Sei in: Archivio » Stampa » Dettaglio articolo/intervista

Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Fuori scena



Corriere della Sera - - 29/06/1984


Jam-session di Gaber con Ricky Gianco e Franco Mussida (PFM)

di Renato Palazzi

Giorgio Gaber si produceva talvolta in esibizioni estemporanee, al di fuori delle scadenze ufficiali del suo calendario teatrale. In questa sezione una raccolta di testimonianze delle sue apparizioni “fuori programma”, corredate da alcuni resoconti giornalistici.
 

JAM-SESSION DI GABER CON RICKY GIANCO E FRANCO MUSSIDA (PFM)
Nel giugno 1984, nel quadro della rassegna “Milano d’estate”, si tiene al Teatro Carcano una serata in onore dei venticinque anni di carriera di Ricky Gianco. È doveroso spendere qualche parola su questo artista piuttosto defilato dai grandi circuiti, ma con alle spalle un’attività talmente ricca e varia che una sua esibizione si trasforma facilmente in happening, date anche le sue ottine capacità di intrattenitore. Apparso sulla scena giovanissimo in qualità di rocker, proprio come Gaber, come lui approda alla pionieristica Ricordi, poi al Clan Celentano, firma successi come “Sei rimasta sola” e “Pasticcio in Paradiso”, scrive canzoni per Mina e tanti altri interpreti famosi, si appassiona al beat e a Bob Dylan, e ciò lo stimola a produrre un repertorio originale per artisti italiani (“Pugni chiusi” per I Ribelli, “Nel ristorante di Alice” per l’Equipe 84, “Il vento dell’Est” per Gian Pieretti, ecc.). Negli anni ’70, con Nanni Ricordi, si dà alla discografia indipendente, sia incidendo ottimi album propri, sia lanciando nuovi gruppi come Premiata Forneria Marconi e Canzoniere del Lazio. Come Gaber, non farà più ritorno al grande mercato musicale, limitandosi a pochi ma buoni dischi, al confine tra canzone d’autore e rock. I suoi concerti hanno spesso finalità sociali. È tra i fondatori di Emergency.
La serata al Carcano promette dunque divertimento assicurato. Ricky attacca a ruota libera con il suo sterminato repertorio, tra il serio e il faceto, passando dall’autocaricatura nei pezzi più commerciali alla giusta immedesimazione in quelli più impegnati. Il tutto intrervallato da ospiti a sorpresa: ecco riemergere, dalla scuderia Ricordi, Sergio Endrigo, Ornella Vanoni e Gino Paoli, che improvvisano un duetto tanto più suggestivo quanto più è “casalingo” e approssimato. E poi Gian Pieretti, Massimo Boldi, un po’ batterista, un po’ gag-man, che improvvisa con Ricky un’esilarante “A hard Day’s Night”. Verso la fine arriva Francone Mussida della PFM, che si unisce all’ottima band di Gianco e con lui attacca “Be-bop a Lula”. E chi ti spunta, non annunciato, dalle quinte? Giorgio Gaber camuffato da JaGa Brother, che prende per sé il ruolo di cantante solista e termina la canzone in uno scroscio di applausi e urla. E non è finita. Qualche battuta, qualche amarcord con Ricky, “Quello che perde i pezzi” interpretata dal solo Gaber e poi via di nuovo: Gianco e Mussida alle chitarre, Giorgio al basso (proprio così…) e via con “Johnny B. Goode” di Chuck Berry. Godimento assoluto.
Gran finale: “Sei rimasta sola”, intonato da tutti i protagonisti e dal pubblico alla maniera dei cori alpini. Fine della serata, tre ore abbondanti di divertimento e buona musica.
Dopo tanti anni costellati di tensione etica, dilemmi e dialoghi con Dio, stare una ventina di minuti con un Gaber che ha solo voglia di divertirsi non guasta affatto.
(Cronaca di Mauro De Mario)

--------------------------------------
QUI DI SEGUITO LA RASSEGNA STAMPA


Corriere della Sera, 29 giugno 1984
SHOW / GIANCO E AMICI AL CARCANO
Un “come eravamo” che è lungo 25 anni
Serata unica con ospiti – Tournée in luglio e settembre

MILANO – Non è bello come Mick Jagger, non ha la voce di Frank Sinatra, non è un mito come Elvis Presley o John Lennon: anzi, è decisamente bruttino, alto un soldo di cacio e di forma piuttosto simile a un uovo. Eppure da venticinque anni è una presenza costante, meglio non dire “sulla cresta dell’onda” come le false star create alla catena di montaggio, ma è lì, sul filo del suo talento, della sua coerenza, del suo rigore. Non è rimasto mai fermo, ha attraversato tutti i “generi” possibili, dal melodico anni Sessanta al primo rock americaneggiante, dalla rabbia politica postsessantottina al musical surreal-demenziale ad una più matura riflessione d’autore. Certe sue canzoni sono tanto classiche, tanto impresse nella memoria, che neppure ti ricordi chi le ha scritte.
Per festeggiare e ripercorrere questi venticinque anni di carriera, Ricky Gianco ha presentato l’altra sera al Carcano uno spettacolo, Festa per il compleanno del caro amico Ricky Gianco, realizzato nell’ambito dei programmi di “Milano d’estate” e destinato, sia pure in forma ridotta, a girare l’Italia nei prossimi mesi di luglio e settembre: ma la definizione di spettacolo va piuttosto stretta a questa serata, coordinata registicamente da Velia Mantegazza, che è stata, per fortuna, qualcosa di più e qualcosa di meno, un evento strano, un incontro fra amici, una “personale”, un riepilogo storico-musicale, una riunione di famiglia tra alcuni artisti popolari e un foltissimo pubblico di trenta-quarantenni.
Il Carcano, freschissimo d’aria condizionata, era comunque non a caso praticamente esaurito per questo show sotto vari aspetti unico e irripetibile almeno quanto la personalità del suo protagonista. Lasciamo pure stare la ormai consueta retorica sugli ex sessantottini rivestiti come persone serie, molti dei quali dopo mezzanotte si alzano e se ne vanno (il palcoscenico è rimasto affollato fin dopo l’una) perché non sono più abituati a far tardi e si alzano di buon’ora al mattino. Era così, ma questo non dimostra niente. Diciamo piuttosto che si trattava di un pubblico molto misto, composto non soltanto di “canzonettari”, ma anche di frequentatori abituali di teatri, di attori, di amici che hanno preso altre strade, di varia umanità che magari non usciva da tempo.
Dopo circa tre ore e mezzo di spettacolo tutta questa gente se n’è tornata a casa visibilmente soddisfatta, per varie ragioni: perché si è potuto verificare ancora una volta l’irresistibile vena di show-man di Gianco, che ha ritmo, grinta e senso del pubblico da vendere; perché la sua esibizione ha consentito di ascoltare un repertorio di canzoni di un livello qualitativo medio-altissimo per intelligenza, gusto e stile; e perché dopotutto si è assistito a una formula di show aperto ed estemporaneo – col “festeggiato” circondato da ospiti e invitati speciali disposti a dare il loro contributo spontaneo senza troppe formalità – piuttosto inedita da noi, e, nonostante qualche inevitabile pausa, decisamente piacevole e funzionale.
Coadiuvato dal complesso dei Volpini Volanti, da due coriste e dai divertenti interventi dell’inseparabile Gianfranco Manfredi, che si è prodigato in gag e “controscene”, ha fatto da valletta e da buttafuori e si è persino prestato a sostituire Mike Bongiorno, Celentano, Little Tony e Mina, Gianco ha agganciato fin dal primo minuto la platea – che all’inizio ne aveva invocato l’uscita con un pittoresco incitamento: “Fuori la bestia!” – sciorinando il meglio della sua produzione: dalla recente Non si può smettere di fumare alla classicissima Ora sei rimasta sola, accolta con un boato, da Tu vedrai, che è il seguito della celebre Pregherò di Celentano, alla memorabile Il vento dell’Est, tappa fondamentale nella storia della lacrima, alla bellissima, straziante Arcimboldo, ad Eclisse a Milano, Accidenti, Eva, A mani vuote, Un aquilone, Pugni chiusi, Nel ristorante di Alice.
Con Gianfranco Manfredi ha cantato alcune delle canzoni ironiche e rabbiose del loro musical Zombi di tutto il mondo unitevi a Nervi. Manfredi, che lo accompagnerà nella imminente tournée estiva, ha a sua volta eseguito per proprio conto Insonnia, E non è una malattia ed altri di quei suoi brani dinoccolati e brucianti.
Grande attrattiva della serata era l’intervento dei numerosi ospiti: ha aperto la serie Gian Pieretti, che ora vende biciclette in società con Francesco Moser, simpatico, improbabile con le sue tempie brizzolate e la sua camiciola a rigoni colorati: dopo n resoconto del loro primo appuntamento, in viale Coni Zugna e con le giacche uguali per riconoscersi, è stata inevitabile la rievocazione del successo a Sanremo con Pietre. È quindi toccata a Sergio Endrigo, che non poteva cantare per una forma di labirintite, ma ha voluto esserci lo stesso: “Non sapevamo cos’era il look, cos’era il sound – ha detto – ma almeno non eravamo prodotti da laboratorio”.
Massimo Boldi, un tempo batterista di Gianco, si è prodotto al suo strumento preferito, e ha strappato risate con lo sketch del venditore di enciclopedie. Gino Paoli e Ornella Vanoni hanno ricordato episodi del tempo in cui, con Ricky, formavano un trio inscindibile. La Vanoni ha cantato poi Senza fine, Paoli una sua vecchissima canzone quasi sconosciuta. Vestito di nero, con dei buffi occhiali scuri che lo rendevano pressoché irriconoscibile, ha fatto quindi irruzione in scena Giorgio Gaber, che si è scatenato nella famosissima Be-bop-a-lula chiamando a fare coro tutti gli altri. Con la consueta classe, Gaber ha anche eseguito un suo bel motivo, L’uomo che perde i pezzi.
Gran finale, a mo’ di bis, con tutti gli ospiti insieme a cantare Go, Johnny, go, e il pubblico in piedi che faceva coro e accennava qualche timido movimento di danza. Nell’insieme, una serata riuscitissima, nonostante l’improvvisazione o anzi proprio grazie ad essa. E malgrado i ripetuti “come eravamo” non è stata neppure una serata all’insegna d’una stucchevole nostalgia, come sembrava prevedibile. O meglio, l’attività musicale di Gianco copre un tale arco di anni, di momenti esistenziali e di svolte del costume, che le nostalgie sono state tante e diverse, e hanno finito con l’elidersi a vicenda.
Renato Palazzi
--------------------------------------
--------------------------------------


Un ringraziamento a Mauro De Mario


 


« Torna alla pagina precedente
Segui il sito su: Facebook