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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Ultima ricorrenza...



Avvenire - - 03/01/2003


Quel teatro-verità sul nostro volar basso

di Odoardo Bertani

Ecco alcuni stralci della recensione (Avvenire, 16 gennaio 1992) a uno spettacolo di Giorgio Gaber. La recensione reca la firma del nostro compianto Odoardo Bertani, forse il critico più stimato dall'artista milanese.
 


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Avvenire - 03/01/2003

Quel teatro-verità sul nostro volar basso

di Odoardo Bertani

Chi vorrà - se mai la categoria della storia interesserà ancora un mondo non di miti (cioè di religione collettiva), ma di mode - scrivere un percorso del costume, delle illusioni laiche, dei tradimenti, dei crolli morali, dei compromessi, dell'azzeramento insomma di questo brutto e peggiorativo mondo in cui viviamo, non potrà davvero prescindere da Giorgio Gaber e dal suo teatro, ormai giunto alla tredicesima estrinsecazione per la quale, se ci si riferisce ai testi, non si può assolutamente prescindere dal contributo recato, a partire da “Far finta di essere sani”, che è del 1973, da Sandro Luporini. Teatro e canzone. (...) ”Sunt lacrimae rerum”: e non è il fato, ma siamo noi a far piangere il mondo; Gaber procura di farcene conoscere ogni sozzeria e di annotarne tutte le cadute di qualità, col nostro barcamenarci e comprometterci, col perdere di quota per l'abbandono degli ideali e l'indurimento del cuore. Siamo noi i protagonisti negativi, di una storia sempre più riduttiva e abbandonata, del nostro volare basso sino a non volare più, del nostro magmatico esistere tra un desistere e un gestire solo una egoistica solitudine, una abitudinarietà sbadigliante di gesti, una ritualità di comportamenti senza passione, ma con tanta convenzionalità. Queste smagliature della persona, questa crescente asocialità, questa perdita del comunicare portano ad una fortissima moralità di base, ad un richiamo, per contrasto, a valori obliterati; e in Gaber ciò si effonde in malinconie e tenerezze (cui il tono evita la nostalgia) di lirica pregnanza, di accesa percussione fantastica, di deliziosa alternanza d'accenti per la irrorazione umoristica che spesso riceve; altrimenti c'è il paradosso, la battuta frizzante e guizzante, c'è il morso di una accusa inquieta e turbata. (...) Insomma, quello di Gaber (e di Luporini) si può definire un “teatro-verità”. E si sa come la verità non sia sempre rosea e buona, ordinata e zuccherata.
Viene, però, naturale un auspicio: che Gaber, dopo tanto vedere e confessare, esaurendo la materia, faccia un salto e dal “pietiner” sulle cose che non vanno si volga a cercare la strada per uscirne (del resto, parzialmente allusa) e riconosca, anche, il positivo che c'è. L'assoluta negatività non esiste mai. C'è del buono anche nel “civile oggi stesso”. La storia è un processo di ombre e di luci. Il male non è l'Assoluto, è Relatività. Altrimenti, dove, quando e come può arrivare la salvezza?



 


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