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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Ultima ricorrenza...



Avvenire - - 03/01/2003


Intervista a Gaber 1998 - riedita il 3/1/2003

di Massimo Bernardini

L'INTERVISTA a Sat 2000 il suo “no” alla massificazione e al caos delle opinioni proposte come merce: “Ci vorrebbe un po' più di silenzio”
 

Giorgio Gaber, arrivati a fine secolo, lei ridiventa un difensore della cultura elitaria, mandando al macero tutte le idee della sinistra del '68?
“In questa specie di corsa alla divulgazione a qualsiasi prezzo, alla definizione di cultura che non sappiamo bene che cosa sia, alle speculazioni di qualsiasi tipo, qualsiasi idea che esca in questo momento, grazie alla fortissima influenza di un mercato anche delle idee, rischia di essere rovinata dall'origine da cui è partita. Per cui grande prudenza mi sembra necessaria, nel senso proprio di precisione della comunicazione ed essenzialità, senza il chiacchiericcio portato a livello di massa, che diventa in genere dequalificante”.

Ma questo non contraddice l'inizio del mitico 68?
“Io devo dire la mia affezione a quel periodo, soprattutto alle intenzioni di quel periodo. Perché, poi, il periodo subito dopo ha avuto da parte mia delle piccole correzioni. Io scrissi proprio nel 72 ‘Chiedo scusa se parlo di Maria’, e già in quel pezzo cercavo di sostenere l'importanza dell'individuo rispetto a questo delirio ideologico. Quindi in qualche modo mi sentivo parte perché sentivo che la vita era di lì, l'energia era di lì, in contrapposizione a un vecchio conservatorismo che andava comunque superato. Il vecchio conservatorismo si è trasformato in neoliberismo, è cambiata assolutamente la storia, e quindi sono cambiati anche il modo di rapportarsi fra la gente, che secondo il mio punto di vista è anche degradato nella qualità, fino a raggiungere appunto l'idiozia”.

Ma allora ci vuole ancora l'élite?
“No, il problema dell'élite è un problema che non condivido”.

Ma lei è ancora per la cultura di massa?
“No, mi parli della ‘cultura degli individui’. Io non ho simpatia per la parola ‘massa’. Sarà perché ha qualcosa a che vedere non solo con una vecchia sinistra, abbastanza ideologica, ma anche col concetto di massificazione, che è tutt'altro dalla sinistra, ed è un concetto della scuola di Francoforte a cui io sono affezionato. Cioè la massificazione è la reificazione, l'oggetto delle persone, in qualche modo il togliere l'anima alle persone. E quindi ecco che di colpo, quando lei mi parla di cultura di massa, mi parla di cultura senz'anima, di una diffusione di cultura che evidentemente non ha in sé né il piacere né il bisogno di essere incontrata, e neanche la funzione di crescita dell'individuo. Che cos'è la cultura? Io credo sia una chiave per capire meglio quello che siamo. Credo che questa sia una definizione molto semplice, per carità, assolutamente insufficiente, ma che in qualche modo corrisponde a quello che più o meno voglia dire questa parola”.

Perché lei dice che la cultura “dev'essere però circondata di silenzio”?
“Dev'essere circondata di silenzio per eliminare proprio questo chiacchiericcio. È impossibile che su problemi di qualsiasi tipo, di qualsiasi ordine, ognuno dica la sua impunemente, e valgano le opinioni di tutti. Questa è una specie di grande partecipazione della gente, chiamata ancora dalle radio libere, quando partirono, ‘a microfono aperto’. Ecco una di quelle cose che io non sopportavo. Il microfono dev'essere chiuso, nel senso che a un certo punto ci sono delle persone che hanno titoli e qualità per parlare. Non è che dobbiamo parlare tutti: perché se no si fa una gran confusione. Ecco, questo falso senso democratico mi infastidisce moltissimo”.



(dall'intervista a Sat 2000 nel 1998)


 


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