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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Interviste '70



Corriere della Sera - - Settembre 1974


Gaber carica il fucile

di Maurizio Porro

"Anche per oggi non si vola" al Lirico - In quattro anni il cantante attore ha totalizzato con i suoi "recitals" 405 mila spettatori
 

Giorgio Gaber debutterà al Lirico il 1° ottobre.

"La realtà è un uccello: quando tu la miri è già scappata via in un'altra direzione. Così noi rimaniamo lì in perenne ritardo e con il fucile sempre scarico".
È Giorgio Gaber che parla e si riferisce a una metafora presente nel suo spettacolo "Anche per oggi non si vola", che debutterà a Milano sotto l'egida del Piccolo Teatro, nel rinnovato Lirico, il 1° ottobre. La capacità che ha Gaber di rinnovare ogni stagione il suo discorso con il suo pubblico, attraverso nuove proposte è abbastanza sorprendente. Ogni anno c'è il pessimista che dice: "Ora non può andare oltre. È bravissimo, ma adesso deve cambiar registro". E invece Gaber, nel giro dell'estate, prepara il nuovo spettacolo: affila le questioni, dispone in bell'ordine nuovi problemi, interroga gli spettatori sui drammi della convivenza, ci parla da solo dei mali di tutti. E rieccolo puntuale, con quel suo volto mobile, con quelle sue mani espressive, ad agitarci dentro la coscienza. La gente (e soprattutto i giovani) ha imparato a conoscerlo, a discutere con lui, a trattarlo da amico. Poi hanno anche provato ad etichettarlo politicamente, ma non ci sono riusciti. Gaber è disponibile, ma non in senso qualunquistico.
Da quattro anni registra il "tutto esaurito": aveva cominciato con "Il signor G", in Via Rovello, che lo tenne a battesimo: in quella stagione ebbe 18.000 spettatori. Due anni fa con "Dialogo tra un impegnato e un non so" toccò le 166 recite con 130.000 presenze; l'anno scorso "Far finta di essere sani" in 182 recite raggiunse i 186.000 spettatori. Una escalation continua, sia in città, sia in provincia, dove l'interesse cresce a vista d'occhio. Con quattro spettacoli ha totalizzato una cifra globale di 549 recite e 405.000 spettatori. E poi la recita all'Università Statale con gli studenti e quella all'ospedale neuropsichiatrico di Voghera, a contatto quindi con ogni tipo di ricezione. Lo stesso Strehler ne è entusiasta ed è felice che la riapertura del Lirico sia tenuta a battesimo da lui.

Cosa ci dirà quest'anno con il nuovo recital? "I temi sono numerosi – risponde – posso provare a sintetizzarli così come si presentano in scena. All'inizio dico che ciascuno di noi vive nella rappresentazione che gli altri si sono fatti di lui, privo cioè di una reale spontaneità; poi analizzo i rapporti che l'intelletto ha con il corpo al quale noi imponiamo sempre decisioni di testa ("com'è corretta l'ideologia, com'è ignorante la simpatia"). E parlo delle percezioni sensoriali, per finire con una rivalutazione della bugia. Il bambino, per esempio, non ha altra possibilità di sfuggire ad assurdi divieti. La bugia è proprio una grossa invenzione. Noi invece non abbiamo alternative: crediamo solo nella verità".
Gaber alterna la spiegazione orale a quella musicale aiutandosi con la chitarra e con i gesti. Una specie di efficacissimo mini-recital di corte, che si svolge in salotto. Da qualche anno il cantante si fa sempre più attore e alla ribalta porge graffianti monologhi. Quest'anno parlerà di Giotto, un ragazzo logico e intelligente, che sa di semiologia ma non riesce a dipingere un cielo azzurro. Lo dipinge d'oro come vuole la tradizione. Finché lo guarda davvero, il cielo, e si accorge che è azzurro: basta capire insomma che non c'è niente da capire.
"Questo è un tema fondamentale dello spettacolo – continua – bisogna sentire e non ascoltare, vedere e non guardare. E invece noi ci facciamo sempre più contorti. Nel 'Febbrosario', il pezzo che chiude il primo tempo, faccio il paradosso del malato che contempla la sua febbre e più questa si alza e più è orgoglioso. Nel secondo tempo lo spettacolo da personale diventa collettivo, arrivo al tema di 'Anche per oggi non si vola', incito ciascuno a inventare la sua leggerezza per essere in grado di volare. Ma ciascuno ha purtroppo il suo grosso pacco di coscienza che lo trattiene, composto da una gamma di variopinte preoccupazioni".
E poi arriva la realtà-uccello che non si riesce mai a colpire. "Anche ai giovani che cercano un nuovo modo di far politica e contestano le strutture – dice – l'uccello si avvicina, dice loro bravi e poi si allontana in un'altra direzione".
Insomma la gente non inventa mai nulla. Ci si sforza di organizzarsi, di essere efficienti, ma poi ci si accorge che il lampo della follia è lì a due passi. "Uno torna a casa dal cinema – prosegue Gaber – e non trova più la casa e poi perde anche la mamma, la Patria, tutto. Intanto la peste nera è in agguato, i topi la portano fuori dalle fogne, e la gente prima si scandalizza ma poi finisce per adeguarsi a tutto. Ci si aspettano i colpevoli? Ma noi non viviamo un periodo 'giallo', dove i colpevoli poi vengono riconosciuti, bensì un periodo 'rosa'. E finisco con un inno alla disponibilità alla vita: bisogna tornare nelle strade per conoscerci e non serve chiudere la porta a chiave dietro di noi. ("Il giudizio universale non entra nelle case e gli angeli non danno appuntamenti"). In famiglia non c'è spazio per la verifica, né per il confronto".
Sono problemi grossi ma Gaber ha il dono di porgerli con chiarezza, di assuefarli a un nostro modo di sentire. Parla di cose che conosciamo bene: della tristezza dei sentimenti che si consumano come se fossero comprati al supermarket, di tutto quello che ci sentiamo di fare e non possiamo, della sempre più scarsa dose di emozioni che ci restano disponibili.
Non sente, Gaber, il bisogno di fare una pausa, dopo cinque anni di lavoro?
"Certo che lo sento e l'anno venturo credo proprio che mi fermerò un momento. Per ripensare, per lavare il cervello, per inventare cose diverse. Non voglio che diventi tutto una routine. Dovrei fare un po' di convento. In fondo non sono stati inventati per i dilettanti in cerca di solitudine? E poi, più forte, rimetterò tutto in discussione".
"Non ho visto mai nessuno – dice una canzone di Gaber – buttar lì qualcosa e andare via". Sentendolo discorrere, mi viene un sospetto: che sia proprio lui quello che getta lì il seme e poi si allontana schivo. Dice che 'non si vola' e ha ragione. Ma lui un salto l'ha fatto e le ali le ha aperte. E il pubblico, sentendolo dialogare e cantare, capisce di poter fare altrettanto. Basta controllare che le penne siano tutte in ordine e fare i respiri giusti. Il resto dovrebbe venir da solo.


Un ringraziamento a Paolo Mariotti per averci inviato il materiale riportato in questa pagina


 


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