Sei in: Archivio » Stampa » Dettaglio articolo/intervista

Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Articoli '90



L'Unità - - 07/01/1998


Gaber, il triste tramonto di un menestrello

di Luca Canali


 

I MENESTRELLI vanno presi sul serio. Anche la Chiesa cattolica li ha ammessi ad esibirsi in presenza del Papa: ricordo di recente Celentano e Morandi e persino Bob Dylan al cospetto di Giovanni Paolo II pensieroso. Del resto i cantanti – e soprattutto i cantautori – sono sempre portatori di messaggi sottesi da ideologie più o meno orecchiate ma pur sempre influenti sulle “masse”, o, più precisamente, su un vasto pubblico che altrimenti non consentirebbe loro il successo anche (e forse soprattutto) economico di cui godono. Ma non tutti sono pervicacemente ansiosi di successo e di consenso; alcuni preferiscono – dopo stagioni di straordinaria notorietà – ritrarsi in un silenzio a volte persino scontroso, forse anche perché sentono che dopo il tempo in cui avevano l’ispirazione giusta per comunicare positivamente con il pubblico, era sopraggiunta per essi una fase che quel pubblico avrebbe deluso e forse tradito. Sapersi ritirare in tempo è arte sovrana per ogni uomo di successo, e soprattutto di spettacolo, che non abbia più niente da dire. Giorgio Gaber evidentemente non possiede questa arte. Ha rotto un silenzio abbastanza lungo per trasformare in ambiguo messaggio la sua discutibile classe di chansonnier, di solito controcorrente. Non ho assistito al suo spettacolo nel teatro Giglio di Lucca ma mi rifaccio a un resoconto insospettabile, in quanto entusiasta di tale performance, devo anche premettere che parlando di Gaber – da me non solo ascoltato sempre con piacere e stimato attribuendogli meriti “civili” che forse egli non aveva –, sottintendo anche il contributo di Luporini, suo inseparabile e paroliere. Gli effetti scenici non sono qui in questione, per evidenti ragioni. Dunque Gaber ha dileggiato il “buonismo”, il cattocomunismo, le elezioni del Mugello, l’animalismo, il pensiero “divulgato”, ed ha pronunciato frasi solenni quali (mi riferisco sempre al “pezzo” di Incerti su Repubblica del 4 gennaio) quali: “dalla contraddizione nasce il sogno” e “il piacere di vivere senza certezze”. Ed ha rimpianto il dopoguerra fatto di ideali e di “ragazze ardenti”. Ma non si è accorto di incrementare così, specie fra i giovani, il “cattivismo” molto di moda e il cinismo dilagante e talora criminale. Ha imperdonabilmente dimenticato il lungo travaglio (cominciato nei primi anni 40 durante la Resistenza) di quella che allora si chiamava “sinistra cristiana” con tutti i suoi caduti, e che cercava, spesso con dolore e fatica, una difficile armonia tra fede religiosa e ideali politici socialisti. Si è implicitamente schierato con gli antagonisti del Pds (quindi anche di Di Pietro, e surrettiziamente di “Mani Pulite”) nel Mugello. Ha saccheggiato il “pensiero debole”, sottraendogli rigore e riducendolo a facile merce di scambio con un pubblico che gli gridava impudicamente “sei un mito”, una poltiglia di filosofia spicciola involgarita proprio ad uso e consumo di quanti Gaber stesso vorrebbe esclusi dal “pensiero” perché lo traviserebbero e probabilmente lo insudicerebbero. Ha beffato quanti si preoccupano della “noia degli uccellini e dei dolori reumatici dei pesciolini”, intendendo, con metafora ridicolizzante, ovviamente gli animalisti e conquistando così le simpatie di cacciatori, torturatori di animali al servizio delle potenti industrie farmaceutiche scienziati folli, decapitatori di scimmie. Ma quali sono gli ideali cui Gaber si riferisce quando si limita a rimpiangerli? Non erano ideali di solidarietà, giustizia, democrazia? E ora Gaber dice di preferire la dittatura alla democrazia, poi si pente perché secondo lui, la dittatura riuscirebbe a eliminare “soltanto pochi cretini”. Il che, fra l’altro non è vero, perché i dittatori eliminano anche moltitudini di persone che cretine non sono. Quando disprezzo per la gente comune in questa espressione e chi autorizza Gaber a sentirsi fuori dalla cerchia dei cretini? Ascoltai con diletto “la ballata del Cerutti” nei primi anni 60; in seguito, con qualche sospetto ma anche con divertimento, la canzone in cui un uomo solo e annoiato per passare il tempo diceva: “Quasi quasi mi faccio uno shampo”. Rimasi perplesso quando Gaber cantò con vivace convinzione “Com’è bella la città, com’è viva la città”, in un periodo in cui le città stavano diventando invivibili per il traffico, lo smog, la violenza. Io pensavo allora che bisognasse lottare per conservare la vivibilità delle città, senza fuggirsene “in campagna”, ma non accettarne il caos che sembrava sempre più travolgerle e di cui Gaber tesseva le lodi (forse ironicamente? non credo). Ora Gaber ha voluto centrare il bersaglio facile, cavalcare la protesta inerte, il rimpianto condito da uno snobismo da salotto medio-borghese scontento di tutto e incapace di tutto fuorché di incrementare, possibilmente con poca fatica, le proprie finanze. Del resto Gaber ha tradito anche il Cerutti del bar del Giambellino, e persino l’uomo che voleva farsi “uno shampo” perché il Cerutti sarà forse morto per overdose o di Aids, e “l’uomo dello shampo” si sarà probabilmente suicidato: entrambi molto più veri e tragici di lui, quindi, che invece calca il palcoscenico per ottenere successi facili con poca spesa e le chiacchiere e le mormorazioni che sarebbero piaciute al Giannini, de “L’uomo qualunque”. Se continua così, arriverà a scrivere l’inno per il movimento berlusconiano di Forza Italia.


Ringraziamo Vincenzo Tabacco per averci inviato l'articolo.


 


« Torna alla pagina precedente
Segui il sito su: Facebook