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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Articoli '80



La Repubblica - Spettacoli - pag. 23 - 22/01/1987


Gaber al suo specchio vede anche tutti noi

di Ugo Volli

Prime teatro - Meno canzoni, ma molti “brevi atti unici in forma monologica” in “Parlami d’amore Mariù", il suo nuovo spettacolo
 

ORMAI da molti anni, almeno dieci o quindici,a stagioni alterne, lo spettacolo di Giorgio Gaber è un’occasione fissa e importante per noi. Di fronte a questo signore caratteristico ma non bello, dalla voce interessante ma non straordinaria, simpatico ma senza nessuna virtù speciale, ci si ritrova come davanti a uno specchio magico capace di riflettere in piccolo le trasformazioni della società e del sentimento, delle preoccupazioni e dei desideri collettivi. Insomma capace di restituire l'immagine se non di tutto il pubblico o il paese, che sarebbe impossibile, almeno di una certa significativa parte di esso: non adolescente non vecchia, non ricca non povera, non stupida non geniale, ma neppure media-media.

PROGRESSISTA CON DUBBI
Progressista con dubbi e con desideri alle spalle un po’ più grossi di quelli che oggi sembra possibile concedersi, attenta alla propria vita e alle proprie emozioni con un bovarismo molto autocritico, metropolitana senza gioia, "moderna" e lavoratrice e ottimista e affluente — non rampante — ma anche oscuramente infelice, sempre confusa, come chi ha perso qualche cosa e non sa nemmeno che cosa...
Ecco, di questo strato un po’ intellettuale un po’sociale Gaber parla, e parla a questo, dandogli però l’impressione di raccontare di se stesso, caricandosi in prima persona di amori, delusioni, passioni, nevrosi, parti buffe in quantità certamente superiore a quando sarebbe umanamente possibile fare, e senza curarsi troppo della coerenza, sicché ora ha un figlio e ora è un single, ora ha un attacco di impotenza e ora un umido sogno erotico dopo essere stato lasciato dal suo amore (sono tutti temi di quest’ultimo spettacolo): e tutti questi frammenti di storia sono dati come esperienze "di Gaber", ma riflettono la condizione di cento diversi spettatori, creando l’effetto specchio proprio perché detti in prima persona.
In anni più duri e lacerati Gaber ha fatto a questo modo molta e giusta morale al suo pubblico affezionato e allora molto confuso, molto sbandato, molto scosso da retoriche politiche e tentazioni impolitiche: noi siamo quelli che gli sono ancora grati per quel tanto di scetticismo e di verità che sapeva introdurre in quell’atmosfera elettrica e imprecisa.
Più di recente, col rilassarsi dello Zeitgeist, Gaber ha cercato di reagire, di non farsi chiudere nelle morbide trappole del riflusso; e però con quest'ultimo spettacolo sembra aver rinunciato del tutto a fare dei discorsi generali, a interrogarsi sul serio e sull’orientamento del suo specchio, o del suo pubblico. Una volta i discorsi che intervallano le canzoni, secondo la struttura sempre uguale di questi suoi spettacoli, erano quasi degli apologhi o delle parabole; adesso si sono allungati, e sono diventati dei racconti veri e propri, o addirittura, come dice il programma di sala, "brevi atti unici in forma monologica", che hanno solo l’ambizione di narrare, di comunicare dei frammenti di esistenza reale o possibile, di fare diario in pubblico.

UN PENSIERO, UN SENTIMENTO
Il loro contenuto migliore ormai è meno un pensiero preciso che un’emozione o un sentimento. Come dice il ritornello di una delle canzoni più belle di questa serata: "un sentimento / Qualche cosa che può sembrare un gioco antico / Per distinguere il vero e il falso basta poco / Un solo sentimento un vero sentimento / Per trovare il coraggio di ridare un’occhiata al mondo...".
Per questa radice del sentimento che sa, il brano più nuovo e più bello di "Parlami d’amore Mariù" è quello che de-scrive la morte dignitosa di un vecchio amico; o l’altro, in cui si racconta come il pianto e il vomito di un neonato che disturba un film di Hitchcock in Tv cementi un rapporto, trasformi uno sguardo convenzionalmente scettico / affettuoso del padre in un legame carnale, vero. Più convenzionali al confronto, più nella maniera del Gaber che sappiamo, altri brani certo gustosi e più vicini al tema del titolo, "Parlami d amore Mariù" un abbandono desiderato e temuto, un litigio notturno fra fidanzati che si conclude con la contemplazione dell’alba dalla porta di un ospedale, i disastri che seguono alla richiesta di fare l’amore da parte di una ragazza troppo bella...
S è detto che Gaber con questo spettacolo ha confermato una tendenza a diventare sempre più attore e meno cantante; ed è certo vero che i racconti hanno oggi più peso delle canzoni; ma il suo modo di essere attore è molto particolare, tutto sommato molto vicino all’interpretazione musicale: l'"io" o il "Giorgio" che Gaber dice spesso è scenico, senza dubbio, ma è assunto più in profondità, con più sofferenza, o forse con più somiglianza e complicità di quanto usi fare un attore.

IL SEGRETO DEL SUO SUCCESSO
E quei momenti in cui Gaber riemerge fra gli applausi da una sua scena, quella fatica a levarsi di dosso l’ironia o il dolore che racconta, sono probabilmente il segreto vero del suo successo, dell’amore che dalla platea gli portiamo: perché sentiamo che il suo è uno specchio divertito e ironico, sì, ma mai cinico; e soprattutto che è uno specchio vero, perché parlando di noi Gaber parla davvero di sé, delle sue tentazioni se non delle sue esperienze, e dunque non ci inganna e non ci deride, quando ride di noi; perché noi ci identifichiamo in lui come lui in noi.

al Teatro Nazionale dl Milano



 


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