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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Interviste '90



Re Nudo - n. 18 - 01/03/1998
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Il luogo del pensiero. Qui e ora

di Antonio Priolo

La relazione di Gaber con il suo passato, con il mercato, la politica, l’Oriente, Re Nudo. E la sua prospettiva del lavoro con Luporini
 

Caro Giorgio,
se c’è un senso in questa ricerca affannosa di... senso, e di verità nascoste, quelle piccole che costituiscono le nostre vigliaccherie quotidiane come le grandi gesta dei nostri minuscoli eroismi; se esiste una passione rischiosa, la ricerca e la scoperta di quella che chiami “la nostra sostanza”; se esiste la necessità di dare un nome al dolore, alla malattia, alla spinta di vita di ognuno, in questo cammino ti abbiamo avuto e, sicuro, ti avremo compagno di viaggio, instancabile e rabbioso, stanco e dolce e, perché no, esempio di rigore e di coraggio. E questo nonostante parte della mia vita sia stata spesa guardando a culture lontane dalla nostra, mentre tu, grande fustigatore del pensiero occidentale eri, proprio per questo, così consapevolmente occidentale. Ma quando dici che solo il silenzio salva l’intensità della cultura, non parli proprio dell’arte che ha un significato profondo per la vita, per la nostra esistenza? Qualcuno direbbe “zen”, io dico che sono cose che ci rendono convergenti. Forse ci diamo risposte diverse, quando le troviamo, ma le domande che poni sono maledettamente universali! Ho assistito all’ultimo spettacolo che hai scritto con Sandro Luporini, Un’idiozia conquistata a fatica: non perdo un tuo spettacolo da qualche decennio, e anche stavolta mi trovo, un po’ più a fatica perché questo lavoro scusami ma non è proprio facile, spinto a confrontarmi con alcune grandi domande.
Eh sì, perché chi, se non i saltimbanchi, o la saggia gente di mare, o i vecchi contadini, sanno essere irriverenti senza bisogno di trasgredire, capaci di smascherare senza perdere di lucidità, spingere alla rivoluzione guardandosi dentro piuttosto che abbattendo i palazzi dei Re. Semplicemente mettendosi in mutande, o pisciandosi sotto, come l’amico risvegliato nella notte dal disperato Luciano.
Durante lo spettacolo ho avuto dei sobbalzi provocati da affermazioni audaci e secche, ma forse ancora di più per quel viziaccio, che per fortuna non hai perso, di metterci davanti ai nostri nodi. “Ho affrontato tante cose, le più tristi e dolorose, con un’imprevedibile energia. Ma sono i gesti abituali che mi fanno paura, questa mia vita ripetuta è diventata la mia seconda natura”. E ci rimettiamo nuovamente in gioco. Alcuni forse rimarranno semplici spettatori, altri saranno sconquassati da un’onda lunga di riflessioni che comunque lavorerà dentro, altri ancora approfitteranno dello stimolo per fare un salto di qualità. E questo grazie al tuo, al vostro lavoro! Non mi sembra poco, puoi fartene una piena consolazione per i tuoi affanni.
Tu parlavi di un contadino di cent’anni fa che conosceva solo sette cose, ma le conosceva veramente. Mi pare di avere visto in te la ricerca di quel rigore e di quella semplicità (non ingenuità) abbinati alla passione di chi è consapevole delle cose che fa. Anche quando parli di cose in apparenza complicate. Mi veniva in mente, durante lo spettacolo qualcosa che avevo letto di Ivan Illich. All’amico che gli chiedeva “ma non ti curi di quei bambini con il ventre gonfio e le gambe sottili, per quelli che nel Sahel sono colpiti dalla kwashiorkor?”, la sua reazione era: “farò tutto quello che mi è possibile per eliminare dal mio cuore ogni senso di cura nei loro confronti. Voglio sperimentare l’orrore. Voglio sentire il gusto vero della realtà di cui mi stai parlando. Non voglio sfuggire il mio senso d’impotenza e cadere nella pretesa di potermi prendere cura di loro e di fare o aver fatto tutto quello che mi era possibile. Voglio vivere con l’ineludibile orrore di questi bambini, di queste persone, nel mio cuore e sapere che non posso amarli realmente, attivamente. Perché amarli significa lasciare tutte le cose che sto facendo in questo momento e occuparmi di quella persona (...) Perché far finta che me ne prenda cura? Pensare che me ne possa prendere cura innanzi tutto mi impedisce di tenere bene in mente ciò che l’amore dovrebbe essere; secondariamente, mi abitua a quel tipo di amore anche nei confronti che sta aspettando fuori da questa porta; e in terzo luogo mi previene dal prendermi una settimana di ferie per andare ad incatenarmi ai cancelli di qualche industria newyorkese che ha svolto una parte nel disastro ecologico del Sahel”.
Scusa il lungo inciso, ma penso che queste parole siano, per diversi aspetti, un’ottima critica teatrale al tuo spettacolo, senza magari sapere niente l’uno dell’altro. E molti criticheranno, legittimamente, il tuo spettacolo, trovandosi magari dalla parte dei “denudati”: penso a gran parte dei giornalisti, che forse non hanno ben capito che parlavi del loro essere individui oltre che categoria; ai buoni per mestiere, ai presentatori televisivi, ai nuovi “barbari”, ai filosofi Overground, ai “democratici”, ai “politicamente, religiosamente, psicologicamente corretti”. 0 addirittura criticheranno te, come ha fatto Luca Canali, perché ti ha "sentito dire" che ti sei venduto alle case farmaceutiche e ai vivisezionisti, che sei diventato un nostalgico di dittature, però intelligenti, un “cattivista” che alimenta il cinismo dilagante e criminale dei giovani. Che sciocchi intellettuali abbarbicati alle rovine del loro sapere. Saranno travolti dalle loro paure, da una musichetta che risuona in un crescendo, e che uno dopo l’altro abbatte le parole d’ordine, i conformismi, i conformismi dei conformismi: goganga, goganga..
Scusa, caro Giorgio, credo che questa lettera abbia preso il crinale pericoloso dell’epitaffio. Perciò ti auguro una lunga e viva vita, e qui chiudo.
Tuo affezionatissimo,
Re Nudo

No, non muovetevi
c’è un’aria stranamente tesa
e un gran bisogno di silenzio
siamo tutti in attesa

Giorgio Gaber


NELL’ULTIMO SPETTACOLO SEMBRANO DELINEARSI I CONTENUTI DEL GABER-PENSIERO. MI È SEMBRATO DI NOTARE MENO COINVOLGIMENTO EMOTIVO, QUELLO SCATURITO DALL’ANALISI DEL GESTO QUOTIDIANO, DALL’INDAGINE DENTRO L’INDIVIDUO, PER LASCIARE PIÙ SPAZIO AL DISEGNO DI GRANDI SCENARI.
Credo che tu abbia ragione, quest’anno lo spettacolo è molto poco personale, e a parte due o tre accenni parla poco dei rapporti di cui dicevi. Per il resto cerca d’indagare nella confusione, cerca di comprendere cosa ci sta succedendo, cosa ci allarma. lo e Luporini abbiamo insistito sul discorso collettivo e abbiamo forse un po’ trascurato l’aspetto dei sentimenti, che senz’altro mi appassiona. I bombardamenti che arrivano da tutte le parti sconcertano, hai quindi bisogno di capire, di entrare nelle cose e di darti alcune risposte. Quest’anno particolarmente preciso è quest’obiettivo: il decadimento del presente, tema centrale dello spettacolo, che viene quasi solo enunciato, senza più rabbia, tanto ne siamo ormai un po’ tutti consapevoli. Abbiamo tutti la sensazione di un abbassamento, nella nostra vita, della qualità nei rapporti, nel sociale, nella politica: credo che stiamo vivendo un’epoca di grandi sconvolgimento e, come spesso accade, a chi li vive direttamente non appaiono così chiari, si vedono meglio a distanza. Il tentativo era quello di chiarire un po’ le idee su cose che, purtroppo, sono dei sentito dire, poiché ho molta poca fiducia nell’informazione, in genere. Ma delle cose ci arrivano, e in questa enorme quantità di notizie e di scoop cerchiamo di orientarci. Una delle frasi a cui tengo di più nello spettacolo è: “bisogna essere certi solo di ciò che viviamo direttamente”, perché tutto il resto è approssimazione. I difetti della stampa sono tanti, e spesso congeniti: intanto deve sottostare alle regole del mercato, per sopravvivere deve vendere. Sarebbe già sufficiente questo per avere dei dubbi sulla veridicità di quello che dicono i giornali. Poi la stampa appartiene in genere a gruppi, a padroni o ad organi di partito. Noi leggiamo perciò sempre versioni parziali, a volte discordanti. Ancora: non bisogna solo vendere ma bisogna vendere in un certo modo, perché chi paga il giornale vuole dare un certo indirizzo. Inoltre le persone, i giornalisti, tutti cercano di emergere, di speculare, di esserci. Quindi la qualità non dico delle persone ma del modo in cui queste si esprimono, è scadente. Le uniche cose che possiamo realmente valutare sono quelle che ci circondano.

MA NON TI SEMBRA DI ESSERE UN PO’ CATASTROFICO? PARLI DI NUOVA BISANZIO, DI BARBARI, DI DECADENZA DELLA CIVILTÀ OCCIDENTALE.
Nello spettacolo se ne parla, tra il serio e l’ironico, e in effetti io credo che, senza arrivare alla fine dell’Impero, sia un’epoca di grandi sconvolgimento. E, comunque sia, gli sconvolgimenti sono dolorosi, devi cambiare i tuoi riferimenti, la tua vita. Dobbiamo renderci conto di questi grandi cambiamenti anche dal punto di vista economico; che questo sia l’inizio della catastrofe o del rinascimento, lo giudicheremo poi.

TRA I POCHI CASI NEL MONDO TEATRALE ITALIANO, OGNI TUO SPETTACOLO RAPPRESENTA UNA TAPPA DEL TUO PROCESSO EVOLUTIVO INDIVIDUALE; IN OGNI TUO SPETTACOLO CI SEI TUTTO. A CHE PUNTO DELLA PARABOLA RITIENI DI ESSERE ARRIVATO? E IL SIGNOR G, È ANDATO IN PENSIONE?
Il signor G era il pretesto di un titolo, perché in effetti è proprio come dici tu: io, ma anche Luporini, elaboriamo il nostro pensiero e quando crediamo di aver fatto una piccola scoperta che ci sembra valga la pena di comunicare agli altri, allora la portiamo in teatro. È questo il modo in cui noi lavoriamo. Mi chiedevi a che punto siamo arrivati: io non so cosa succederà nel futuro, ma sembra che nella nostra produzione teatrale ci siano stati due momenti di grossi interrogativi. Dopo essere partiti dal signor G siamo arrivati ad uno spettacolo che si chiamava Libertà obbligatoria, nel 1976; con quello spettacolo arrivavamo a delle conclusioni non dico definitive, ma abbastanza comprensive del tutto. E così siamo ripartiti. Mi sembra che questo spettacolo, che tu giustamente collochi in un senso più collettivo che personale e sentimentale, ancora una volta arriva, per la seconda volta nell’arco di questi trent’anni di lavoro, ad un altro momento di conclusione di un percorso. Uno spettacolo più “teorico”, non perché i sentimenti non ci interessano, direi anzi che sono quelli che ci fanno vivere e morire.

IL SILENZIO, SECONDO TE, SALVA L’INTENSITÀ DELLA CULTURA. ROBA DA CENACOLO D’INIZIATI?
Sapevo di correre questo rischio. Il monologo ha in sé un desiderio anche provocatorio. Sulla parola cultura bisognerebbe interrogarsi seriamente, e non dare per scontato che sappiamo cosa sia. Se per cultura intendiamo quello che serve ad ognuno per evolversi e per diventare più consapevole di sé stesso, ho la sensazione che la cultura che oggi si fa non serve più a nulla. Il primo monologo parla proprio di questa fatica nell’apprendere, nel conquistare consapevolezza; è proprio il contrario di quello che si è pensato per anni, che bastasse cioè dare molti “segnali culturali” alle cosiddette masse perché le masse si evolvessero. La cultura è un fatto personale, faticoso, che ognuno deve conquistarsi e non trovarsela come se fosse in un supermercato. Il senso della segretezza della cultura è solo un grande rispetto per qualsiasi idea prima che possa allargarsi, “sputtanandosi”, per usare una brutta parola. Bisogna quindi contenere questo desiderio, che è il desiderio del mercato, quello di sfruttare qualsiasi cosa nella direzione di uno sviluppo sempre maggiore, e questo per un progresso inesistente, per dirla con Pasolini. Ho la sensazione che molte volte, non so se per malafede o per stupidità, sotto la parola cultura si riesce a metterci qualsiasi cosa in base alla convenienza di qualcuno. In questo senso provo diffidenza per l’espansione di massa della cultura.

TU OGGI DI QUALE TRIBÙ TI SENTIRESTI DI FARE PARTE? CON CHI TI METTERESTI IN VIAGGIO VERSO UNA NUOVA COSCIENZA?
Questa è una domanda difficile, nel senso che non esistono categorie o possibilità d’inquadrare un gruppo preciso. Io ad esempio non voto perché non mi sono mai riconosciuto. Ritengo che il voto sia una violenza che noi ci facciamo. A parte il voto per Ombretta (Colli, la moglie, n.d.r.), che ho dovuto dare perché se perdeva per un voto era un disastro familiare (dice ridendo). Ma erano le amministrative. Ecco, tu dicevi con che gruppo, con che tribù...

SÌ, UNA TRIBÙ IDEALE, QUELLA CHE VORRESTI INTORNO A TE.
Posso intravedere dei segni. Io credo che esista un modo di pensare e un modo di comportarsi nella vita, che è un modo semplice. E la cosa che io sento predominante in questo momento è il desiderio di troppi di vendere sé stessi al miglior offerente, per qualità dimostrate ma non reali; questa ricerca di successo personale toglie qualsiasi potere su se stessi. Noi abbiamo sempre parlato male del potere, individuato in un certo modo; io credo che l’uso del potere oltre le proprie possibilità è molto negativo, ma credo anche che sia molto importante avere un grande potere su se stessi. Questo diventa allora una possibilità di comunicazione e di socializzazione. Cerco delle persone che abbiano una “semplice” consapevolezza e non una complicata consapevolezza di se stessi, dei propri limiti e delle proprie possibilità. La coscienza di questi limiti credo che sia veramente la cultura. Quando io parlo di “uomini al minimo storico di coscienza” è proprio questo che voglio dire: la coscienza non è data da una quantità di conoscenze in senso orizzontale, ma dalla ricerca nel sapere, che non può che essere limitato, della profondità. La ricerca del senso della vita. La tecnologia che conosciamo allarga molto la conoscenza ma sempre in senso orizzontale; non c’è nulla nelle nuove invenzioni che ci aiuta ad andare dentro nelle cose. Può aprirci il panorama ma non vuol dire che ci dia più consapevolezza. Era più consapevole e cosciente un contadino di cent’anni fa, che sapeva sette cose ma le sapeva veramente. Noi in realtà sappiamo tutto e non sappiamo nulla.

I NUOVI DEI DELL’OCCIDENTE, L’OPPIO MODERNO DEI POPOLI, SONO PER TE IL MERCATO E LA STUPIDITÀ. CHE NESSO C’È? (RIDE ALLA DOMANDA)
Si è parlato tanto della fine delle ideologie. Il mercato è un’ideologia fortissima che stravince. Nello spettacolo cerco di parlare di una mia sensazione: più mercato e meno coscienza, un’equazione indiscutibile. Se ognuno fosse più cosciente dei propri bisogni e comprasse solo un paio di scarpe, quello che serve, l’industria delle calzature crollerebbe e avremmo un esercito di disoccupati. È quindi controproducente schierarsi assolutamente contro il mercato, perché altrimenti facciamo del male al paese in cui viviamo. E questa è una contraddizione grossa. Perché sentiamo che c’è nel mercato questa tendenza ad annientare le coscienze. Un popolo intelligente non serve a nessuno e il miglior fruitore del mercato è un popolo non consapevole. I due aspetti del problema sembrano irrisolvibili e finché gli atteggiamenti sono contrapposti e chiusi non ne veniamo fuori. Solo se si è consapevoli si può far nascere qualcosa di diverso. Io e Luporini siamo convinti che solo attraverso un processo di conoscenza ci possiamo opporre ad una condizione che non si può affrontare frontalmente perché ha una serie di implicazioni molto diverse. Questa è la condizione centrale dell’individuo oggi. Però c’è anche il resto, il grande minestrone in cui siamo immersi. La religione rimane l’oppio dei popoli e la politica c’è ancora.

SEMBREREBBERO IN CONTRADDIZIONE LA TUA CRITICA RADICALE ALLA SOLIDARIETÀ, AL COSIDDETTO BUONISMO, AL WELFARE STATE CON LA TUA SPINTA ANARCHICA...
Non so cosa vuol dire anarchico-individualista ma va bene, rende l’idea... (dice ridendo, n.d.r.)

SÌ, DICEVO CON LA SPINTA VERSO UNA CRESCITA DELL’INDIVIDUO, E LA CRITICA FEROCE CHE OPPONI AL MERCATO, CHE DELL’INDIVIDUO È L’ESALTAZIONE?
Sì, dell’individuo in senso negativo. Io non sono, e nello spettacolo cerco di precisarlo, contro le persone che sentono il bisogno di aiutare gli altri. Però penso, e quest’affermazione suona un po’ audace, che esiste un mercato della solidarietà. E se la solidarietà diventa mercato la truffa è grave, perché si gioca su sentimenti profondi. E allora provo sofferenza e cerco di reagire. Assistiamo, e anche tu te ne sarai accorto, ad una serie di disposizioni ipocrite o stupide, adesioni conformiste o gesti che nascondono convenienza. Ma io non sono contro chi aiuta il prossimo, ci mancherebbe altro!

FORSE LA COMPASSIONE... ?
Bravo, la compassione è la parola giusta, nel senso di cum patior, di compartecipare al dolore degli altri. Su questo argomento è in atto uno scontro politico nel quale una parte dice di essere la parte buona mentre gli altri sono i cattivi, da una parte c’è la bontà mentre dall’altra c’è il mercato. Questi due elementi si scontrano in una condizione di vuoto generale, perché le persone non stanno bene.

FORSE ANCHE PERCHÈ NON SI CONOSCONO.
Sì, hai detto bene, perché non si affrontano i motivi veri per cui le persone stanno male, ma solo ragioni esteriori che vengono poi usate per giochi di potere, al di là della stessa condizione umana.

SUPERARE LO SMARRIMENTO CHE IN MOLTI PROVIAMO. DICI “QUI E ORA”, MA COME?
Io addirittura mi avventuro in suggerimenti; spero ne venga apprezzata l’audacia, perché per suggerire qualcosa in positivo oggi ci vuole del coraggio. Ho un atteggiamento, e questo mi fa essere vicino all’impostazione di Re Nudo di allora e di oggi, quello di non rimandare il progetto a lunga data, con prefigurazione di altri modelli di vita. Qui e ora significa che non esiste la possibilità di pensare ad un altro tipo di società. La società è questa, ed è qui e ora che dobbiamo intervenire. Si diceva: “quando ci sarà il socialismo...”; Majid dice: “bisognerebbe interessarsi di come uno prende un caffè”. Questa è la differenza dall’ideologia. Quando Majid dice questo mi trova in assoluta sintonia: qui e ora, mentre ci stiamo muovendo, mentre stiamo parlando, e poi vedremo, non sappiamo neanche se ci saremo.

E QUINDI PAROLE COME “UOMO NUOVO”, “NUOVA COSCIENZA” CHE FINE FANNO?
Sono tutte parole da esaminare qui, nel senso che io vorrei essere un uomo nuovo ora. Quando io dico: “trovare l’audacia di frequentare il futuro con gioia”, contegno che sento molto, voglio dire che in questo lamentarsi generale non si riesce a prefigurare nulla, e che bisogna predisporsi verso una spinta utopistica che non sappiamo. Quello che io ancora salvo della sinistra, anche se non so se fa ancora parte dei suoi orizzonti, è il desiderio di miglioramento generale ed è l’unico motivo per cui io sono sempre stato di sinistra. Non sedersi quindi su giochi d’invenzione di futuri irrealizzabili, ma vivere immediatamente il desiderio di cambiamento.

MA NON ESISTONO DELLE BATTAGLIE CHE TI RIPORTEREBBERO IN PIAZZA?
Ho avuto, purtroppo come tanti, anche delusioni dalla piazza. Il fenomeno di massa è un fenomeno che non amo, e che non ho amato neanche nei momenti in cui si partecipava al movimento, che era una bella parola. Sento molto importante l’esistenza di una quantità di individui che rappresentano ognuno un desiderio, mentre la massa significa spesso l’annullamento del pensiero da parte del gruppo. La massificazione, sia essa di destra o di sinistra, è sempre negativa. Ognuno di noi ha ogni giorno molto spazio nei rapporti quotidiani per mettersi alla prova e per trovare il “qui e ora”, ci sono tantissime occasioni per essere persone piuttosto che maschere. E lo smascheramento di quello che siamo mi sembra una cosa realizzabile minuto per minuto nella nostra vita.

SMASCHERANDO IL SISTEMA DEI VALORI DEL PENSIERO OCCIDENTALE NON TI SUCCEDE MAI DI GUARDARE VERSO ORIENTE?
Sì, ci ho guardato e sempre con grande rispetto, perché non credo che questa sia l’unica cultura o quella che dominerà il mondo. Ma ho la sensazione che il nostro modo di vivere è un modo nostro, dovuto non solo all’abitudine ma anche alla nostra storia e quindi qualsiasi inserimento di culture diverse è meno praticabile di quello che si crede. Ti faccio un esempio interessante: l’agopuntura è sicuramente uno strumento utile, scientifico, e pian piano noi ci siamo avvicinati all’agopuntura. Ma questa disciplina si basa su un sistema di pensiero cinese che significa anche vivere diversamente, e quindi secondo il mio punto di vista l’agopuntura funzionerà di più nella cultura cinese che in occidente. È un grande aiuto, ma bisogna prendere atto di quella che è la nostra “sostanza”. Tu sai bene quanto la tua infanzia sia importante per la tua vita successiva. E quando nei momenti difficili, di grande dolore, vengono fuori le immagini di quand’eri bimbo, pensi di averle superate e invece sono ancora lì. Noi siamo fatti di una sostanza molto difficile da controvertire, e ne dobbiamo tenere conto perché noi siamo quello. Ben vengano questi altri segnali che fanno allargare la nostra consapevolezza, ma noi quella cosa lì siamo.

DICEVI CHE IL TUO MODO DI ESSERE RELIGIOSO È QUELLO DI TENTARE DI RIMARGINARE UNA FERITA CHE SAI CHE MAI SI POTRÀ RIMARGINARE. QUESTA FERITA È IL MISTERO. QUESTA È LA RELIGIOSITÀ DI OGNI RICERCATORE.
Ho detto questa cosa? (Chiede ridendo, n.d.r.). Se devo essere sincero l’ho sentita, non l’ho inventata io. Ma mi è piaciuta molto come definizione di fede. L’adesione a qualsiasi religione mi risulta impossibile, perché ritengo che la funzione delle religioni in genere è proprio quella di risolvere questa ferita. Quella di dare la risposta al mistero, in modi diversi ma con una matrice simile. Le religioni tendono a chiudere la ferita, invece il mistero esiste, ed è appassionante la ricerca e la scoperta. Questa tensione verso il mistero, che sembra irrisolvibile, è la cosa più bella che possiede l’individuo, ed è la sua grande forza. Se qualcuno cerca di darmi una risposta precostituita e dogmatica mi toglie il gusto di vivere.

IL DILEMMA, UNA TUA VECCHIA CANZONE, IL DILEMMA DEL SIGNIFICATO DELLO STARE INSIEME DONNE E UOMINI, IL RAPPORTO AMOROSO, LA LIBERTÀ IN AMORE. IERI I DUE COMPAGNI NON RIUSCIVANO A RISOLVERE IL DILEMMA E SI DAVANO LA MORTE. OGGI VEDI PIÙ CHIARAMENTE IN QUEL MISTERO?
Quella morte mi pare fosse assolutamente emblematica, per carità, non voleva essere un suggerimento per nessuno (ride, n.d.r.). Ci penso ora che me lo chiedi, che in quella forma di coinvolgimento totale che fa sì che un fallimento si traduca addirittura nel togliersi la vita, esiste un senso antico delle cose che noi abbiamo perduto, ed in tal senso è doloroso il dilemma. Noi sentiamo che questo faceva parte di noi, una grande possibilità di un gesto d’amore vero, e sentiamo di perderlo. E questa perdita si trasforma in un gesto tragico. Non si tratta soltanto di un dato marginale di fedeltà o infedeltà; io credo che il modo di vivere delle persone, l’ammalarsi, lo stare bene, dipendono molto dalla parte affettiva. Alla fine del giorno, quando uno nella sua stanza spegne il pulsante dell’abat-jour prima di addormentarsi, ha profondamente dentro questo sentimento. Anche se distratto da una giornata molto intensa gli rimane il senso della propria sicurezza di esistere, perché qualcuno desidera che tu ci sia. Ecco, se nessuno desidera che tu ci sia penso che ti ammali, non si può vivere senza essere amati.

A PROPOSITO D’AMORE: COSA C’È TRA TE E SANDRO LUPORINI?
Esiste un gran piacere nell’indagine e nella conversazione, questo mi sembra il dato più importante. Sandro è più grande di me ed io lo stimo come un maestro, ed è una persona con cui conversare significa convergere, tendere senza interessi personali a scoprire qualcosa che ti manca. Questa convergenza è il motivo del nostro scrivere. Lui non è scrittore di professione, anche se ha grosse capacità, fa il pittore. Io non faccio lo scrittore e sono in giro tutto l’anno. C’è quindi il piacere di convergere sugli interrogativi, cerchi una strada e infine nasce una parola, una frase, un verso, o anche una piccola teoria che ti consentono di orientarti su un monologo.

TRA I TUOI BERSAGLI PREFERITI IL VUOTO MORALE DEI POLITICI. TUA MOGLIE (OMBRETTA COLLI, N.D.R.) HA SCELTO LA POLITICA COME IMPEGNO PRIMARIO. COME RISOLVETE QUESTA CONTRADDIZIONE?
Ti rispondo in maniera contraddittoria. Credo che la politica manchi fortemente di un piano teorico, quindi nel gioco del potere l’improvvisazione è praticamente una quotidianità. Mi sembra che nessuna nuova politica abbia dietro un produttore di pensiero. Non sento questo né dietro la sinistra né dietro la destra, non sento gente che si pone problemi profondi. In qualche tempo della nostra storia ci sono stati dei cast, per dire una parola buffa, più ferrati dal punto di vista dell’indagine della realtà. Io ho sempre pensato che il politico in genere non è un appassionato di realtà, le sue passioni sono altre. Credo che la destra non sappia analizzare questo stato d’invivibilità e pensa che il mercato possa risolvere completamente la situazione. E credo che la sinistra sia molto imbarazzata perché da una parte deve accettare il mercato, dall’altra deve contenere un elettorato in qualche modo disfunzionale alla possibilità di espansione reale di un pensiero diverso. Per quanto riguarda Ombretta il discorso è diverso. Ombretta è una donna estremamente pratica e l’amministrazione di una città, di un comune credo abbia bisogno di gente pratica e meno ideologizzata. In questa società esistono dei problemi che non sono di destra o di sinistra, ma che sono problemi dal punto di vista della funzionalità della nostra vita quotidiana e lei mi pare che si occupi proprio di questo. È una persona onesta che fa quel che deve, con l’idea che effettivamente quella parte politica possa risolvere i problemi. È chiaro che io non ho quest’idea, ma questo non significa che lei fa delle cose di cui io mi debba vergognare. Se poi riusciamo a tirarci fuori da questa demonizzazione reciproca di destra e sinistra, rimane che i problemi del paese sono uguali per destra e sinistra. Bobbio diceva che in questo frangente abbiamo da una parte un socialismo liberale, dall’altra un liberalismo socialista. Queste parti coincidono.

LUCA CANALI SULL’UNITÀ TI CONSIGLIA DI RITIRARTI IN TEMPO PER NON SOFFRIRE DI MANCANZA D’ISPIRAZIONE; CHE TU, PER ALTRI VERSI, STIGMATIZZI NEL MONDO DELL’ARTE ATTRIBUENDONE LA RESPONSABILITÀ ALL’ “ECCESSO DI LIBERTÀ”.
Spero che tu abbia colto l’ironia di questo monologo. Hai visto che su La Repubblica hanno titolato: “Gaber: elogio dei dittatori?” Vuol dire proprio non capire. Io credo che il discorso della libertà sia, come al solito, molto riduttivo. Libertà è una parola estremamente generica su cui la classe politica si trova sempre d’accordo. Ma quale libertà, come libertà, quando libertà? C’è una sorta di accordo generale che impedisce di andare a fondo sul vero significato. Io ritengo che la vera libertà abbia un contenimento da parte dei limiti di ciascuna persona, i limiti della propria libertà. Potrebbe sembrare un significato riduttivo ma sicuramente è il più concreto. In nome della libertà, della democrazia, valori cui si attribuisce un senso quasi mistico, sacro, intoccabile, si commettono veri e propri delitti, cose forse più gravi delle proprie intenzioni, se si vanno a vedere le conseguenze. Mettiamo in gioco anche la parola democrazia. Tocchiamo i due temi: la libertà nel primo tempo, la democrazia nel secondo, due termini abusati e su cui si specula molto.

AVEVAMO ORGANIZZATO UN CONVEGNO SULLA COSCIENZA DELLA MORTE, CUI AVEVI PARTECIPATO CON UN MONOLOGO. MALATTIA E MORTE. CI PENSI?
Sì, molto. Io ho plaudito a questo convegno. Ho partecipato perché mi sembrava un’ottima iniziativa. Ci sono argomenti tabù che si cerca di rimuovere. Penso che se le strade si riempissero di gente malata, forse cambieremmo la nostra testa. Invece nella nostra società, per la vergogna della malattia, vediamo solo gente sana, e questo cerco di dirlo anche nello spettacolo: quando incontriamo qualcuno che sta male abbiamo un turbamento fuori misura, come se non sapessimo che quello è il nostro specchio. Mi sembra che il tabù della nostra epoca sia la mancanza di consapevolezza delle cose importanti e tragiche, essenziali della vita. La spinta dovrebbe essere a parlare di queste cose non in modo macabro o funebre ma come un fatto vitale, perché morte significa vita.

COSA RAPPRESENTA OGGI PER TE UNO SPAZIO COME RE NUDO?
Io Re Nudo me lo ricordo allora, tu forse non c’eri, io c’ero. Abbiamo molte affinità, ci siamo sempre trovati, mi è sempre interessato molto questo essere alternativi al grande mercato. Era ed è una pubblicazione per amatori scritta da amatori. Dove esistono una voglia, un amore, una passione, lì ci sono anch’io. Majid, tra le altre cose, credo abbia avuto concrete possibilità di avere spazi di potere molto più grossi di quelli che ha. È una persona di una discrezione incredibile. La stima che avevo allora è immutata anche se, per le nostre esperienze, siamo passati attraverso strade diverse. Io naturalmente prediligo meno la parte di Re Nudo “orientalista”, però vi leggo delle cose che su altri giornali non leggo, perché vi ponete con grande onestà di fronte ai problemi. Re Nudo non appartiene a gruppi, ad organi di partito, è aperto a qualsiasi persona che pensi e ragioni sulle cose. Questo è raro, veramente molto raro.


Ringraziamo “Re Nudo” per averci autorizzato a pubblicare l’intervista che riportiamo.


 


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