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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Ultima ricorrenza...



Corriere della Sera - Giustizia - 02/01/2003


Testimone e complice di tutti noi

di Giovanni Raboni


 

Siamo un po' meno giovani, da ieri; e non solo perché abbiamo alle spalle, ufficialmente, un anno in più, ma anche perché con Giorgio Gaber è scomparso un pezzo importante del nostro passato e dunque della nostra identità e dunque anche, oserei dire, del nostro futuro. Autore, attore, cantante, uomo di spettacolo inesauribile e in qualche modo indefinibile, Gaber è stato soprattutto uno straordinario testimone-complice di quello che ci è capitato - che è capitato a noi milanesi, a noi italiani, a noi esseri umani - in questi ultimi 40 anni: testimone di tutto, complice di tutto, dalle più scandalose speranze alle più malinconiche delusioni. Con Gaber e, nello stesso tempo, sotto gli occhi di Gaber, alla luce della sua curiosità e della sua beffarda tristezza, abbiamo scambiato per lanterne tutte le lucciole possibili, ci siamo disillusi e pentiti, siamo tornati a illuderci pentendoci o addirittura vergognandoci dei nostri pentimenti; insomma, abbiamo fatto molta strada insieme, nel bene e nel male (sarei tentato di dire: nel peggio e nel meno peggio) anche quando ci sembrava di procedere su strade diverse e magari divergenti. E proprio questa, a pensarci bene, è la prerogativa (o la condanna) dei veri artisti, degli artisti che sono tali fino in fondo e non soltanto in ciò che fanno, nel loro «mestiere»: la capacità di esserci vicini anche quando crediamo o temiamo che non lo siano più, che si siano stancati di piacerci, che abbiano deciso (anche questo può succedere) di fare a meno di noi... Appartengo, con qualche anno in più, alla stessa generazione di Gaber, e quello che in questo momento provo e sto cercando di dire potrebbe sembrare dunque un discorso chiuso in un certo tempo, un discorso “storico”: le passioni degli Anni '60, la disperazione degli Anni '70, le sconfitte di una interminabile, amara fin de siècle. Francamente, non credo che sia così. Nelle canzoni, negli spettacoli, nelle parole che Gaber ci ha regalato in tutti questi anni, l'esperienza contraddittoria e dolorosa della sua e mia generazione non è soltanto documentata o riflessa, non è soltanto «messa in musica», è anche, anzi soprattutto, metaforizzata, il che significa che non riguarda soltanto chi ha vissuto più o meno direttamente e più o meno per intero le sue stesse esperienze, ma anche tutti gli altri, anche i più giovani, anche quelli che verranno. Non occorre, voglio dire, aver fatto la stessa trafila, essere passati sotto la stessa doccia scozzese, per capire Gaber, per essergli compagni. Come la Milano di certe sue canzoni è tutte le città di questo piccolo mondo, così la storia personale e collettiva che esse ci raccontano, il personaggio che esse riescono ad evocare con quell'impasto inconfondibile e sottile di tenerezza e di sarcasmo, di distacco e di pietà, appartengono in realtà a tutti, hanno qualcosa da dire a tutti, a prescindere dalla storia irripetibile, magari incomunicabile, in cui ciascuno crede di essere immerso.



 


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