obbligo: nasce, cresce, lavora, s’innamora, soffre e si diverte, crede, ripudia e muore.
I testi dello stesso Gaber, di Simonetta, di Tarozzi offrono al cantante triestino occasioni di un lungo monologo parlato e cantato dove su un fondo che ci è comune s’avverte costante una venatura di pessimismo.


Grazie a Mauro de Mario per l'articolo e la collaborazione.


 


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