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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Ultima ricorrenza...



Corriere della Sera - Varie - 02/01/2003


"Nel '58 non credeva che volessi lanciarlo"

di Andrea Laffranchi

Giulio Rapetti ricorda Gaber
 

“La prima volta che gli offrii un contratto discografico Gaber credette a uno scherzo e non si presentò alla firma. Dovetti ricontattarlo per fargli capire che la mia era una proposta seria”. Così Giulio Rapetti ricorda come, nel 1958, da funzionario della casa discografica Ricordi (ben prima di diventare famoso come Mogol) scoprì Giorgio Gaber. “Mi trovavo per caso al Santa Tecla, un locale di Milano, e notai il cantante del gruppo che si esibiva. Chiesi di parlargli e scoprii che quella sera Gaber aveva sostituito il ‘titolare’ ammalato. Gli diedi il mio biglietto da visita e gli dissi di presentarsi alla Ricordi per firmare un contratto”. Mogol, cosa la colpì di quel ragazzo? “La sua voce: una timbrica maschia, interessante. Poi sapeva suonare bene la chitarra. Infine era moderno: aveva un'impostazione anglosassone che, a quei tempi di pionieri, era un modo di esprimersi all'avanguardia”. Perché decise di offrirgli un'opportunità? “Era un artista credibile, non un fanatico che cercava di sfondare nel mondo dello spettacolo. In quel primo incontro mostrò la sua grande umiltà confermata nel corso di tutta la sua carriera di grande spessore”. E dopo la firma? “Lo spinsi a scrivere nuove canzoni e lo seguii come funzionario della Ricordi. Lui era spesso nei nostri uffici con altri esordienti come Tenco, Endrigo, Lauzi e Paoli. Fra noi ci fu sempre reciproca stima”. Poi vi siete persi di vista... “L'ho rivisto dopo tanti anni a uno dei suoi spettacoli teatrali: la sua accoglienza fu così calorosa da commuovermi. Sebbene lui, sempre senza opportunismi, si fosse schierato politicamente e io mi sia invece sempre occupato di privato, idealmente siamo stati sempre sulla stessa strada: quella della sincerità”.



 


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