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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Ultima ricorrenza...



Corriere della Sera - Varie - 03/01/2003


Il ritorno dell'artista sul suo palcoscenico

di Sergio Escobar

Le ragioni di un legame. Sergio Escobar – direttore del Piccolo Teatro
 

Commentare la morte di Giorgio Gaber mette imbarazzo. Non l'imbarazzo dell'ipocrisia, ma quello creato da un evento di fronte al quale, come dice Ceronetti, c'è il diritto e il dovere di tacere. Ma quando, come per me, si sono superati i 50 anni, ci si rende conto che è sbagliato tacere, e che bisogna commemorare. Perché commemorare Giorgio Gaber al Piccolo Teatro? Perché è la scelta più naturale. Quando muore una persona come lui accade uno strappo, avviene qualcosa come se ti si sfilasse un tendine. E qui, al Piccolo, tutti sentono questo strappo, perché tutti erano legati al “signor G.”. Quanto a me, la prima volta che Gaber mi affascinò fu negli anni Settanta. Ero un ragazzo e abitavo a Legnano. Lui venne al Teatro-Galleria con un suo spettacolo. Mi stregò. Dopo tanti anni mi era parso che fosse diventato più generico e accomodante. Adesso, però, che stanno succedendo molte cose nel nostro Paese, la coerenza del suo percorso mostra la capacità anticipatrice che ha avuto. Ecco allora che il Piccolo accoglie Gaber per ricucire lo strappo sorto con la sua scomparsa. E accogliendolo, oggi diventa il luogo della città di Gaber, il luogo dove lui, per l'ultima volta, si offre a noi, che ne abbiamo bisogno. Lo accogliamo convinti di una cosa: ospitarlo in un teatro significa restituirlo al luogo principale della sua vita. Sarà, per tutti, l'ultima emozione che il “signor G.” ci offre.




 


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