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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Ultima ricorrenza...



L'Unità - pag. 12 - 04/01/2003


"Io e Giorgio, uniti contro gli ipocriti"

di Luis Cabasés

Il premio Nobel: “Eravamo ironici, grotteschi, anticonformisti. Era il nostro modo di non accettare i compromessi”.
 

Gaber e Jannacci, due fratelli. Un padre comune Dario Fo. Anche se può sembrare un poco sbrigativa, magari abbozzata in modo semplicistico, è una definizione che in questi giorni si è sentita ripetere più volte. E allora perché no, visto che calza quasi a pennello per mettere in evidenza una sorta di sentire comune che ha legato i nomi dei tre artisti per più di una quarantina d’anni, in una Milano e in una Italia che crescevano per il boom economico e cominciavano a scricchiolare nelle crisi ricorrenti a partire dagli anni ‘70. Mentre Enzo Jannacci, compare di Gaber nei Rocky Mountains che debuttano nel 1959 al Santa Tecla, locale meneghino per gli amanti jazz e rock’n’roll, con “L’ombrello di mio fratello”, l’altra metà dei due Corsari e degli Ja-Ga Brothers, a Milano tace, rinchiuso in se stesso per la grave ferita che gli ha lacerato il cuore, chiedendo di essere lasciato in disparte ed in silenzio per “l’umana necessità di lasciare un tempo al dolore – come si legge in un comunicato di tre righe del suo ufficio stampa – a cui si aggiunge l’angoscia per il vuoto culturale lasciato dalla sua scomparsa”. Il premio Nobel si trova in Finlandia per le prove del “Viaggio a Reims” di Gioacchino Rossini, di cui cura l’allestimento, la regia, la scenografia e i costumi all’Ooperat di Helsinki, l’opera nazionale finlandese, (debutto il 17 gennaio). Lui parla di Gaber, ma la vena di malinconia che traspare dalla sua voce è evidente. Ne altera il tono giocoso, tradisce il rimpianto per l’amico.

Allora questa definizione su padri e figli è vera?
In fondo sì, anche se la condizione di padre forse la esercitavo più verso Enzo, avendolo praticamente allevato al teatro. E Gaber era sempre presente, veniva a vedere tutti gli spettacoli che facevamo. Soprattutto quelli della Palazzina Liberty con Franca. Con lui abbiamo registrato una canzone, una sorta di tiritera, “Il mio amico Aldo”. Avevamo un bel rapporto, di rispetto reciproco, con molti interessi comuni. Eravamo anticonformisti entrambi, ironici e grotteschi. Ed eravamo anche piuttosto rompicoglioni perché andavamo a tirare i sassi anche ai partiti che consideravamo vicini.

Gaber è sempre stato un uomo indipendente...
E lo stesso anche noi. Sostenevamo allora un movimento culturale come quello di Nuova Scena. Andavamo nelle case del popolo e facevamo critiche reali. Allora scattavano delle aggressioni dure, soprattutto da parte degli apparati perché le nostre erano denunce vere. Per esempio quando parlavamo di come si gestivano le case del popolo, oppure del rapporto reale della base con i dirigenti di partito, dell’ipocrisia di certi moralismi, o ancora del conformismo che stava dentro un certo Pci degli anni ‘60. Poi c’erano i luoghi comuni dei benpensanti, oppure una politica culturale per cui andava bene tutto e quindi sostenuta. Non ci andava bene e noi allora andavamo giù a piedi giunti, davamo delle sgargolate da far paura. Per forza che poi qualcuno si incazzava. In questo modo di criticare, di denunciare con Giorgio Gaber eravamo paralleli. Ci esponevamo di più in certe situazioni come il problema dei carcerati o per i momenti di lotta nelle fabbriche, andavamo nelle fabbriche a recitare, prendevamo in mano certe situazioni raccogliendo i denari per sostenere le lotte.

Insomma non bastava più ad uno come Gaber usare lo spazio ristretto dei tre minuti canonici di un 45 giri...
Certo. Lui ha scritto nei suoi brani delle ottime commedie, magari con l’aspetto esterno intimistico, ma efficaci nell’individuare il problema.

È stato un uomo coerente...
L’ho detto più volte. È stato un uomo che non ha mai accettato i compromessi. Se ne è andato via dalla televisione, è rimasto fuori...

Assomiglia a un’altra storia,,,
Infatti, proprio per questo ci rispettavamo e ci seguivamo reciprocamente. Io e Franca non abbiamo mai perso uno dei suoi spettacoli e credo che lui abbia fatto altrettanto.

C’era sintonia e stima indipendentemente dalle proprie posizioni...
Senz’altro. Io credo che la dignità e la coerenza siano i fattori più importanti per un uomo e lui se li è guadagnati. Avrebbe potuto con il suo gioco di ironia, certe volte distruttiva, spingere un po' più in là il pedale ed essere accolto da tutto il benpensantesimo culturale. Invece è sempre stato fuori del gioco.

Si è anche sostenuto che Gaber sia stato il più politico del cantautori italiani...
Non so, sono gare che mi lasciano perplesso. Io penso di aver fatto centinaia di canzoni politiche, Jannacci lo stesso. Non farei classifiche.

Un padre e due figli. Uno se n’è andato e l’altro si richiude In sé stesso...
Ero sicuro che Jannacci non sarebbe riuscito a dire niente. Troppo profonda è la sua ferita.


l'intervista - Dario Fo


 


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