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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Ultima ricorrenza...



Avvenire - - 02/01/2003


L'Italia del dubbio ha perso la sua voce

di Angela Calvini

LA MORTE DI GABER — “Anche grazie al suo lavoro nella Milano degli anni Sessanta è nata la nostra moderna canzone popolare, radicata nella realtà quotidiana”
 

“No, è morto Gaber? Ma che cosa mi dice...”. Attimo di silenzio. Roberto Vecchioni è colto di sorpresa dalla notizia mentre sta guidando in un giorno di Capodanno che improvvisamente diventa meno sereno.

Vecchioni, ci spiace informarla così bruscamente. Magari lei e Gaber eravate amici, essendo tutt'e due di Milano...
“Non ci frequentavamo, ma la mia era un'ammirazione ‘da lontano’. E poi la sa una cosa strana? Giorgio era un mio fan, e questo rimane un gioiello nella mia vita. Gli sono stato grato perché ha amato le mie canzoni, lui che per me era un modello inimitabile”.

In che cosa consisteva la grandezza di Gaber, secondo lei?
“Gaber aveva accoppiato in un modo geniale la canzone al teatro. Ha dimostrato che la canzone non è un prodotto da vendere in tre minuti. Lui ne ha fatto un episodio teatrale straordinario per mostrare l'insipienza e la debolezza degli uomini”.

Un percorso, questo, che però ha avuto una maturazione complessa negli anni.
“Gaber aveva una squisita levatura culturale che lo ha portato a intraprendere una strada originalissima, iniziata come semplice cantante rock. La sua strada è parallela a quella di Jannacci: ambedue hanno avuto un percorso intricatissimo, assolutamente non commerciale, di altissimo valore. Jannacci era lo sciocco intelligente, che faceva vedere agli uomini i loro difetti con semplicità. Gaber ha preso come punto di riferimento delle sue canzoni la borghesia, la classe sociale che contava di più fra gli anni '60 e gli anni '80, mostrandone tutte le pecche, le magagne, gli alibi”.

Si può dire che in qualche modo sia stato la coscienza degli italiani?
“È stato la coscienza degli italiani intelligenti. Perché Gaber, prima di tutto, era un uomo libero. Non è mai stato di nessun partito, ma solo di se stesso e questa grande libertà lo ha portato ad essere ferocemente criticato dalla sinistra. Io l'ho sempre difeso”.

Gaber era anche un uomo libero dalle lusinghe della tv, che pure gli aveva dato la grande popolarità.
“Beh, anche lui ha avuto un periodo che non amava moltissimo. Per fortuna ci hanno pensato Strehler e Simonetta a ricondurlo sulla retta via”.

In tutto questo percorso, essere di Milano ha significato qualcosa?
“È stato fondamentale, perché Milano è la città in cui è passato tutto in questi anni. È stata la città che più di tutte ha perso, ha vinto, si è autodistrutta, ha creato... Milano è sempre stata, nel bene e nel male, lo specchio dell'Italia, perché è viva. Crescere qui, non è come crescere da un'altra parte. Senza dimenticare il ruolo fondamentale di Milano nella musica italiana”.

Come vi si inseriva Gaber?
“Forse non molti sanno che a Milano dagli inizi degli anni Sessanta si è cominciata a costruire la canzone popolare italiana moderna. Gaber è stato il primo a inserirsi nel filone aperto da Laura Betti e Dario Fo. Milano è stata la portabandiera della canzone che affondava nelle radici popolari per dire la verità sul presente”.

Ma, secondo lei, Gaber quanto è stato capito?
“Il vero problema è che Gaber era italiano. Se fosse nato in Francia sarebbe stato una divinità”.




Un commento di Roberto Vecchioni


 


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