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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Interviste '80



La Repubblica - pag. 41 - 20/10/1987


Sono un piccolo borghese e indago sulle emozioni

di Maria Pia Fusco

Giorgio Gaber e “Parlami d’amore Mariù” - Da stasera al Sistina, dopo 157 repliche in varie città
 

GIORGIO GABER al Sistina, "finalmente un fiore all’occhiello che mancava al nostro teatro", dice Pietro Garinei. Il debutto di "Parlami d’amore Mariù" è stasera. Lo spettacolo arriva a Roma dopo 157 repliche in varie città italiane, altre 150 ne sono previste. "È uno spettacolo che affronta il tema dell’amore, anzi del sentire più che dei sentimenti. Con Sandro Luponni avevano scritto una decina di racconti, poi ne abbiamo scelti sei, i più significativi, che recito nel personaggio di un piccolo-borghesizzato, abbastanza acculturato, frequentatore dei mass-media, che affronta diverse situazioni emotive. Canto pochissimo rispetto ai miei precedenti spettacoli" spiega Gaber.
E aggiunge: "Ci siamo guardati intorno, con Luporini e ci siamo resi conto, dalle nostre esperienze e da quelle di altri, della frammentazione dei nostri sentimenti, di un aspetto isterico delle nostre reazioni. Che ci succede oggi di fronte a cose come l’innamoramento, la morte di un amico, un figlio che nasce? Magari una donna ti lascia e ti chiedi mi ammazzo o vado al cinema? Ecco, lo spettacolo è una specie di indagine sull’emotività, sulle reazioni più semplici del sentire, sui momenti contraddittori, che però, forse, sono comunque pieni di intensità. Facendolo, abbiamo scoperto che ne valeva la pena, perché alla gente piace, suscita reazioni emotive". Sorridente, disponibile, solo un po’ stanco alla conferenza stampa di presentazione di ieri, Giorgio Gaber recupera comunque vivacità e anche un po’ di rabbia, quando gli si fa notare il passaggio dai teatri-tenda o decentrati di una volta al Sistina che, dice la tradizione, è frequentato dal pubblico borghese per eccellenza. "Dal ‘72 vado ripetendo che le classi non esistono, e non ho mai pensato di fare spettacoli ideologici, tantomeno politici. Sono andato nelle tende o nelle periferie, perché i teatri cosiddetti normali non mi volevano. E non accetto definizioni. Ogni teatro si definisce per lo spettacolo che ospita, e il Sistina è uno dei pochi che risponde alla logica della risposta del pubblico, mentre ovunque trovi quella della lottizzazione. E trovo offensiva l’ombra del sospetto su di me, che faccio questo lavoro in un ambito come il teatro, che mi sembra il meno inquinato di tutti, rinunciando per esempio al cinema o alla televisione".
"E faccio in fondo le stesse cose di anni fa, adesso parlo di Mariù, allora di Maria. Non che adesso il tutto che ci circonda faccia meno schifo di allora, però prima sentivo lo stimolo della gente, sentivamo il brusio intorno e lo sintetizzavamo per il teatro. Oggi questo stimolo non lo sento più. Preferisco guardare dentro i sen-imenti delle persone".
Poi, con più calma, spiega che la differenza tra gli spettacoli di allora e quelli di oggi è anche un’altra. "Allora il pubblico veniva in qualche modo aggregato e con diverse certezze e ci piaceva mettere caos e creare dubbi. Oggi l’atteggiamento è diverso, e allora vogliamo che attraverso la soggettivazione, si possa arrivare a una sorta di aggregazione". Inevitabile la richiesta di un giudizio sugli spettacoli leggeri della tv e su Celentano.
"La televisione? L’unica speranza è che muoia insieme alla stupidità dilagante. Celentano? E’ un amico e devo a lui la mia carriera di cantante. Ero chitarrista del suo gruppo, e poiché lui non veniva mai a provare, ero io che cantavo durante le prove; così ho cominciato".



 


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