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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Io non mi sento italiano



Corriere della Sera - Spettacoli - 24/01/2003


L’addio di Gaber, quasi un inno senza speranza

di Mario Luzzatto Fegiz

"Io non mi sento italiano": lettera al presidente della Repubblica tra disillusione e orgoglio
 

Dar conto di un disco che esce a 23 giorni dalla scomparsa del suo creatore è impresa ardua. Il rischio di percepire l'opera come un testamento spirituale si pone fin dai primi versi del disco di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, "Io non mi sento italiano": "Questo mondo corre come un aeroplano e mi appare più sfumato e più lontano". Parole della canzone "Il tutto è falso" che sembrano davvero arrivare da un'anima che vola nel cielo. L'"ultimo viaggio" del signor G., dunque, parte proprio da "Il tutto è falso" nato all'indomani del G8 di Genova. È un saggio sullo smarrimento assoluto, sull'inadeguatezza della coscienza di fronte all'assalto della tecnologia, in una solitudine equidistante sia da chi crede nei miracoli del libero mercato, sia da coloro che si occupano a tempo pieno del dolore altrui. Per Gaber mentono tutti. Con successo: "Il falso è un'illusione che ci piace, il falso è quello che credono tutti, è il racconto mascherato dei fatti". Struggente, vera, utile, questa sì probabilmente pensata come un testamento spirituale, "Non insegnate ai bambini". Il messaggio è chiaro e positivo: princìpi, valori, illusioni, pensieri non valgono nulla, anzi possono essere dannosi e creare una falsa coscienza. Ai bambini va insegnata la magia della vita, serve star loro sempre vicini, serve l'amore: "Date fiducia all'amore, il resto è niente".
La provocazione più dura arriva da "Io non mi sento italiano". È una marcetta che comincia così: "Mi scusi Presidente non è per colpa mia, ma questa nostra patria non so che cosa sia". Nasce all'indomani della strage delle Torri gemelle, prende forma quando gli americani danno straordinarie dimostrazioni di patriottismo, si alimenta delle polemiche sui calciatori che non cantano l'inno nazionale. Non è tuttavia una canzone antipatriottica come il titolo farebbe supporre, ma un misto di disperazione e orgoglio, la rabbia impotente di chi assiste a un teatrino permanente e incandescente dove poi "non cambia niente".
Dopo la già nota "L'illogica allegria", primo spiraglio di luce in un disco in cui prevalgono le tenebre del pessimismo, la inquietante "I mostri che abbiamo dentro", ispirata a Gaber da una serie di eventi apparentemente lontani: il caso di Erika e Omar e i bambini arabi che festeggiano nelle piazze la strage di New York. Questi eventi, mai citati espressamente nella canzone, sono ricondotti alla scarsa conoscenza dei meccanismi oscuri della nostra mente.
"Il corrotto" è un blues in bilico fra morale e moralismo ("son d'accordo col Papa, però quella mi arrapa"), e pulsioni che sublimano nella voglia di punire l'oggetto del desiderio. Nessun'altro avrebbe potuto proporla senza cadere nella volgarità.
"La parola io" è un capolavoro sulle implicazione di "questo dolce monosillabo innocente" dietro il quale si cela forse il motore primo di avidità, invadenza, arroganza e prepotenza. Dopo la non inedita e amarissima "C'è un'aria", una invettiva contro i media, un colpo di luce violenta in "Se ci fosse un uomo" che si apre con un coro quasi ecclesiale. È l'identikit di un soggetto che crede nell'amore e "che ha scelto il suo cammino senza gesti clamorosi per sentirsi qualcuno". Un uomo che "odia il potere e i suoi eccessi, ma che apprezza un potere esercitato su se stessi". Solo lui potrà costruire un nuovo umanesimo.
La tensione emotiva che le ultime canzoni di Gaber trasmettono è indescrivibile. C'è un'urgenza che trascende la politica, la musica, la poesia, il teatro, una religiosità che diffida della religione e grida agli uomini: guardatevi dentro e ricominciate daccapo. E in fretta.



 


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