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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Articoli '90



Il Trovaroma - (la Repubblica) - 10/02/1990


Il grigio, il topo e Gaber

di Anna Maria Mori

a Teatro
 

Debutta martedì ai Giullo Cesare il nuovo spettacolo del “signor G".
E' la storia di un uomo normale che ad un certo punto della sua vita sente il bisogno di allontanarsi da tutto, afflitto forse da disagi più personali che sociali. Così si ritira in una casetta poco lontana dalla città per starsene tranquillo Un bel giorno però...

Giorgio Gaber arriva finalmente a Roma. Con "Il Grigio": lo spettacolo che ha pensato e scritto con Sandro Luporini, e che vive con successo sui palcoscenici italiani da più di un anno. Senza canzoni, forte solo dell’“irresistibile leggerezza” di attore che a Gaber riconoscono ormai anche i critici laureati, e delle intuizioni folgoranti sue e del suo coautore, “Il Grigio” (citiamo le parole ufficiali scelte dallo spettacolo per presentarsi al suo pubblico) è: "la storta di un uomo normale che a un certo punto della sua vita sente il bisogno di allontanarsi un po’ da tutto, afflitto forse da disagi più personali che sociali. Si ritira in una casetta poco lontana dalla città per essere più tranquillo. Ed ecco che arriva un topo...". "Il topo", ha scritto il nostro Franco Quadri che ha visto a suo tempo lo spettacolo a Milano, "è il male, ma anche Dio, e pure la vita, e tante altre cose in alternativa, in una lotta cosmica condotta nell’assurdo. O è una proiezione immaginaria della coscienza dell’intellettuale protagonista...".
Insomma, a voi, a noi, a tutti i giovani per sempre, che leggono e guardano per leggersi e per guardarsi dentro, guardando contemporaneamente anche fuori da sé, nei mille specchi deformanti che la nostra realtà quotidiana ci mette a disposizione: ecco il momento della felicità del sentirsi letti, capiti, interpretati, presi anche amorevolmente in giro, frustati a sangue.
Lui, Gaber, lassù, solo sul palcoscenico, col suo solito vestito scuro di chi è riuscito a resistere contro gli attacchi del “look”, i capelli “trasgressivi” sul collo, il naso di chi la sa lunga, il riso complice e comunicativo di uno che è riuscito a restare ragazzo fino ai cinquant’anni. E il pubblico, giù in platea, come fosse sdraiato sul lettino di uno psicoanalista collettivo: "Scusi, il topo, 'il grigio' che anche lei, anche voi avete tra i piedi, magari nello stomaco, che tipo di fastidi le procura? Somigliano per caso a questi... ?".
Gaber: durante un anno e più di tournée, chi è cambiato, lei, o il topo? Ride: "Non ho capito bene, non lo so...". Poi riflette: "Il simbolo è largo... Il topo comunque è rimasto lo stesso, solo che scontrandomi con lui, tulle le sere, lo capisco, mi sembra, un po’ di più... Quel che è cambiato è proprio lo spettacolo, soprattutto nel secondo tempo: cose che prima dicevo fuori di testa, adesso le dico restando in me, e poi ho reso tutto più asciutto. Più giusto, mi pare".
Giorgio Gaber o i migliori (dal punto di vista anagrafico) e i peggiori (dal punto di vista politico e morale) anni della nostra vita: il ‘68 e le sue illusioni aggressive, il ‘77 e la sua rozzezza individuale e collettiva, il riflusso degli anni ‘80, le letture colte o soltanto alla moda che tutti abbiamo fatto in quegli anni, i pensieri banalmente generosi sulla “partecipazione” e quelli non banali e più inquietanti sull’ “io diviso”.
Meno ideologico e più pessimista di Dario Fo, sicuramente più acuto e puntuale nel cogliere, anche con amarezza, le verità scomode e le contraddizioni del nostro partecipare alla piazza, negli anni, è stato proprio lui, Gaber, il nostro “topo”: Il Grigio scomodo e sincero, con cui, di anno in anno, ci siamo trovati a fare i conti.
Adesso torna: "Ho poco più di cinquant’anni, ed è tempo di bilanci. Cosi questo mio spettacolo è una specie di 'morality play': un uomo che forse sono un po’ anch’io, si guarda indietro, e tira le somme che sono un po’ dolorose... Parlo degli affetti, dell’amore, più che della politica: oggi sono arrivato alla convinzione che 'il personale' non è mai stato 'politico', come si diceva tutti insieme qualche tempo fa, e penso che sia addirittura più vero li contrario, e cioè che 'il politico è personale'..." . Ride, come ride sempre, generoso, pietoso e impietoso, anche cattivo ma senza mai cinismo, sul suo palcoscenico: Gaber, cos’è, "alla ricerca della tenerezza perduta?".

Al teatro Giulio Cesare, da martedì.



 


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