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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Articoli '90



Il Mucchio Selvaggio - Anno XVIII - n. 203 - Dicembre 1994


Giorgio Gaber a Carpi

di Luciano Ceri


 

"E pensare che c’era il pensiero" è il titolo del nuovo spettacolo di Gaber, che ha debuttato al Teatro Comunale di Carpi il 27 ottobre scorso. Un nuovo spettacolo di monologhi e di canzoni come nella tradizione, che arriva dopo il grande successo del Teatro-Canzone, quella personale antologia di vent'anni di lavoro che Gaber ha portato in giro per ben tre stagioni. Molta attesa, dunque, e molta curiosità per questo debutto. Chissà cosa dirà Gaber, ci chiedevamo, chissà di cosa parlerà in questi tempi di grandi smarrimenti, mentre ci avvicinavamo al piccolo teatro di Carpi con la stessa piacevole sensazione di incontrare un amico che non si vede da tempo, e chi segue Gaber con affetto ed attenzione sa di cosa parlo.
Mi fa male il mondo è la prima canzone in scaletta e rispecchia perfettamente il senso di disagio di fronte alle cose di oggi che serpeggia in tutto lo spettacolo e che non a caso torna nel finale, anche in forma di monologo, con un elenco di motivi di cui dolerci del mondo che si trasforma in un lungo e accorato grido di rabbia. La grande confusione di messaggi che ci circonda, la mancanza di senso collettivo, l'egoismo e la crisi della capacità di comunicazione tra gli uomini sono i temi intorno ai quali si snoda la lunga serie di monologhi e canzoni, che non rinunciano comunque mai a cogliere il lato comico-ironico delle cose, pur nell'asprezza della denuncia. A volte sono risate amare, certo, ma a volte sono anche estremamente liberatorie, sorrette dalla splendida gestualità di Gaber, come al solito solo sul palco con una sedia, un microfono e qualche volta una chitarra, e con i musicisti in fondo alla scena, ora in vista ora leggermente oscurati da un discreto velario. Tutte le canzoni sono di livello più che buono, con una ricchezza di spunti che contribuisce non poco a tenere alto il ritmo dello spettacolo, e insieme al titolo di apertura già ricordato segnalerei una splendida Destra e Sinistra, sui noti quesiti esistenziali tesi ad individuare la valenza politica del farsi la doccia e simili; non sono tutte nuove perché Gaber ripesca dal passato (modificandola però musicalmente e nel testo) La realtà è un uccello (da Anche per oggi non si vola, 1974), il monologo sulla masturbazione Disperata solitudine (da Anni affollati, 1981) e Io come persona, una canzone presentata nella seconda stagione del Teatro-Canzone. Da lì viene anche Sì, ma quand'è che si gode, presentata come bis insieme ad un'altra splendida nuova canzone sui politici di oggi, che potrebbero essere benissimo inserite tutte e due nello spettacolo, e non è escluso che lo siano, visto che è nel corso delle repliche che gli spettacoli di Gaber si assestano, trovando nel tempo una forma definitiva, anche se lasciano sempre aperta la porta ad inserimenti dell'ultimo momento.
Il grido di rabbia che Gaber lancia nel finale colpisce molti obiettivi e ricorda per durezza l'invertiva conclusiva di Quando è moda è moda che chiudeva lo spettacolo del 1978, Polli d'allevamento. Probabilmente susciterà qualche polemica, e su qualche argomento si può non essere completamente d'accordo, come ad esempio sulla solidarietà e sul volontariato, ma è difficile non farsi coinvolgere in quel 'no' al mondo volgare, mercantile e arraffone che sempre più ci circonda. E se quel no urlato, per dirla con le parole di Gaber, è il no di un uomo solo è il no di un pazzo, ma se è di tante persone diventa il no di una coscienza collettiva che torna ad avere coscienza di sé. Non perdetevelo.


Grazie a Riccardo De Marino per l'invio dell'articolo qui riportato


 


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