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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Articoli '80



Sipario - (anno XXXVII N.416 - dicembre 1982 - pag.104) - Dicembre 1982


L'ultimo monologo del signor G

di Mara Cantoni

"Il caso di Alessandro e Maria"
 

Sul palcoscenico asettico di Gaber le sedie sono due. Tre stanno sul fondo, a ospitare una musica che non è quella del Signor G. Anche le sedie non sono come quella del Signor G. Appartengono ancora al nostro tempo, certo, ma nella forma e nel colore sono cambiate, e dicono un'epoca più estesa e sconosciuta. E' cambiato l'abito, e il Signor G non sarà vestito di blu. Sarà se stesso ma si comporterà diversamente: senza più guardare in faccia il suo pubblico, senza più stringere il microfono nelle mani, senza più afferrare la chitarra spuntata dall'ultima quinta, non sarà da solo, a farsi domande e darsi o non darsi risposte. L'interlocutore tanto a lungo cercato è qui davanti a lui, non più confuso nella collettività partecipata, non più risucchiato da una massa estranea, non più nascosto in qualche segreta piega di sé: l'altro è uscito allo scoperto, con l'evidenza che è delle cose elementari e per questo tanto più importanti. Si è fatto presenza concreta, corpo, voce, 'l'altro' di adesso o forse di sempre. Non il Signor G con la sua sedia, ma due sedie per Giorgio Gaber e Mariangela Melato.

L'attore e l'attrice recitano un dialogo. Intimo, divertente, emblematico, intrigante. Lieve e drammatico come potrebbero essere i sussurri e le violenze di un interno borghese. E' teatro da camera, che sceglie una linea drammaturgica morbida ma cosparsa di spigoli, un linguaggio continuamente interrotto e sospeso eppure continuo. Frasi banali del quotidiano, sfumature d'assurdo, comicità leggera, viaggi dell'inconscio, e ricordi e soliloqui e verità, sfiorate senza quasi essere comprese o perentorie e precise come didascalie. Sogni oscuri e limpide realtà, ma anche realtà oscure e limpidi sogni, tanto le due cose a tratti si confondono, unite e divise dallo spartiacque fragile del desiderio. Sono 'frammenti di un discorso amoroso', che fanno vivi due personaggi.

Alessandro e Maria si incontrano di nuovo. Che altro? Nulla, soltanto si incontrano di nuovo, e sono passati due anni. E hanno covato rancori, sofferto assenze, amato e odiato i ricordi. Hanno cercato ragioni inutilmente e hanno sentito, nella testa o nell'anima, il disagio di un'inspiegabile impotenza a vivere serenamente un rapporto e a scioglierne le contraddizioni. Una scelta forse, ma tanto obbligata da diventare una nuova sorte. **Alessandro e Maria parlano e si parlano, muovendo il primo imbarazzo verso una ritrovata confidenza e spingendo la confidenza più in là, a toccare una sincerità mai veramente lasciata emergere al tempo in cui stavano insieme. Così si inseguono le cattiverie e le rivendicazioni, come punte aguzze conficcate nella tenerezza e le reciproche colpe, vere o false che siano, rimbalzano dall'uno all'altra in reciproche accuse, sbarrando gradatamente il passo a un potenziale abbandono, tanto più evitato quanto più desiderato. Amore, perché no, che proprio nel litigio si rivela forte e così impacciatamente incapace di 'dirsi'. La domanda centrale, quella che singolarmente li tormenta e alla quale non sanno dare risposta, slitta via e resta lì a galleggiare disperante e muta sul loro fallimento: perché?**
Null'altro che una 'situazione'. Non c'è intreccio nel "caso di Alessandro e Maria", ma l'intrecciarsi di tanti casi e stati d'animo, vissuti presenti e passati. Non c'è storia, ma la contemporanea esistenza, reale o immaginaria, di più storie presenti e passate. **La stanza è immobile ma attraversata dal tempo: quello inesorabile delle rughe e dell'età dei figli, specchiato quotidianamente nelle cose semplici della vita, e quello ignoto della vecchiaia, cui ci si vorrebbe in qualche modo preparare, atteso dalla coscienza e tuttavia temuto come un misterioso male, e quello interiore, che ci scorre dentro seminando accumulazioni, cicatrici stratificate e immagini discontinue, tempo a tratti ri-sognato e ri-vissuto, sapore d'infanzia, brandelli di memoria.** Nella stanza Alessandro e Maria portano e riversano il loro tempo e le loro vite, il peso dei ruoli altrove ricoperti e proprio lì mancanti. Cercano il padre, la madre, la moglie, il figlio altrove rifiutati, incapaci di essere puramente uno per l'altra, uomo e donna.

L'uomo e la donna vorrebbero ma fuggono, forse fuggono perché non vogliono, ma perché non vogliono, questo non è dato capire, dal momento che è così palese il contrario. Ciascuno a suo modo, s'intende. Poiché come tutti sanno l'uomo e la donna sono fatti diversi e diversamente sono cresciuti nella storia. Differenti le reazioni, le strutture e le incertezze, le sensibilità e le conoscenze, forse i problemi, certamente le forze. L'uomo somatizza, costantemente in apprensione per il proprio essere fisico e la propria salute, la donna accoglie un diffuso dolore dell'anima, quasi fosse uno scomodo inevitabile compagno di strada. Vede il proprio corpo, la donna, e lo riconosce, l'uomo si guarda con preoccupazione. L'uomo vuole chiarezza e usa il sotterfugio e si nasconde, la donna appare confusa e nell'inganno è scoperta quanto enigmatica nella lucidità. L'uomo si presenta integro, tutto d'un pezzo, e poi si divide, una parte per ogni oggetto, la donna è composita e contraddittoria, ma intera e coinvolta in ogni esperienza. L'uomo crede di poter scegliere, s'intestardisce nel capire, si perde, si ricostituisce. La donna soffre di non poter scegliere, e sente, e sa. Il cervello si arresta davanti 'all'eterno femminino'.

Maschile e femminile, sono questi i due mondi. Maschile è la razionalità, il procedere logico e causale, la dialettica che stimola l'intelligenza e controlla i percorsi, la parola detta, il gesto pensato. Femminile è l'intuizione, la percezione inconsapevole, la familiarità con il fantastico, lo sguardo che tutto comprende, la parola taciuta, il gesto istintivo. Così i linguaggi e così le essenze, analisi e sintesi, essere in relazione ed essere in sé. La storia li ha confusi avvicinandoli fino a mischiarli, aprendo alla donna il maschile e i suoi strumenti, svelando all'uomo il femminile e i suoi segreti. Da questo contatto fatale chi esce vincente? Naturalmente nessuno dei due, sballottati dalla nuova sorte che regala loro la sorpresa di una riconfermata intesa felice per farli inciampare subito dopo nella reciproca incomprensione, quasi che le lunghezze d'onda si fossero improvvisamente sfalsate e camminassero lungo sentieri diversi di uno stesso mondo.

La donna e l'uomo si sfuggono. E sì che avrebbero voluto. Con tutte le loro diversità erano affini, e dove differenti erano curiosi.
Maria e Alessandro si sarebbero perdonati pur senza mai perdonarsi, si sarebbero accettati senza mai accettarsi davvero. Perché erano così attaccati alla loro indipendenza, saldi, inflessibili, orgogliosi, ed erano così desiderosi di perderla, di spalancare le porte di quella prigione per lasciar fluire i sentimenti. Amore, perché no, rinunciato ma pur sempre vivo se è vero che non si sono mai lasciati oppure, al contrario, ricercato proprio perché già vissuto e finito ormai da molto tempo.
Oppure questa storia non è mai esistita, e se ha avuto luogo è stato forse in sogno o forse a teatro.
Maria e Alessandro, si sa, sono personaggi e un'attrice e un attore ne recitano il dialogo. Dialogo? Monologo piuttosto. L'ultimo monologo del Signor G e di Sandro Luporini per Mariangela Melato e Giorgio Gaber.

Mara Cantoni




Grazie a Mara Cantoni per l'invio del suo articolo. Nota: il testo tra gli asterischi (**) non compare nell'articolo pubblicato, ma fa parte della versione integrale della stesura originale dell'autrice.


 


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