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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Interviste '90



Epoca - pp. 84-86 - 05/10/1993


Giorgio Gaber - Se permettete parliamo di uomini

di Raffaella Carretta

No, stavolta niente politica. Nel suo nuovo spettacolo, il signor G., quello originale, si butta sul privato: una coppia, un “lui” che non sa più bene cos’è la virilità, una “lei” che lo incalza. Tema fuori tempo? Sì, ma una spiegazione c’è.
 

Prova: “Fin da piccolo mi sono accorto che ci sono i bambini e le bambine…”. Alt, si ricomincia. Giorgio Gaber, solo sul palco, i capelli ingrigiti ma ancora lunghi e ribelli - l’unica ribellione, l’unico segno sopratraccia in un aspetto a viva forza mantenuto normale - comincerà così il suo nuovo spettacolo, il primo ottobre, al Piccolo di Milano. “Un ritorno a casa”, lo definisce lui, che proprio qui al Piccolo nel 1970 svoltò: da cantante a uomo di teatro. Quell’esordio si chiamava Signor G.: quasi un’altra identità, più forte, più dominante della sua. “Gaber, ovvero il signor G.”. Perché come spesso succede con questo cinquantenne riservato, ma scatenato in scena, le parole dette sul palco diventano significative per molti, si fanno largo per dire con la brevità dello slogan, quello che succede fuori. È accaduto con Polli d’allevamento, con Shampoo (“Quasi quasi mi faccio uno shampoo”), con Far finta di essere sani.
Questa volta, niente canzoni, ma solo parole per un testo in due atti, scritto insieme a Sandro Luporini, con cui Gaber fa coppia fissa d’autore. Si chiama Il Dio Bambino: “È sulla condanna degli adulti a ripetere l’infanzia. Sul rifiuto di crescere. Sull’incapacità di prendere in mano le proprie responsabilità”
Gaber è sbucato fuori dalle oscurità del retro palco, l’andatura slogata, la faccia pronta a subire lo stravolgimento del sorriso: perché quando la bocca si allarga negli angoli e spinge in su il resto, Gaber cambia proprio tutto. Un sorrisone: raffica di solchi sulla fronte, fitto reticolo di pieghe sulle guance, naso non più egemone nel viso scavato. Uno stravolgimento perfetto per chi, come lui , ha scelto il teatro nella sua forma più ardimentosa: stando da solo, dare voce a un’intera storia. “Storia in questo caso normalissima. Un uomo e una donna. Una coppia, come tante. Che deve fare i conti col fatto che essere in due resta il centro della nostra vita. E però essere in due è essere contrapposti. Perché siamo differenti. E perché le differenze non si sa più bene quali siano. Prendiamo la virilità per esempio, cosa vuol dire oggi?

Epoca: La virilità è da buttare?
Gaber: Non ne ho la più pallida idea. Però so che da una parte c’è un rifiuto di quella vecchia, massiccia, inviolabile, delle generazioni precedenti. Dall’altra, illogicamente, le donne ci chiedono di essere veri uomini, di essere maschi. E virili. Non solo una nostalgia, ma proprio un bisogno. “Non sei un uomo, sei un bambino”, dice a un certo punto la protagonista del Dio Bambino.

Epoca: Un’affermazione ricorrente.
Gaber: Ma anche in noi, nei maschi, c’è la stessa domanda di qualcosa che somiglia a una certa idea della femminilità. Le donne che sbagliano se si dedicano troppo al lavoro. Sbagliano se stanno solo a casa. Sbagliano se sono troppo accondiscendenti. Ma anche se fanno le dure. Insomma, uomini e donne insieme si fanno richieste contrapposte. È come se lui dicesse: non posso essere virile, se prima non capisco cosa vuoi.

Epoca: Naturalmente, Gaber, lei parte da un punto di vista maschile e ne assume la difesa.
Gaber: È l’unico punto di vista che conosco. Ma non parlerei di difesa. La donna del mio spettacolo non è una protagonista, quanto un controcanto. Anche dei miei fallimenti, delle mie incapacità. Dei miei tradimenti. Più che un personaggio vero, una testimone: se non altro perché a raccontarla sono io. E più che a raccontarla, a farla rivivere con l’emozione. È come se noi, Luporini e io stesso, avessimo ormai più fiducia in quello che si sente che non in quello che si dice. Le virgolette si aprono con facilità per tirar fuori una frase altrui. Mentre è difficile sapere che cosa si sente.

Epoca: Noi stiamo parlando con le virgolette. Tutto quanto diciamo ci finirà dentro. Questa è un’intervista.
Gaber: Le interviste… ci si potrebbe fare un trattato. C’è quello che ti fa parlare per tre ore e poi le tue risposte diventano misteriosamente le sue domande. Con te, l’intervistato, che si barcamena tra “sì, no, non so”. C’è quello che la prende alla larga: come si risolvono i problemi di Milano? Tu, sempre l’intervistato, ti dilunghi: il traffico, i quartieri dormitorio. Per carità, le cose che diciamo tutti, niente di che. Ma poi apri il giornale e scopri che sei un deficiente. Perché per Milano hai dettato la seguente ricetta: “Via i partiti, riapriamo le osterie: quando non sai dove andare a bere con gli amici ti senti solo e diventi egoista”. Solo perché in un passato lontano cantavi una canzone che si chiamava Trani a go-gò.

Epoca: Lei fa questo lavoro da 30 anni: non le sarà successo sempre così?
Gaber: No. Però la tendenza è sempre più quella.

Epoca: È per questo che si espone poco? Che racconta poco i fatti suoi?
Gaber: Non racconto i fatti miei per pudore. E per fastidio verso questa voglia che traspare: mettersi in mostra, presenziare. Politici, giornalisti, magistrati, gente qualunque che per cinque minuti di notorietà passerebbe sopra a tutto. Non è certo finita con gli anni Ottanta.

Epoca: Lei non ama questo presente. Molti lo ritengono straordinario.
Gaber: Non è che non lo amo. Tutte queste cose che chiamiamo enfaticamente nuovo m’interessano molto.

Epoca: Però, proprio lei che viene da spettacoli sempre coinvolti nell’attualità, ha scelto di occuparsi di una storia privata, di sentimenti.
Gaber: In questo momento lo trovo disintossicante. Un modo per respirare e staccarsi dalla morbosità, forse inevitabile, verso la nostra cronaca.

Epoca: La controfaccia per chi sceglie di stare in disparte può essere la frustrazione. Orgoglio della diversità, va bene. Ma il contraccolpo è la consegna a mantenere il proprio silenzio.
Gaber: È vero che uno fa l’attore anche per essere accettato. Per essere al centro. Dunque, sarei sicuramente un frustrato se non potessi parlare mai. Ma io ho uno sfogo enorme: i miei spettacoli. Un’esperienza in cui alla fine torna tutto: i libri, i miei pensieri, gli affetti.

Epoca: Altri irriducibili del no all’esibizione, come Beppe Grillo che torna in Rai, si stanno convertendo, complici i tempi nuovi.
Gaber: Ho smesso con la tivù nel 1970 quando facevo solo canzonette. E già allora la tivù mi andava stretta. Peraltro mi riesce difficile dire cosa dovrebbe essere. Il problema non è la tivù. Dove lavora anche mia moglie, Ombretta Colli. E mia figlia Dalia. Il vero fastidio è il grande credito che alla televisione viene dato dalla stampa. Ogni occasione è buona per pagine e pagine di dibattiti. Ma chi se ne frega? Con tutto quel che succede.

Epoca: A Milano è successo che per la prima volta si sia insediata al Comune una giunta leghista
Gaber: Formentini voleva coinvolgermi. Non me l’aspettavo.

Epoca: Ha rischiato di fare l’assessore?
Gaber: Non ho rischiato: ho detto subito no. O faccio il mio mestiere, o ne faccio un altro. Tutt’e due non si può.

Epoca: Ha votato Lega?
Gaber: Non ho votato. E se lo avessi fatto non l’avrei scelta. Anche se le alternative non mi piacevano proprio. Però, quasi senza confessarlo a me stesso, ho sperato che qualcun altro li votasse quelli della Lega. Per dare un segno di novità.

Epoca: Da quanto tempo non va in cabina elettorale?
Gaber: Dopo decenni di astensione, ci sono tornato in aprile, per dire “Sì” ai referendum. E proprio come succede al protagonista di una mia vecchia canzone, Le elezioni, non ho resistito: ho rubato la matita. Poi sono scappato.


Grazie a Cristina G. per averci inviato il pezzo riportato in questa pagina.


 


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