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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Interviste '80



RadioCorriereTV - Musica - pag. 33/34 - Novembre 1985


Io se fossi Gaber

di Lina Agostini

Il ragionier Gaberscik è solo e si sente un filosofo ignorante. Ma dice: "Come sarei infelice in banca, senza la chitarra"
 

È il ragioniere più pagato d’Italia. È anche uno dei personaggi più "coccolati" dal pubblico. Dice una sua vecchia canzone: "Non ho visto mai nessuno buttar lì qualcosa e andare via". Bugia, anche se in bella musica. Perché il ragionier Giorgio Gaberscik, in arte Gaber, milanese, classe 1939, negli ultimi quindici anni di cose "lì" ne ha buttate parecchie. Sempre continuando a dire:

"Non credo che una canzonetta possa cambiare il mondo". Certo che lui ci ha provato con ogni canzone che ha scritto; da ogni palcoscenico su cui è salito. Sempre con quella sua aria un po sgangherata, con l’ironica sgradevolezza che il pubblico perdona a pochi, ma a Giorgio Gaber sì. Eppure al mestiere di cantante dice di essere arrivato per caso, da quel Santa Tecla di Milano da cui usciranno anche Celentano, Tony Renis, Jannacci. "Cominciavano ad arrivare i primi rock’n’roll e anch’io volevo imitare i cantanti americani. Cantavo, per modo di dire. Avevo una vociaccia stridula, allora strepitavo, urlavo".
Una "vociaccia" che si porterà dietro a lungo. Come si porterà quell’aria sbilenca da marionetta intelligente che trova "ignobile" la musica leggera e sogna il jazz. "Da principio presi la canzone come un gioco: la cosa che mi divertiva di più erano i nomi d’arte, all’americana. Nomi come Jimmy Fiore, Scikrocky, Rod Korda. Ma già allora pensavo che la canzone italiana poteva essere rinnovata". E lui ci prova. Con La ballata del Cerutti, Porta Romana, Trani a gogo. Belle canzoni per un ragioniere che aveva cominciato a suonare la chitarra per guarire da una paresi che a 15 anni gli aveva bloccato un braccio. Scomode anche e irrispettose come quella che dice "io accuso il governo - gli intrighi gli imbrogli la corruzione - io accuso la stampa - io accuso la televisione - io accuso il mondo della canzone - io accuso Sanremo". E stravaganti, come quella che racconta la storia di uno shampoo. "Mi sentivo depresso, stanco; senza voglia di fare nulla. Dissi tra me: quasi quasi mi faccio uno shampoo". Senza mai il sospetto di aver scritto anche canzoni cretine, o soltanto brutte? "Ne ho scritte talmente tante che sicuramente parecchie erano brutte. Dei veri errori professionali, ma il confine tra la canzone bella e la schifezza è minimo".
E la canzone si vendica del ragionier Gaber tagliandolo fuori da ogni percorso che passi da una hit parade. Per anni la sua è la posizione scomoda di eterno sconfitto. "Insistevo perché non mi bastava essere apprezzato soltanto dagli intellettuali, dagli esperti. Volevo vincere anche con il grosso pubblico". Invece non vince mai: si presenta a Sanremo con Benzina e cerini e viene escluso a furor di giuria. In una Canzonissima di tanti anni fa risulta il meno votato fra tutti i cantanti in gara. Per lui non ci sono cartoline, palette, applausometri, sondaggi, referendum: di vincere non gli capiterà mai. "Questo mestiere non si può fare con avarizia, con paura, senza passione. Deve divertire, deve restare il tuo personale giardino d’infanzia, altrimenti diventa di una noia atroce". Ma Gaber non si arrende, anzi: per due anni gira l’Italia con una partner di lusso come Mina, "e proprio alla fine delle due stagioni, una sera, mi ritrovai a pensare: ecco, io volevo fare questo da grande".
In realtà poi voleva fare di più: "Volevo allargare il lavoro come gioco, non dover mai dire soltanto 'ora mi metto lì e compongo una canzone'. Fare qualcosa che in Italia nessuno aveva fatto in precedenza, una forma di spettacolo che avevo visto fare in Francia a Brel e a Brassens". Qualcosa come il "signor G.", insomma. E il "signor G." è il ragionier Gaber che può finalmente fare "il filosofo ignorante" non più nel tempo limitato di una canzone, ma allargare i confini della provocazione, dell’invettiva, dell’allegro predicatore da "tutto esaurito".
"Era un personaggio autobiografico, ma solo per ciò che riguardava i sentimenti, per quanto ti succede dentro. Ero io che non mi sentivo più bene nei panni del cantautore 'che fa tenerezza'. Volevo un colloquio diretto con il pubblico e attraverso il 'signor G.' potevo averlo". E per anni il ragionier Gaber continua "a buttar lì" qualcosa e ad andarsene via sempre più schivo e più solo. "Anche se allora c’era la voglia di conoscere, di incontrarsi, di cambiare, di fare". E ora? "Ora gli anni affollati di cui parlavo come 'signor G.' mi sembrano finiti e io sono un po’ più solo". E il successo allora, il gioco del teatro, la passione per la musica, la capacità di credere fino in fondo alle cose, poi di guardarsi un attimo e di non crederci più?

"Esistono due tipi di solitudine: una totale, cosmica a cui tengo molto e una solitudine viva, di amicizie, di affetti, di sentimenti. Questa si è accentuata, ce n’è di più oggi ed è dolorosa". Dice una sua canzone: "La realtà è come un uccello: quando tu la miri è già scappata via in un’altra direzione. Così noi rimaniamo in perenne ritardo e con il fucile sempre scarico", il "signor G." oggi ritorna in uno spettacolo intitolato "Io se fossi Gaber". Che cosa aspetta a diventarlo? "Dovrei crescere ma da grandi si sta un po’ meno bene. Da grandi siamo una generazione che non ha niente alle spalle, che non ha certezze. Da grandi quelli come me hanno solo responsabilità e nemmeno un alibi".

Il ragionier Gaberscik intelligente 24 ore su 24: possibile che non le venga mai la voglia di dire: chi se ne frega? "Bisognerebbe dirlo sempre e io ne ho detti tanti. Ma sono ancora stupito di ogni cosa che scrivo, da solo o con il mio amico Luporini; di ogni serata passata davanti al pubblico; di scoprire altri giochi divertenti come la regia, come la canzone verso la quale ho un debito da pagare". Dice una sua canzone: "Laura, ti amo / Laura, ho bisogno dite. Con te io ritrovo la strada, le piazze, i giovani, gli studenti. Li avevo lasciati con la cravatta / sono molto cambiati. Le idee, sì, le idee sono cambiate, e i loro discorsi e il modo di vestire". Anche il ragionier Gaberscik è cambiato: è diventato Gaber e non se n’è ancora accorto.



 


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