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Dettaglio articolo/intervista

Categoria: Ultima ricorrenza...



Il Manifesto - VISIONI pagina 15 - 04/01/2003


Gaber, un popolo di amici

di Antonello Catacchio

Diecimila persone hanno sfilato davanti alla camera ardente del cantautore milanese, allestita al Piccolo Teatro. Lunghe file per entrare mentre in sottofondo vanno le note delle sue canzoni
 

MILANO
Anche il sole ha voluto salutare il signor G. Un sole che ha scaldato il cuore della folla immensa che sin dal primo mattino ha puntato sulla sede storica del Piccolo Teatro in via Rovello per porgere l'ultimo commosso saluto a Giorgio Gaber. Una fila sterminata di persone comuni che sono andate a trovare un amico. I Gini e i Riccardi, quelli di porta Romana e del Giambellino, quelli della tv e del teatro, quelli di destra e di sinistra. Tutti sono andati a trovare quell'amico che per tanti anni aveva saputo tradurre in canzoni e spettacoli la loro vita di tutti i giorni, ma anche i timori, i dubbi, gli impegni, i non so. Una voce calda, un'aria scanzonata, capace di passare dallo shampoo alla libertà con la medesima profonda leggerezza. Una colonna lunghissima che poco per volta si snoda per l'intero isolato, quasi a voler avvolgere il Piccolo Teatro e quella camera ardente che oggi è il suo fulcro.
Poi, dopo che la gente, scrutata da telecamere e macchine fotografiche e interrogata dai taccuini dei cronisti, si avvicina all'ingresso del Piccolo ecco i manifesti degli spettacoli del Giorgio. Il signor G, Io se fossi Gaber, Far finta di essere sani, Anche per oggi non si vola. Inevitabile ricordare il teatro tenda e tutti gli altri luoghi dove Gaber ha intrattenuto gli amici con i suoi spettacoli. Sono manifesti dei tempi andati, come sottolineano, impietosi, i prezzi dei biglietti: 1500 lire posto unico oppure 3500 lire platea. Ma sono anche testimonianza di un pezzo di strada percorso insieme mentre le date rinfrescano la memoria. Memoria che corre per associazione di idee a qualche anno fa quando, quasi nello stesso periodo, le stesse persone erano andate nello stesso posto per salutare un'ultima volta un altro Giorgio, Strehler. «Allora però, c'era meno gente», commenta qualcuno. «Perché Strehler era più per addetti ai lavori, il Gaber invece apparteneva a tutti» gli risponde un altro. In realtà tutti e due hanno dato molto alla città e ai suoi abitanti. Ma c'è del vero in quella considerazione spicciola, non irriverente. Tutti conoscono e riconoscono le canzoni di Gaber, fanno parte della memoria di ciascuno, quindi si ha l'impressione di sentirlo più vicino. E lo si sente più vicino quando all'interno della camera ardente Giorgio sta ancora cantando. Le note e le parole del Dilemma, sottovoce, per non disturbare. Ma presente, come una presenza concreta, tangibile, che muove a commozione quando l'occhio si posa sulla bara inondata di fiori.
L'opinione diffusa è che non si farà mai in tempo a permettere a tutti di omaggiare il Gaber che poi andrà verso Chiaravalle. Anche perché la coda procede molto a rilento e il motivo viene scoperto quando si è prossimi all'entrata del teatro. Lì convergono anche quelli che sono venuti senza avere troppo tempo da perdere. Saranno persone importanti? Può essere. Ma siamo sicuri che Gaber non avrebbe apprezzato quelle piccole furbizie così stridenti con il contesto.
Prima delle 14 un silenzio sospeso e irreale avvolge la zona e le persone che la affollano. Rotto solo dalla voce di Gaber che canta «la libertà è partecipazione». Poi, quando il feretro esce dalla camera ardente parte un applauso, forte, irrefrenabile, tumultuoso, che lo accompagna sino al carro funebre in attesa poco più in là.
Nel frattempo anche l'abbazia di Chiaravalle è diventata meta di pellegrinaggio da parte di una folle enorme. Superiore a qualsiasi aspettativa. E le stradine che portano in quell'angolo periferico di Milano, raggiungibile percorrendo ancora dei campi, si sono intasate. Anche qui. Quando alle 14 e 30 arriva il feretro, seguito dalla moglie Ombretta Colli e dalla figlia Dalia, l'applauso scatta inevitabile e spontaneo, lunghissimo. Viene dal cuore e si salda con quello di piazza Cordusio. All'interno dell'abbazia sono molti i volti noti, ma la colonna sonora è tutta sua. Al termine della funzione parte infatti recitando ancora una volta il Giorgio “non insegnate ai bambini, non insegnate la vostra morale, è così stanca e malata, potrebbe far male» cui fa seguito il ritornello «girogirotondo cambia il mondo...”.
Sarebbe facile fare considerazioni su girotondo e politici. Ma sarebbe anche sbagliato. Lo si capisce perfettamente vedendo come viene salutato Gaber davvero per l'ultima volta. Tra gli applausi qualcuno si fa il segno della croce, altri alzano un pugno chiuso. Ognuno si esprime come sa, come può e come vuole. Tutti però esprimono emozioni autentiche. E questo sì sarebbe piaciuto a Gaber che da molti anni aveva lasciato Milano per la Toscana. Forse non si ritrovava più in questa città o forse non si ritrovava più con i suoi attuali abitanti. Ma molti di loro hanno ritrovato lui per questo addio all'insegna del “grazie, Giorgio”.



 


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