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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Interviste '90



La Stampa - - 09/09/1991


Gaber: "Qui non si gode"

di Dal nostro inviato


 

VENEZIA — Ci sono anche uomini di spettacolo al festival per i quali l'impegno a comunicare cose conta di più del modo in cui possono comunicarle. Giorgio Gaber, "teatrante per bisogno di dire alcuni pensieri", e Derek Jarman, "regista per necessità di difendere i diritti degli omosessuali", fanno parte di questa categoria umana.
Gaber è la rivelazione, la sola, del film "Rossini! Rossini!" di Monicelli nel ruolo di Domenico Barbaja, l'impresario del teatro San Carlo di Napoli che tanta parte ebbe nell'affermazione del musicista. Anche se di Barbaja ignorava l’esistenza: "Conoscevo la barbajata che a Milano è una bibita al cioccolato", è bravissimo in questa sua interpretazione. La prima che fa davanti a una macchina da presa, se si escludono brevi apparizioni da cantante in filmettini Anni Sessanta come "I ragazzi del juke-box" e una partecipazione a "Il minestrone" di Citti. Coscienza critica con l'amico Luporini di più di una generazione e da almeno quindici anni profeta del non voto per disgusto verso la partitocrazia, confessa di non capire il cinema. "Nel teatro c’è l'applauso del pubblico, nella musica c'è l’esecuzione del brano, nel cinema non so quando si gode. Forse mai. O almeno mai se uno come me non ha piacere di essere attore-strurnento ma ha voglia di essere interprete autore". Direttore dello stabile di Venezia, al Lido ha deciso di non donnire neanche una notte. Parla nascosto dietro un paravento nell'ufficio dell'Isituto Luce. Del cinema, spiega, lo tenta la regia. "Volevo fare un film su quello che poi è diventato il mio spettacolo 'Il grigio', ma il produttore liquidò il progetto dicendo: 'a me i sorci mi fanno schifo'. L'ambiente del cinema ha una volgarità ruspante che non mi si addice". E quello della televisione? "Con quelli della televisione si possono avere solo contatti al di sotto dell’umana dignità", dichiara perentorio. Una battuta che ripeterà poi anche davanti a un allibito Fuscagni che, da direttore di Raiuno e coproduttore del "Rossini", non trova di meglio che chiedergli se scherza per sentirsi rispondere: "Nient'affatto, sono serissimo". Pentimenti? "Pochi. Col teatro dico ciò che penso nel modo più diretto possibile. E senza esser predicatorio". Errori? "Anche questi pochi. Forse ho sbagliato quando cantavo che libertà è partecipazione. Non si può partecipare agli affari dei politici. Avrei dovuto dire: è spazio di incidenza., ma in una canzone stonava". [...]



 


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