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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Interviste '90



RockStar - n. 148 - Gennaio 1993


Giorgio Gaber (Seconda parte)

di Guido Harari


 

Gaber ha sempre rifiutato di diventare il braccio culturale di un gruppo o di un partito ("Sì, sì. Io non voto", tiene a sottolineare con fermezza). Niente fusismi, il suo gioco è la parola precisa, non il concetto ambiguo del politichese. Tuttavia il non voto, particolarmente in un momento come quello attuale, non finisce per risultare un alibi insostenibile, un tenersi comodamente defilato dalla società? Oppure davvero dobbiamo credere che il voto sia ormai "un gesto tanto democratico da non esserlo più", "Smisi di votare dopo il referendum sul divorzio del '75. Fino ad allora avevo sempre votato PCI. Poi scrissi con Luporini Le elezioni, che mi pare molto attuale e piace ancora molto al pubblico. Già nell'80 dissi in un'intervista che secondo me la funzione... di massa era finita e che il meccanismo elettorale, e quindi l'adesione alla delega rappresentativa del politico di professione, mi sembrava inadeguata. A differenza degli anarchici che da sempre rifiutano di ammetterlo, io dissi che bisognava votare solo nei momenti in cui ce n'era davvero bisogno, nei momenti di emergenza reale, altrimenti tanto valeva, poi tutto sarebbe rimasto uguale. Quindi il mio è un non voto polemico nei confronti di un meccanismo che comunque perpetua l'esistenza di partiti che hanno perso senso e che proprio su questa perdita di senso hanno allargato il loro potere, diventando delle specie di logge, di cricche politiche che si sono spartite i soldi dei contribuenti. Smettendo di votare ho scelto invece di intervenire con gli spettacoli in maniera, mi sia concesso, forse più decisiva che con un voto. In quanto il voto bene o male rappresenta sempre una violenza: si aderisce a questo o a quel gruppo sempre con molte riserve e sono queste riserve che costituiscono una violenza nel momento in cui si va a votare. Un voto che invece probabilmente diventa necessario in situazioni estreme, che però io oggi non vedo ancora malgrado le ultime vicende (5 aprile - N.d.r.) abbiano comunque messo in dubbio proprio quel meccanismo che era già presente nell'ingenuità di una canzone come Libertà è partecipazione del '72. In quella canzone già si metteva in discussione l'ipotesi di una delega totale in quanto la parola 'partecipazione' era del tutto inadeguata dal mio punto di vista, perché si voleva dire in realtà 'libertà è spazio di incidenza', cioè la capacità di incidere davvero nel proprio sociale" .
Per Gaber il gusto del paradosso ha sempre avuto una valenza tutta speciale: quella di una pistola Magnum da puntare alle tempie di comportamenti, manie, mode, drammi esistenziali, imbrigliata in una visione della vita complessa, travagliata e spesso tragica. In un'epoca in cui si "cucina" più caricatura che satira politica, dove si ammicca più che affondare davvero il pugnale nella piaga, non si corre il rischio di scoprirsi a tirare a salve? "Certo, siamo allo sberleffo per lo sberleffo, privo di qualunque tensione morale", replica Gaber. "Oggi funziona un gusto della battuta che a me non interessa, come non mi interessa quella che si chiama satira. Mi piace di più un umorismo da situazione, o un genere di intervento dove si mette in gioco se stessi in modo tutt’altro che gratuito. Lo spettacolo che sto portando in giro mi fa pensare che il blabla televisivo non basta più, anzi. Proprio quando questo cosiddetto "farsi i cazzi degli altri" da parte della televisione è al massimo, la gente mostra invece di avere bisogno di un intervento di maggior spessore, di grande sincerità, senza nessun presupposto ideologico. Forse un anno fa non lo avrei detto, ma lo dico adesso visto anche l'esito dello spettacolo e le reazioni ad un brano come Qualcuno era comunista: io credo che nel momento in cui tu dici anche delle cose che si possono non condividere, ma che in qualche modo vengono ritenute sincere e vere, a quel punto il pubblico ti segue, anche quella parte di pubblico che non è d'accordo. Qualcuno era comunista chiaramente non è stato applaudito solo da quelli che erano comunisti, ma anche e soprattutto da chi ha riconosciuto che l'artista stava comunicando cose che davvero gli appartengono. Ecco scattare allora il rispetto per la sua sincerità".
Questo genere di sincerità però ha saputo creare anche degli spiacevoli equivoci, come anni addietro in occasione di una visita di Gaber al meeting di Comunione e Liberazione. Con quale spirito Gaber affrontò quella platea? Forse lo stesso che fece scrivere a Pavese, "Finché ci sarà qualcuno di odiato, sconosciuto, ignorato, nella vita ci sarà qualcosa da fare: accostare costui"? "Io sono d'accordo con Pavese, nel senso che la mancanza del nemico è tremenda: non capisci i tuoi scopi, i tuoi sensi", prosegue Gaber. "Noi questo tipo di discorso lo facevamo negli anni Settanta quando, in Libertà obbligatoria, avevo incluso una canzone proprio su questo argomento, il Cancro: cioè, il nemico era entrato dentro, non era più individuabile, faceva ormai parte di noi, e quindi la lotta era durissima. Ecco, io sono andato a CL senza odio, per curiosità. Avevo voglia di capire questi ragazzi, il più delle volte dotati di un sano desiderio di approfondimento, ma solo fino ad un certo punto oltre c'è poi l'accettazione del dogma. Un punto oltre il quale io non posso più dir nulla. La curiosità di capire che cos'erano ce l'ho tutto sommato ancora adesso che il fenomeno si è parecchio ridotto. Però allora sembrava in grande espansione e impregnato di forte misticismo, cosa che stuzzicava la mia curiosità per certe forme di appartenenza religiosa, un dato sempre molto misterioso che scatta nelle persone chissà perché".
Siamo davvero al momento zero della storia, in uno di quei momenti in cui, come diceva Pasolini, un artista può anche impazzire, in uno stato di confusione o di pseudosicurezza su valori superati? Con il suo Teatro-canzone Gaber traccia la mappa impietosa di un passato prossimo che, nella sua sorprendente attualità, lascia agghiacciati. Quale scenario futuribile può immaginarsi il geniale affabulatore mentre rimesta emozioni, ricordi, concetti e ideali ormai dati per estinti? Gaber fissa pensoso il registratore prima di rispondere. "La mancanza di idealità ha portato avanti una crisi per tutto il Novecento, con un'arte in crisi che, anche nelle sue forme più alte, dalla musica alla pittura e alla poesia, ha fatto fatica ad esprimersi. È una peculiarità del nostro secolo quella di vivere del passato, rappresentando forme d'arte più antiche che contemporanee. Anche il teatro ripropone i classici nel senso che quelli sono LA cultura, mentre la cultura di oggi non si sa bene cosa sia. Quindi anche il teatro, che secondo me è già una forma d'arte di serie B, come pure il cinema che negli ultimi anni è entrato in crisi decisiva, non riesce a crearsi un'autonomia (per analoghi motivi, il giorno dopo quest'intervista, Gaber ha dato polemicamente l'addio alla direzione artistica, durata tre anni, del Teatro Goldoni di Venezia e del Toniolo di Mestre - N.d.r.). Per dirti ha verità, io non mi sono mai considerato un artista di serie A, ma piuttosto un raccontatore del costume e un uomo di teatro: mi esprimo attraverso una forma che è molto diretta e passa attraverso uno scambio, una comunicazione teatrale... Vero è che il periodo è particolarmente precario (ed è anche giusto che lo sia, visto che da troppo tempo viviamo in uno stato insensato), in ogni senso: nazionale come internazionale, politico ed anche filosofico. Sembra che ci troviamo ad una specie di resa dei conti di un Occidente decrepito rispetto ad un Terzo, Quarto e Quinto Mondo che bussano alle porte. La pax americana traballa e quindi non si sa bene dove andare. Questa mancanza di intenzionalità storica da parte dei politici e degli uomini in genere, questa mancanza di spinta filosofica e quindi di tensione morale da una parte e dall'altra, sono ad un punto zero, un punto da cui poi è molto difficile muoversi. Le soluzioni possono essere in linea di massima pragmatiche. Secondo me è stupido avere dei principi in questo momento, è ancora più stupido avere delle questioni di stupido principio. L'eccessiva coerenza rischia la stupidità! (ride). Oggi avvertiamo soltanto l'inizio delle conseguenze che saranno, a mio avviso, anche peggiori. Quindi, se siamo veramente al punto zero, credo che andremo probabilmente anche sottozero. Comunque no, non ho il peso del passato. Purtroppo so di dirlo nel momento in cui faccio uno spettacolo che parla del passato, ma la scelta di questo "Teatro-canzone" , come ho detto prima, è stata casuale, dettata dal desiderio di fissare su disco e in una videocassetta un periodo di vent'anni di cui mi spiaceva che non restasse nulla. Ma quel che se ne ricava in realtà non è un "come eravamo", ma "perché": perché oggi ad un pubblico così vasto interessa così tanto l'impegno di un altro periodo. È quindi un desiderio di conoscenza su come queste cose vanno affrontate oggi, più che di come venivano affrontate prima. Il rimestare ricordi più che idee via via che si invecchia riguarda soprattutto chi non riesce a vivere serenamente la propria età e Il dio bambino, che è lo spettacolo di prosa che vorrei mettere in scena l'anno venturo, affronta appunto il tema di una società adolescenziale che rimpiange fisicamente il passato pur fingendo il contrario. Io credo che, raggiunta la condizione di adulto, la si debba vivere fino in fondo, e invece c'è questa mania di preservare il bambino che è in noi, di salvarlo. Ma bisogna ammazzarlo, quel bambino, se no non rimane che lui!".


(A fine articolo, Discografia a cura di Maurizio Petitti)


Seconda parte - Testo e foto di Guido Harari - Grazie a Carlo Fazio per averci fornito l'articolo.


 


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