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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Articoli '80



il Libertario - Periodico politico-culturale - Giugno 1982


“Anni affollati”: La nuova attesa di Giorgio Gaber

di Francesco De Ficchy


 

La scena, spoglia, a luci smorzate e come pensose, con quell’unica sedia in centro a sottolineare il vuoto circostante, si apre sull’assenza, su di un distacco: che è distacco e congedo dal decennio passato, da questi “anni affollati”, troppo pieni di cose di idee, al punto di avere perduto completamente di vista, a forza di voler parlare di tutto, proprio l’essenziale: “anni affollati di gente che ha pensato a tutto senza mai pensare a un Dio / di troppe cose non so che farne / per me che avrei bisogno di poche immagini ma eterne”. dice la canzone d’apertura che dà il titolo allo spettacolo. L’assenza è quanto ci lasciano di sé quegli anni: assenza di temi ormai risolti o semplicemente sorpassati dagli anni “che sbiadiscono ogni cosa”, di convinzioni e perfino certezze impostesi e venute meno così in fretta da neanche fare in tempo ad invecchiare. L’assenza è così anche differenza: rispetto ad una cultura che privilegiava la sistemicità e la soffocante unitarietà del discorso ideologico-filosofico prende ora il sopravvento un ‘sottofondo culturale’ che nella letteratura, nel discorrere che le è proprio “di poche immagini ma eterne” trova un modo più agile e sciolto, eppure sotto le apparenze più ‘vero’ e profondo di quello saggistico (gli “alambicchi della ragione” di “lo se fossi Dio”, nel secondo tempo dello spettacolo) per presentire, percepire e anticipare la nuova realtà nascente: “No, non muovetevi /c’è un’aria stranamente tesa I e un gran bisogno di silenzio I siamo come in attesa no, non parlatemi I bisognerebbe ritrovare le giuste solitudini I stare in silenzio ad ascoltare. (...) Non disturbatemi I sono attirato da un brusio I che non riesco a penetrare I che non è ancora mio.” (1)
Sottratte così alla falsa istanza dell’organicità, le dieci ‘canzoni’ e i sei monologhi che compongono “Anni affollati” sono legate tra loro più che da fili logici e di 'contenuto’, da una precisa e rigorosa progressione emozionale, da un crescendo e diversificarsi di sentimenti e sensazioni. Dall’elegia nostalgica e affettuosamente ironica della prima canzone che saluta — con qualche rimpianto e col molto distacco di chi sa che deve andare avanti — gli anni settanta, si percorre la sistematica riscoperta della forza, dell’interezza, e della potenza anche fisica (2) dei sentimenti. Abbiamo quindi “Gildo”, intensa e delicatissima descrizione del ritrovamento — tra le corsie e le umiliazioni d’ospedale — del più fisico dei sentimenti, quello della solidarietà. Ancora nella canzone “L’illogica allegria” c’è tutto l’improvviso stupore di sentirsi bene, d’un tratto, visceralmente (di nuovo, per la fisicità dei sentimenti): “è come se improvvisamente I mi fossi preso il diritto di vivere il presente”; mentre nel monologo “L’anarchico’ (3) vediamo il fallimento di chi, timoroso di finire vittima dei sentimenti ‘di tutti’, se ne ritrae sistematicamente creandosi il mito effimero della propria superiore cattiveria e amoralità: “lh, ih, ih! anarchico a me!? Sono un demonio io, altro che anarchico. (...) Gli anarchici amano l’umanità. Sono una merda io, altro che anarchico.”
Nelle successive canzoni “Il sosia” e più ancora nella stupenda “Il dilemma” le tinte si fanno più scure, entrano in campo i discorsi della solitudine e della morte - due temi cari e fondamentali per tutto Gaber a partire da “Il signor G “; discorsi che lui subito riprende e porta alla massima tensione e profondità drammatica nel monologo “Il porcellino", il cui grido finale e ripetuto: “lo sono solo” fa quasi tutt’uno col pezzo più noto, vero clou di tutto il lavoro: “lo se fossi Dio”. Nei quasi quindici violentissimi (nelle parole come nella musica, ossessiva — ma non stancante —e dal volume volutamente eccessivo) minuti di invettive e di verità urlate che formano questo “personalissimo giudizio universale”, non solo il ritmo dei sentimenti cresce rapidamente su se stesso, sino all’orgasmo della coraggiosa ‘bestemmia’ contro Aldo Moro e alla successiva catarsi nell’ultima strofa, ma più ancora la sfera appena scoperta e ancora tutta da scoprire dei sentimenti ‘nudi’ mette alla luce e alla prova la propria funzione e ragion d’essere: che non è affatto intimistica e fine a sé, ma è di quasi-scientifica presa sul mondo operativa. “lo se fossi Dio” segna così la maturata capacità dei sentimenti di farsi tramite di una rinnovata possibilità di parlare del mondo e del presente, e di intervenirvi; e colpa delle Brigate Rosse è quella di averci tolto “il gusto di essere incazzato personalmente”; ancora, è attraverso il sentimento, la sua forza sia fisica che intellettuale e morale, che si può recuperare l’incertezza dall’io, persa nei meandri dell’“io diviso”, di una cultura saggistico-politica che non aiutava certo a riambientarsi con se stessi. Ma, venuta meno l’assoluta certezza di questa cultura e della comunanza d’idee che essa sottintendeva (per cui ‘tutti pensavamo le stesse cose’) non resta che la solitudine, quella necessità di cercare dentro di noi, e nuove realtà che stanno emergendo, che Gaber canta nei versi già citati della canzone di chiusura, “L’attesa”. Venuta meno la sicurezza esteriore ed effimera delle idee, delle convinzioni tratte dai libri, rimane, sola e potentissima, la fede: che è la nuova parola polemica di Gaber e del suo collaboratore Sandro Luporini di contro e per sottrarsi a quanto resta di quella cultura che, essendo ormai sempre più consapevole della propria inadeguatezza ed inutilità (“Quelli come me che hanno creduto troppo a Francoforte”) senza volersi o sapersi rinnovare, non può che finire nell’agnosticismo (che è ben dIversa cosa dell’ateismo) facile, cinico e stupido, nell’ironia chiusa in sé, che non dà e non spiega niente, nella mediocrità di una miscredenza da ‘indifferenti’, e finalmente, nella dilagante moda dell’effimero. La canzone-manifesto di questa nuova poetica è “1981”: “E’ vero, si perde un po’ di pudore a riparlare di morale I però mi fa un po’ schifo saltellare dal fanatismo più feroce I all’abbandono più totale. (...) Confronto a questi ironici infedeli (...) allo snobismo dei guardoni distaccati e intelligenti I è molto meglio persino la retorica dei vecchi sentimenti”. E’ allora evidente che l’infedeltà combattuta non è quella verso dèi o idee, ma quella verso noi stessi, verso il bisogno di essere “lo se fossi Dio” che è in ognuno di noi: “Perché Dio c’è ancora (...) altrimenti non esisto. (...) E’ un Dio inconsueto che non ha niente di assoluto (...) è un Dio inventato senza altari né vangeli I ma è la mia unica spinta in questo mondo di infedeli. (...) è un Dio ancestrale che è l’essenza del pensiero I la forza naturale che mi spinge verso il vero. A scanso di equivoci sull’uso del termine ‘Dio’ sarà opportuno ricordare un verso di “Io se fossi Dio”: “Bastonerei la militanza come la misticanza”; e a proposito di militanza è da notare come anche qui Gaber e Luporini non si contentino di facili termini di moda come ‘riflusso’ ma, scavando in profondità, giungano precisi al nocciolo autentico della questione — lì dove non si può più accampare scuse esteriori: non si tratta semplicemente di ‘fare l’impegnato’ in una situazione di oggettiva impossibilità in cui “ti sfugge la mano e si invischia ogni gesto che fai”, (4) bensì si tratta di essere impegnati con tutto il proprio essere, nel profondo della propia interiorità — lì dove non ci sono più testi-guida, e la guida bisogna trovarla da soli. E’ allora che si può ‘riuscire’ anche nel fallimento, come per la coppia di suicidi del “Dilemma”: “Forse il ricordo di quel Maggio gli insegnò anche nel fallire I il senso del rigore e il culto del coraggio”.
Così il 'teatro d’intervento’ di Giorgio Gaber, dopo aver attraversato i miti e le mode culturali del nostro tempo e averne fatto un bilancio né disonestamente consolatorio né facilmente dissacratorio, si dà ancora una volta come anticipazione, chiave per interpretare “il segno di qualcosa che stiamo per capire” (5); ciò di cui abbiamo ora bisogno è un po’ di silenzio, molta concentrazione, e la pazienza di una 'nuova attesa’. (6)

NOTE
1) In “L’attesa”, ultimo ‘pezzo’ di "Anni affollati".
2) Sulla “fisicità” del teatro di Gaber e Luporini cfr. l’ottimo studio di Michele Serra:
"Giorgio Gaber: La canzone a teatro", Milano, ed. il Saggiatore, 1982.
3) Per il quale, in aggiunta agli autori esplicitamente indicati da Gaber e Luporini, aggiungeremmo quantomeno il Sartre del racconto "Erostrato".
4) Dalla canzone "I reduci" compresa nel precedente RecitaI "Libertà obbligatoria" (1975) di Gaber-Luporini.
5) Da “Il dilemma"
6) Desidero ringraziare, per i suoi consigli e suggerimenti mio fratello Vincenzo.

Francesco De Ficchy






Un ringraziamento a Vincenzo De Ficchy per il contributo riportato in questa pagina


 


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