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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Interviste '90



La Repubblica - pagina 35 - 25/05/1990


Siamo noi, "COMICI CONTRO"

di Anna Maria Mori

Sono scontenti, indignati ed anche molto arrabbiati. Eppure fanno ridere Jannacci, Benni, Gaber, Paolo Rossi e Dario Fo spiegano da cosa nasce la loro comicità
 

ROMA - Voglia di ridere, l'importanza del riso vale per la piccola gente di tutti i giorni che affolla cinema e teatri o accende la Tv con questo tipo di attesa, come per Umberto Eco che sulla voglia, l'importanza del riso ha costruito "Il nome della rosa". Per non parlar del classico Bergson, e persino di Giacomo Leopardi che ha dedicato tanti dei suoi pensieri, per esempio, nello Zibaldone, all'importanza del riso. Scusi che, ci fa ridere? E la gente si precipita a vedere il Sordi dell'Avaro, facendo diventare il film, non per le sue qualità (che non ci sono parola dei critici), ma per la voglia di ridere che c'è in giro, campione di incassi e ben gli sta, ben ci sta a tutti, ché invece, nel film di Tonino Cervi non si ride neppure. Al cinema ormai si ride poco. Si continua a ridere, un po' di più, a teatro si è riso allo spettacolo di Beppe Grillo (Buone notizie), a quello di Gaber (Il grigio), fa ancora ridere Dario Fo. La gente ride con le battute di Sandro Luporini (per Gaber), con quelle di Michele Serra (che ha collaborato al copione dello spettacolo di Grillo). Ride con Stefano Benni, Altan. Ride e applaude gli spettacoli di Paolo Rossi. Li metti insieme in fila Gaber, Luporini, Rossi, adesso anche Jannacci che si prepara a un debutto insieme a Gaber. E poi Grillo, Michele Serra, Stefano Benni, Dario Fo... Sono tutti in qualche misura, da diversi punti di vista, se non proprio arrabbiati, indignati. Qualcuno di loro è anche disperato. Tutti, per un verso o per l'altro, dicono no a qualcosa e sono gli unici a dire i pochi no superstiti nel mare del conformismo e del consenso generalizzato. Loro si arrabbiano, e noi ridiamo bravi. Restituiscono al riso la funzione liberatoria che dovrebbe essergli propria. Tutto va nel migliore dei modi e nel migliore dei mondi, che è poi il nostro. Però, chi sa com'è, chi sa perché, sentiamo una sottile inquietudine come sarebbe bello prendersela con qualcuno, arrabbiarsi, individuare di nuovo un nemico, combatterlo. Claudio Magris in un suo bell'intervento di prima pagina sul Corriere della Sera di un paio di mesi fa, prendeva atto di tutto questo e polemizzava soprattutto con i giovani ragazzi, noi abbiamo avuto la guerra, voi avete la pace e non sapete che farvene, è drammatica, vergognosa, questa incapacità di godere della pace. Ha ragione Magris, naturalmente. Però... Però l'arte, lo spettacolo, la creatività in genere, e noi tutti, abbiamo bisogno di un nemico politico, sportivo, culturale. Ci piacciono i Grillo, i Gaber, i Paolo Rossi e i Michele Serra, perché ancora hanno un nemico raccontano la nostra voglia, il bisogno soprattutto giovanile, giusto o ingiusto che sia, ma reale, di avere un nemico. E, no, non di fargli la guerra. Ma almeno di seppellirlo con una risata.
C'ERA una volta il comico cattivo: era cattivo Charlot quando nel Circo del 1928 rubava una ciambella a un bambino, era cattivo il primissimo Sordi, e il Paolo Villaggio di ieri o dell'altro ieri. Oggi, al cinema, sotto tutti pallidamente buoni e un tantino noiosi: la pax sociale così cara anche ai produttori, non porta soldi al botteghino. Ché la bontà (soprattutto quella di comodo) è noiosa è la rabbia che è vitale e coinvolgente. Giorgio Gaber si ricorda di quando cantava "I borghesi son tutti dei porci..."? Le era più comodo avere un nemico così ben identificato; rimpiange quei tempi? "A tal punto che ho dovuto inventarmelo, un nemico il topo, il Grigio del mio ultimo spettacolo... L'individuazione del nemico è sempre stata difficile. Ci sono riuscito all'inizio. Già negli spettacoli del '76-'77 raccontavo il dolore per la mancanza di un nemico: un nemico è fondamentale al fine della fatica, tanto quella creativa, che quella esistenziale". Jannacci lei ha sempre lavorato dalla parte dei poveracci, degli esclusi, contro chi sfruttava ed emarginava, contro i furbi, in particolare. Adesso il furbo non ha praticamente opposizione, né politica, né sociale. E i poveracci, o non ci sono, o comunque nessuno vuole più vederli; non sono di moda. Dall'altra parte del telefono Jannacci brontola, sbuffa evidentemente ha più dimestichezza con la chitarra che non con le parole. Diffida, come sempre, dei giornalisti non allineati. E si limita a un borbottìo "La moda, la faccio io... Per me, il mio discorso è sempre valido". Con Gaber lei farà Beckett "Ho trasformato Beckett in una cosa mia e di Giorgio partendo da 'Aspettando Godot' faremo dell'iperrealismo sui giorni nostri...". Stefano Benni lei scrive, ha fatto anche un film "Musica per vecchi animali". Lavora, e quanto, sulla rabbia? Benni corregge "Non sulla rabbia. Sul disagio in un momento, il nostro, in cui tutto si concentra sull'aspetto economico dell'esistenza, io esprimo il disagio". Il disagio è più creativo del consenso? "Non saprei. Io faccio riferimento a un'area di pubblico, e con questa ho una grande comunicazione non mi interessa se è minoranza". Spiega il successo, suo e degli altri come Serra, Gaber, Grillo e compagnia, con la resa degli intellettuali "I comici, oggi, riempiono i buchi lasciati dagli intellettuali, terrorizzati, assai più di noi, di essere emarginati non riescono a sopravvivere al fatto di non essere interpellati per una rubrica o un intervento televisivo per più di due mesi. Una volta era normale che l'intellettuale fosse minoranza. Oggi è una cosa che non si accetta più: l'intellettuale vuol essere maggioranza". Perché l'unico modo di dire qualche no, oggi, di esprimere un qualche dissenso resiste solo tra i comici? La tesi cui Benni lavora con Celati e Cavazzoni è quella che smentisce la domanda. "Si può chiamare comica tutta la letteratura, in quanto nasce dal contrasto tra euforia e depressione". Grillo non accetta di essere intervistato sul tema che è, più o meno, i comici, ultimi arrabbiati non è chiaro se non gli da pace ammettere la rabbia (lui che ha detto, a suo tempo, spiegando il suo successo "Sono solo un uomo capace di arrabbiarsi..."), o magari, chi sa, da solista qual è sulla scena, non ama cantare nel corso degli altri dell'inchiesta. Facciamo dunque leggere Grillo a Benni "Beppe fa appello a una specie di dignità del piccolo-borghese: conta su una forma di provocazione ambigua, e dice siamo tutti stupidi. La gente si accorge, certo, che si sta parlando di lei. Una, al settanta per cento, fa finta di non capire...". Gaber perché il dissenso oggi si esprime solo, ed eventualmente, nella comicità, sua e dei suoi compagni di lavoro? "Perché oggi qualsiasi discorso antagonistico esplicito ha poca fortuna. E inoltre il comico si fa un discorso di negazione con maggiore consapevolezza... Oggi l'invettiva comica, l'effetto comico che si ottiene dallo stravolgimento della logica, si sostituiscono a discorsi politici programmatici che nessuno potrebbe proporre". Fa più spettacolo il consenso o il dissenso? "Incominciamo col dire che in questo momento non si può parlare né di consenso né di dissenso. Un dissenso reale non esiste; io, per esempio, non dissento sono solo un po' più nauseato di altri... Sarebbe più corretto distinguere tra spettacoli che esprimono un'esperienza e una verità umane, e quelli che non contengono niente di tutto questo". E in qualche modo contraddice il se stesso che poco tempo fa spiegava il fatto di aver scelto di produrre lo spettacolo di Grillo "Buone notizie", dicendo "Oggi, più che essere satirici, conta mettersi contro. Mi viene in mente una bella frase di Montale che dice c'è chi si immerge, e chi non si immerge, chi sa dove ci si immerda di meno". Paolo Rossi, di tutti quelli citati sino ad ora, è il più giovane professionalmente (Ho trentasei anni, ho iniziato a lavorare a ventiquattro), e quindi il meno noto, ma non il meno bravo. Dice "La rabbia m'è servita moltissimo all'inizio, negli anni 70. Volevo cambiare il mondo. E la mia fortuna è che questa voglia m'è rimasta...Vede, a un certo punto, mi sono accostato per esempio ai Vanzina. E lì ho scoperto che senza la rabbia, senza la voglia di cambiare il mondo, la mia creatività se ne andava evaporava. La professionalità senza quell'altra cosa, la rabbia, la speranza, e via dicendo, è una cosa che non esiste; la tecnica da sola non mi basta. Così sono tornato a lavorare da solo. La rabbia, va ricaricata, di giorno in giorno". E Paolo Rossi risolve così "Evitando di fare la vita dell'attore, di frequentare i colleghi, le serate. Fuggendo da Milano, e venendo a vivere in Romagna, dove la mia voglia di intervenire sulle cose del mondo si riaccende a contatto con un'infelicità che nelle grandi città viene tenuta nascosta, e qui si vede, è a portata di mano". Gaber non sa spiegarsi come mai, cessata l'egemonia dei comici romani (che non fanno più ridere anche perché Sordi ormai è il regime, ha scritto qualcuno di recente), il testimone adesso si è spostato al Nord. Paolo Rossi dice "È che noi del Nord siamo più fortunati, ma non è vero che siamo i soli: al Sud ci sono attori e comici straordinari, ne cito uno per tutti, ed è Tonino Taiuti, ma non hanno immagine, e quindi udienza, sono emarginati tra gli emarginati". È di moda essere belli, essere ricchi, essere magri, essere allegri. Eppure... "Eppure – racconta Dario Fò – proprio l'altro giorno ero a fare una chiacchierata con gli studenti all'Università di Parma. E tutti parlavano, mi interrogavano sull'importanza dell'indignazione contro il cinismo becero dei giorni che viviamo. Dice l'indignazione, per carità, non va più di moda. E come sarà che le tre compagnie che quest'anno hanno incassato di più, e proprio con il loggione, sono quella di Grillo, quella di Gaber, e la mia?".



 


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