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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Articoli '70



Il Giorno - Pag. 14 - Spettacoli - 14/06/1973


Gaber. Canta il dubbio con malinconia

di (M.P.)


 

Con questo "Dialogo tra un impegnato e un non so" andato in scena ieri sera con grandissimo successo al Lirico, Giorgio Gaber compie un notevole passo avanti rispetto ai suoi due precedenti spettacoli imperniati sul signor G, prototipo dell’uomo medio schiacciato dai falsi miti del consumismo e impossibilitato a reagire, vuoi per condizione sociale (è un piccolo borghese), vuoi per scelta personale (che ci posso fare?). Ora il personaggio si è sdoppiato, dando vita a due opposti: l’impegnato e il "non so", il primo a significare che il dogma della verità non ammette dubbi, il secondo a ricordarci invece che ogni conquista è anche una contraddizione, vissuta a denti stretti. La proposta di Gaber è tutta all’interno di questa dialettica, che volontariamente non sceglie tra l’individuo storico e quello cosmico del pensiero, per mettere a fuoco ansie, lotte, tristezze del nostro vivere quotidiano.
La convivenza civile è tanto crudele – dice l’autore – che ormai non ci permette più neppure le gioie più private: far l’amore, al sabato, è un rito settimanale giocato fra gli intervalli degli "sciaquoni". E qui l’impegnato e il "non so" potrebbero anche essere d’accordo: sono alla ricerca di una libertà perduta. Ma quale è questa libertà? Non è la libertà della fantasia, dice Gaber, ma quella della partecipazione attiva. Quali strumenti usare?
Da un lato ci sono i tecnocrati, gli intellettuali, coloro che codificano con un gesto o con una parola il comportamento della moltitudine la quale, d’altro canto, vive la falsa serenità dei suoi condizionamenti.
L’impegnato, afferma Gaber, si libera pronunciando l’atto di fede di una verità, dogmatica, ma in questo modo la sua lotta diventa astratta, non verificabile nel concreto perché della realtà vera ha assunto solo lo schema ("Al bar Casablanca"...), il "non so" da bravo poeta borghese si contraddice, ma vive in prima persona ansie, paure, rimorsi, a volte in modo giusto a volte in modo sbagliato. Non vive il suo "proprio storico" (come dice Godard, nel suo ultimo film) perché è storicamente impossibilitato a farlo, ma è sempre cosciente. Certo, ha "dei momenti" – dice Gaber nella canzone più toccante dello spettacolo – in cui gli viene da pensare ai fatti suoi, e allora se ne frega del Vietnam, dei licenziamenti: sta lì a leccarsi le ferite.
Questi sono i significati dello spettacolo: l’uomo si muove tra questi due poli, all’interno non c’è pietà per chi percorre un’altra strada ("La caccia", un pezzo straordinario), il segnale dell’adunata suona a tutte le ore in ogni latitudine.
E poco importa anche come andrà a finire: Gaber lascia intravedere la morte di almeno uno dei due personaggi, l’intervento della realtà che scardina l’ipotesi della teoria, ma, ripetiamo, il senso dello spettacolo è altrove, è nella sua proposta operativa.
Gaber non sceglie fra le due posizioni, non vuole e non deve farlo: lui vive di persona le contraddizioni che esprime sulla scena. Se mai si potrebbe dire che la sua vena, ha una origine intima, sofferta e quindi da "non so": ma l’importante è notare che quel suo ritmo musicale fluido, continuo, espressivo, le sue canzoni ci fanno male, coinvolgendoci. Non è una questione di depressione, se mai di vergogna.
La vergogna di vedere là le cose come stanno non edulcorate dalla finzione, ma rese più vulnerabili dalla verità. E poi c’è il Gaber interprete che è eccezionale, nel farci cogliere con ironia e distacco, le mille sfumature di un discorso che fila via continuo e diretto. Riesce a dirci con un sorriso anche le cose più terribili, sempre sorretto dall’ottimo accompagnamento musicale diretto da Giorgio Casellato.
Un successo eccezionale, teatro esaurito, repliche fino a domenica.


Grazie a Rita D'Onofrio per la collaborazione.


 


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