Sei in: Archivio » Luporini » Parole di Gaber

Parole di Gaber

Gaber e Luporini sulla scena de' "Il Grigio"

Giorgio Gaber e Sandro Luporini sulla scena de' "Il Grigio" (1988).

– Conosco Sandro da quando avevo 19 anni. Per me, è stato un maestro di estetica. Luporini è un pittore. Ci troviamo, di solito in estate, e ci comunichiamo i temi che ci hanno colpito maggiormente durante l’anno: da lì nascono le canzoni. È un rapporto straordinario, non solo sul lavoro. Tra di noi, tutto ha inizio da una conversazione vera, che tende appunto a convergere. Così facendo, senza dimostrazioni di Ego o ambizioni di superiorità, lavorare è un piacere. [Gaber da "Anche per oggi non si vola", Il Mucchio selvaggio - marzo 1999]

 

– Nell’avventura del "Signor G" Sandro Luporini mi è stato sempre vicino. Con lui lavoro ancora oggi. Ci conosciamo dal '59, lui aveva qualche anno più di me, era nato a Viareggio dove oggi vive, ed era venuto a Milano perché era pittore... Abitavamo vicini, frequentavamo lo stesso bar: il Sempione di piazza Gramsci. E la nostra collaborazione nacque subito più per divertimento che per altro. "Così felice" e "Barbera e champagne", anche se non firmate da lui, sono i primi risultati evidenti della nostra collaborazione. [Gaber da "Storie del signor G", L’Unità - Cabaret n. 4 1996]


– Credo che ci siamo sopportati perché tra noi c’è sempre stata sintonia, oltre il lavoro dello scrivere insieme. Quando ci incontriamo d’estate parliamo del mondo, discutiamo delle cose che ci sembrano urgenti e decisive, di quello che ci indigna e di ciò che ci piace. C’è una corrispondenza di dialogo. Cosa abbastanza rara. Generalmente le persone tendono a prevaricarsi a vicenda. Noi siamo sintonici, quando lui dice qualcosa di particolarmente intelligente io sono contento, non dico: maledizione, perché non l’ho pensato io. (…) Eravamo ragazzi, vicini di casa a Milano. Io frequentavo un gruppo di pittori e ci incontravamo per scambiarci idee. Nel gruppo c’era Sandro, più grande di me di sette, otto anni. Abbiamo cominciato a scrivere per gioco, io facevo il cantante televisivo e le canzoni che scrivevamo non erano adatte, ma al primo spettacolo teatrale lui già c’era. (…) Sì, lui dà l’apporto letterario, io quello teatrale e musicale. Ma c’è una condivisione totale, io non andrei mai sul palcoscenico a cantare qualcosa che non condivido, né Sandro firmerebbe un testo che sente estraneo. [Gaber da "Vi presento il pittore che scrive le mie canzoni", Il Venerdì di Repubblica 12/10/2001]

 

– Luporini, c'è sempre stato, praticamente, no? Come ti dico, c'era già in "Così felice", c'era già... Cioè, c'era un po' episodicamente, cioè ogni tanto facevamo delle cose un po' a caso. Quando io comincio a fare teatro, allora l'apporto del Luporini comincia a diventare davvero determinante, perché in effetti le cose cominciano a essere scritte veramente in due, cioè pensate e scritte in due; questo però non subito dal "Signor G": il Signor G era un impasto anche di cose fatte da me da solo oppure con altra gente, eccetera eccetera. Storie vecchie e nuove anche. Il "Dialogo" direi che è il salto: il "Dialogo tra un impegnato e un non so" è il primo spettacolo che pensiamo proprio dalla A alla Z, cioè andiamo a vedere come comincia, come finisce, ecc. ecc. E allora qui il Luporini comincia a entrare: dal Dialogo in avanti, tutto quello che io scrivo, c'è dentro il Luporini, cioè scriviamo sempre insieme, praticamente. Come scriviamo insieme? Scriviamo insieme d'estate, perché evidentemente io mi fermo: mentre fino ad allora io avevo lavorato costantemente, quindi nei ritagli di tempo ci incontravamo, qui invece io d'estate mi blocco, non faccio più né serate né teatro, mi fermo d'estate e preparo prima il "Dialogo" e poi "Far finta di essere sani", proprio fermandomi addirittura quattro mesi d'estate. Quindi a quel punto lì vado a Viareggio, sto lì, scrivo insieme; come si scrive insieme? Ecco il metodo di lavoro è poco preciso nel senso che ogni cosa viaggia un po’ in maniera diversa; però diciamo che prima discutiamo quello che vogliamo dire a livello di contenuti, poi come dire queste cose eccetera eccetera, nascono quindi le canzoni, nascono i racconti. Il Luporini infatti appare e firma da Far finta di essere sani, mentre c'è già nel Dialogo e c’era anche prima. Lui naturalmente non era iscritto, non aveva fatto gli esami (SIAE), non aveva fatto nulla, e quindi prima non compariva, poi invece comincia a apparire. Io ero iscritto alla SIAE dal '59-'60 come melodista e paroliere, poi passo compositore più avanti, nel '66-'67 (…). [Gaber da "Il signor Gaber" di Michele L. Straniero, Gammalibri 1979 - cap. Gaber-Fluxus]

 

Sandro Luporini, Rina Cianassi e Giorgio Gaber all'Adac di Modena (1987).– I miei spettacoli nascono d’estate, a Viareggio, non perché la Versilia sia particolarmente congeniale all’ispirazione o perché io sia un patito del sole e del mare. (Diffido della natura, il mio rapporto con lei è difficile e precario). No, nascono a Viareggio perché è lì che abita Sandro Luporini. Fa il pittore, dipinge delle marine invernali, dei particolari dei carri di carnevale sospesi in un cielo livido e minaccioso. (…) Le canzoni, i testi li facciamo insieme. Ci ritroviamo d’estate, e cominciamo a discutere, a raccontarci quello che ci è successo, a commentare quello che è successo in giro, insomma a mettere un po’ di ordine in quello che si è raccolto. (…) Sì, per noi, nell’aria c’è un brusio continuo, le masse esprimono dei segnali molto precisi. È necessario tendere l’orecchio al brusio, annusare l’aria. Ecco la nostra attitudine è quella di raccogliere questi segnali e di restituirli attraverso lo spettacolo. (…) Io prendo la chitarra, nasce un clima, una tensione, qualche parola che suona bene, e via, si parte. Si parte per modo di dire perché i tempi di lavoro sono piuttosto lenti. Alcune volte stiamo delle ore a cercare una parola, una rima, e allora diventa anche pesante. Il Sandro è bravissimo, ha una capacità di concentrazione straordinaria e sa scrivere. Il suo apporto è determinante. Lo mettono un po’ in crisi le metriche dei versi. Ci si salva un po’ col sistema dei numeri. Direi che seguiamo due filoni. Uno più vicino alla narrativa, con immagini, racconti, situazioni. L’altro più vicino alla saggistica, frutto delle nostre discussioni, delle nostre elaborazioni da "filosofi ignoranti". (…) Ogni tanto qualcuno dice: "Sì, ma questo l’aveva già detto Parmenide tremila anni fa!" Accidenti, ci era sfuggito. A proposito, chi è Parmenide? (…) Leggiamo abbastanza poco e copiamo da tutti. Siamo dell’idea che quando copi da uno solo è plagio, quando invece copi da molti è ricerca. Il nostro spazio sta in mezzo, fra le avanguardie e la base. (…) Su alcuni temi siamo interrogativi, su altri invece siamo precisi, ma l’indicazione è sempre una proposta da discutere più che una verità da diffondere. Anche perché non crediamo al teatro didattico, all’insegnamento, al proselitismo. Uno butta lì delle cose, se ti servono le prendi, se no vuol dire che non ti servono. (…). [Gaber da "Io canto e tu ragioni" di Alberto Bertini, Paese Sera 9/3/1975]

 

– Mi riconosco in ogni virgola di quello che io e Sandro scriviamo. (…) A volte quando riaffrontiamo un argomento dopo un po’ di tempo, non ci ricordiamo più se l’avevo tirato fuori io o se era uno spunto suo. (…) Nel nostro lavoro non c’è posto per l’autobiografia, per lo sfogo personale; anzi, uno dei vantaggi principali di lavorare in due sta proprio in questo: che l’altro costituisce un continuo elemento di freno al rischio di parlarsi addosso, all’insidia dell’autocompiacimento. Questo ci mette al riparo da molti errori e sbavature: abbiamo un rapporto pieno di pudore, ignoriamo molte cose l’uno dell’altro, scriviamo d’amore da molti anni ma non ci verrebbe mai in mente di chiederci i fatti nostri. Così qualunque sia l’argomento di cui ci troviamo a discutere e dal quale vorremmo tirare fuori qualche idea, non ci ritroviamo mai a misurarci su aneddoti o fatti personali, ma direttamente sui temi, su discorsi che hanno già una forma comune alla realtà e non alle proprie fisime. Penso oltretutto, che la nostra collaborazione non sarebbe stata così serena, e così produttiva, se avesse comportato un eccessivo coinvolgimento personale. [Gaber da "Giorgio Gaber - La canzone a teatro" di Michele Serra, Il Saggiatore 1982 - cap. I "filosofi ignoranti"]

 

– Esiste un gran piacere nell’indagine e nella conversazione, questo mi sembra il dato più importante. Sandro è più grande di me ed io lo stimo come un maestro, ed è una persona con cui conversare significa convergere, tendere senza interessi personali a scoprire qualcosa che ti manca. Questa convergenza è il motivo del nostro scrivere. Lui non è scrittore di professione, anche se ha grosse capacità, fa il pittore. Io non faccio lo scrittore e sono in giro tutto l’anno. C’è quindi il piacere di convergere sugli interrogativi, cerchi una strada e infine nasce una parola, una frase, un verso, o anche una piccola teoria che ti consentono di orientarti su un monologo. [Gaber da "Il luogo del pensiero. Qui e ora" di Antonio Priolo, Re Nudo n. 18 - 1/3/1998]

 

– Lui dà l’apporto letterario, io quello teatrale e musicale. Ma c’è una condivisione totale, io non andrei mai sul palcoscenico a cantare qualcosa che non condivido, né Sandro firmerebbe un testo che sente estraneo. (…) Io sono il più energetico, quello che tira il gruppo, sono io che vado sul palco. Anche se a tenacia Sandro non scherza. Riusciamo a impigliarci ore e ore su due parole. Sandro è più ascetico. Io vado più in giro per il mondo. Lui, per esempio, non viene mai agli spettacoli. Ogni volta in teatro lo presento, e lo cerco tra il pubblico: dov’è Luporini? Non c’è. È schivo, fa fatica a entrare nelle cose. Ha mezzi straordinari, ma non li usa tutti. (…) Per me l’ambiguità è il male maggiore, il voler ignorare il dolore. Scoprire uno stato d’animo doloroso non lo considero pessimismo, ma una richiesta di aiuto per trovare una strada. Diciamo che sia Sandro che io siamo portati a individuare i difetti della società in cui viviamo. Non è pessimismo, ma un tentativo di scoprire come è fatto il nostro mondo. [Gaber da "Vi presento il pittore che scrive le mie canzoni", Il Venerdì di Repubblica 12/10/2001]


A cura di Micaela Bonavia.

Riferimenti bibliografici: le fonti da cui sono tratte le citazioni sono in gran parte presenti nelle sezioni "Rassegna stampa" e "Bibliografia" del sito.

Segui il sito su: Facebook