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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Ultima ricorrenza...



Avvenire - - 03/01/2003


Dal palco del Piccolo al varietà televisivo

di Massimo Bernardini


 

L'anno chiave è il 1970. Paolo Grassi probabilmente scopre il nuovo Gaber al Lirico di Milano, in una serata divisa a metà con Mina. Comincia a corteggiarlo per un'ipotesi di recital prodotto dal Piccolo Teatro. Ma Gaber ha un carnet fitto di impegni: fino a primavera c'è l'impegno con Mina, e dal 15 agosto è di nuovo in televisione per ...E noi qui, varietà del sabato sul primo canale in prima serata, sette puntate firmate da Vaime, Simonetta e Terzoli... Il regista è quel Giuseppe - non ancora Beppe - Recchia che ha fama di innovatore (lancerà nel 1976 il Benigni di Onda libera e, insieme ad Antonio Ricci, i disinvolti varietà anni Ottanta della nascente Tv commerciale, da Drive In a Striscia la notizia). Sarà lui ad accettare che la partecipazione di Gaber a ...E noi qui (17,1 milioni di telespettatori di media: ed è il congedo definitivo di Gaber dalla tivù!) si trasformi in un vero e proprio microrecital a puntata. Naturale che alla fine figuri in veste di «curatore» nella prima locandina ufficiale di Gaber in teatro. Ormai convinto da Grassi, a fine estate Gaber lavora al suo primo recital da titolare, debutto previsto il 18 ottobre 1970 al Teatro San Rocco di Seregno, in Brianza...

Il Piccolo Teatro di Milano
presenta
Giorgio Gaber.
Il signor G

Queste le quattro righe in locandina, mentre il programma di sala parla della «... classica storia dell'uomo inserito... la storia di tutti noi, dell'autore stesso... Il signor G è l'uomo che fa fatica a vivere e a cui crollano uno dopo l'altro i miti della giovinezza»... La scrittura è compatta, rigorosa, senza sbavature; il modello del recital francese alla Brel-Montand-Bécaud molto tenuto presente. Ma la fisicità di Gaber, il suo trascolorare continuo fra ironia e lucidità, fra drammaticità e leggerezza, fa già la differenza. Lungo l'esile trama di un signor qualunque fotografato dalla nascita alla morte, Gaber porta con sé tutto il mestiere maturato fin lì e insieme si lascia definitivamente alle spalle quella «simpatia» ammiccante che tanto aveva fatto la sua fortuna, anche commerciale. C'è la tentazione, figlia dei tempi, di uno sguardo un po' manicheo su quell'Italia mezza in rivolta e mezza in ritirata, ma l'orizzonte piccolo borghese è vivisezionato con spietatezza e complicità, puntando il dito innanzi tutto verso se stessi. È un mondo in crisi quello del signor G, ma non ci sono facili scorciatoie a disposizione per inventarne uno nuovo, e anche la diffidenza verso certe «liberazioni» è già tutta presente.
da «La libertà non è star sopra un albero», Einaudi, 2002



 


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