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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Ultima ricorrenza...



Corriere della Sera - Varie - 02/01/2003


Gaber addio, non poteva più vivere senza musica

di Maria Volpe

È morto nella sua casa toscana dopo una lunga malattia, uscirà postumo “Io non mi sento italiano”. Accanto a lui la moglie Ombretta Colli, la figlia Dalia e i due nipotini. Il silenzio e il dolore degli ultimi giorni.
 

Giorgio Gaber era un uomo mite, schivo. Più passavano gli anni e più lo diventava, perché si sentiva fuori posto nel corto circuito mediatico di oggi. Si rifugiava sempre più spesso in Toscana, nella villa di Montemagno, dove è morto ieri pomeriggio, dopo una lunga malattia. Al suo fianco la moglie Ombretta Colli, la figlia Dalia con il marito Roberto, i due nipotini Lorenzo e Luca. Lì, tra le colline di Camaiore, ormai da anni trovava la pace, la concentrazione per scrivere. Un'alchimia che si era ripetuta anche l'anno appena passato. Perché nonostante la malattia, il dolore fisico, le cure mediche, i lunghi periodi costretto a letto, fino all'ultimo non aveva smesso di comporre. Anzi «creare» era l'antidoto alla sofferenza. E infatti ci sono nuove canzoni pronte, come sempre lucide, amare, forti, piene di disincanto eppure capaci di commuovere e ridare speranza. Le aveva fatte sentire a pochi amici, suonando con la chitarra. E quando tornava a cantare gli tornava l'energia da leone che la malattia gli stava bruciando. Queste canzoni costituiscono il suo ultimo disco “Io non mi sento italiano” che uscirà il 24 gennaio. Un album postumo, termine sul quale avrebbe riso molto, su cui avrebbe costruito una gag a teatro. Negli ultimi anni Giorgio si era davvero rifugiato nelle colline toscane. Era il suo modo per dire basta alle insulsaggini della televisione, alle interviste dei giornali, ai pareri su ogni argomento: tutte cose che detestava. Eppure, nonostante l'isolamento, continuava a respirare la vita fuori. Ogni estate, nei lunghi periodi di soggiorno toscano, organizzava una festa alla quale era invitato tutto il borgo di Montemagno. Risate, bevute e gran cantare fino a tarda notte. Era amico di tutti e spesso scendeva in paese. Al bar, a giocare a biliardo. E poi coglieva, chiedeva, captava. Bastava che una sera, nella splendida terrazza della villa toscana, vi fosse qualche amico di passaggio, qualche ospite, perché lui, curioso, chiedesse: “Che ne pensate di quel programma tv? E quello spettacolo? Ne ho visti 5 minuti, mi pare terribile”. Fra gli ultimi fatti di cronaca che lo avevano scosso c'erano gli scontri fra polizia e no global, a Genova. Faceva fatica infatti a capire da che parte stava la ragione, in mezzo a tanta irragionevolezza. Di politica non si appassionava più da tempo. Non votava più da anni. Il sistema, le elezioni, i manifesti di solidarietà lo lasciavano perplesso e freddo. Talvolta perfino disgustato. Ma – da vero tollerante – aveva accettato con rispetto la scelta della moglie di candidarsi nelle liste di Forza Italia. Un rispetto che ha pagato a caro prezzo: intellettuali, politici, amici (?) hanno smesso di parlargli, di ascoltare le sue canzoni, perfino di andare a vedere i suoi spettacoli teatrali, perché sua moglie militava in Forza Italia. Lui sgranava gli occhi e con il candore di un bambino chiedeva: “Cosa dovrei fare, lasciare Ombretta? Lei fa le sue scelte, e poi lei è una brava persona, fa delle cose buone, si batte per gli anziani, contro l'inquinamento. Io la conosco, conosco la sua buona fede, le voglio bene”. E si volevano davvero bene, Giorgio e Ombretta. Ora più che mai. Si erano innamorati nei primi anni '60 – quando lui passava a prenderla in Jaguar alla Statale di Milano – e sposati nel '65. Hanno formato una delle coppie più divertenti dello spettacolo – lei bella e finta oca, lui interessante e ribelle – facendo tournée in giro per l'Italia. Poi le loro strade si sono divise, lui verso il teatro puro, lei verso la politica. Ma la tenerezza non è mai venuta meno. Una tenerezza che lui nutriva anche per la figlia Dalia, e per i nipotini Lorenzo e Luca. Anche se l'unica realtà capace di “trasfigurarlo” era cantare dal vivo sul palco di un teatro. Questo desiderava fare e questo la malattia gli stava impedendo di fare. E per lui, artista lucido e consapevole fino in fondo, era insopportabile. Meglio morire che rinunciare alla Musica. Ora il vuoto è grande. In nottata lascerà la sua amata Toscana per tornare alla sua adorata Milano, sua città natale a cui si sentiva legato fisicamente. E domattina verrà allestita la camera ardente al Piccolo Teatro di via Rovello. Alle 14.45 i funerali all'Abbazia di Chiaravalle.

Maria Volpe

HANNO DETTO

Gad Lerner
Un fenomeno da baraccone al contrario. Sempre al riparo dal cicaleccio pseudo-culturale. Un vero snob Re del palcoscenico.

Ornella Vanoni
La perdita di Giorgio ha portato un grande senso di vuoto. Giorgio era umanamente eccezionale, oltre a essere un grande artista.

Gabriele Albertini
Oggi Milano perde un pezzo della sua storia. Sapeva capire in profondità l'animo umano, raccontare la vita, le persone, con sensibilità, intelligenza, raffinata ironia.

Valdo Spini
Per tanti anni è stato capace di far ragionare e pensare con le proprie canzoni e con il suo modo anticonformista di affrontare la realtà.



 


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