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Anni novanta

« (...) La scoperta più interessante che ho fatto è che è molto difficile intervenire parlando delle tue idee, di quello che pensi o di quello che per te è il mondo. Un po' l'abbiamo fatto, ma più che altro erano delle indicazioni di un punto di vista delle cose. "Qualcuno era comunista" è stata quindi quasi una specie di necessità. Ecco, mi pare che da questa esperienza venga fuori che qualsiasi discorso teorico, qualsiasi discorso ideale in questo momento sia improponibile.

Giorgio Gaber


 

Nel 1991, lo spettacolo antologico "Il Teatro Canzone", presentato al Festival estivo "La Versiliana" (che verrà poi pubblicato in quattro home video, "Storie del signor G"), ripropone parte del repertorio precedente, col desiderio esplicito di verificare a distanza di anni l'attualità dei temi via via svolti. Il recital offre una magnifica attualità, scandisce l'ineluttabilità delle passate e odierne incertezze, forse perché la cifra fondamentale delle canzoni e dei monologhi di Gaber-Luporini è in definitiva sempre stata di tipo esistenziale, ovvero non ha mai creduto ad una netta distinzione tra l'uomo e le sue vicende socio-politiche. 
Un Gaber perfetto che dimostra di avere ragione: l'ironia, la possibilità di "saltare il piano" e indagare sulla realtà da diverse angolature, è la chiave necessaria per mettere a nudo le contraddizioni e i disagi dell'uomo e insieme un tentativo di esorcizzarli. Un umorismo da situazione, o un genere di intervento dove si mette in gioco se stessi in modo tutt'altro che gratuito. Il lavoro di Gaber e Luporini, sia per il linguaggio sia per i contenuti, non solo mantiene un valore inalterato nel tempo ma anticipa concetti e idee destinate ad entrare nel patrimonio collettivo.

– (...) Io e Sandro Luporini parlavamo da tempo di rimettere insieme la nostra produzione e, perché no, registrare su un video cose che purtroppo scompaiono col teatro. Il teatro è bello perché poi scompare. Ma quando scompare, ti dispiace (...). [Luca Ponzi, "Bentornato, signor G.", La Gazzetta di Parma 6/8/1991]

– Ti dirò una cosa: in questi ultimi tempi sto facendo anche il direttore artistico di un teatro e quindi in questa veste mi è capitato di incontrarmi varie volte con molti ragazzi, con molti giovani, e ho avuto l'opportunità di confrontarmi quindi con un pubblico che sicuramente è all'oscuro di buona parte del nostro ventennale lavoro. Ed ho avuto la sorpresa di constatare che a loro moltissime delle nostre cose risultano nuove ed attuali, come l'entusiasmo che ho sentito per una canzone come "Le elezioni", che per noi è ormai ovvia e scontata, e questo mi fa capire che non solo il contenuto della canzone è attualissimo, ma anche la musica, e in questo senso non ci sono state delle eccessive trasformazioni. Insomma questo tipo di rapporto di comunicazione tramite la canzone, che è un rapporto di primo ascolto, funziona ancora benissimo. E se è vero che queste canzoni sono indubbiamente legate a certi periodi e a certi spettacoli, alcune di esse possono essere tranquillamente riproposte anche oggi. [Luciano Ceri e Gianni Martini, "Il signor G suona la chitarra", Chitarre n.51 - giugno 1990]

– Del mio teatro, dei numerosi spettacoli di monologhi e canzoni che ho realizzato negli anni Settanta e Ottanta, l'unica testimonianza esistente era la registrazione discografica dal vivo degli spettacoli stessi; mentre sul piano dell'immagine, se si esclude una registrazione realizzata dalla Rai nel 1980, non esisteva praticamente niente. Ecco quindi la decisione di trasportare in video il mio teatro-canzone. Ho lavorato, come mia abitudine, con modalità che definirei quasi "autarchiche". Ho scelto un teatro e con Sandro Luporini e i miei musicisti ho rivisitato il repertorio che considero più interessante e più attuale; ho quindi chiamato una troupe televisiva con la quale ho studiato nei minimi dettagli le modalità per le riprese e infine ho aperto il teatro al pubblico. Così, in rapidissima sintesi, sono nate queste "Storie del signor G". [Giorgio Gaber, "Sì alla tv, testimone del mio teatro", La Stampa 24/10/1992]

– Questo spettacolo nasce in modo particolare: volevamo fare un excursus, una specie – per carità, senza presunzione – di antologia di questi vent'anni di teatro. Devo dire che il pubblico ha reagito in maniera talmente positiva che io stesso, poi, ripercorrendo questi anni, ho trovato delle validità nei testi scritti precedentemente: mi hanno stimolato anche ad andare avanti e ad affrontare questo Teatro Canzone come un appuntamento aperto e non come un appuntamento chiuso, elaborando via via i brani che mi sembravano validi e che continuano ad interessare il pubblico. Lo spettacolo dà possibilità di rinnovamenti, si inseriscono motivi nuovi e, in effetti, si sente, anche dai testi, che alcune idee sono nate molto più di recente. Dall'estate scorsa ad oggi è cambiato perlomeno metà spettacolo: si chiama sempre Teatro Canzone (sarebbe anche ingiusto chiamarlo in un altro modo, perché adotta la medesima formula), però cambia, si rinnova, al di là delle cassette già registrate: lo spettacolo cambia e si modifica ed arriva alla fine molto diverso da come è partito. Probabilmente potrà anche durare, essere presentato al pubblico per diversi anni, dal momento che è uno spettacolo che si rinnova. Può essere, perciò, un appuntamento interessante anche mantenendo il titolo Teatro Canzone (che però diventerà 93, 94, 95...) e riproponendo la stessa formula ad episodi. [Cristina Canovi e Francesca Azzali, " Giorgio Gaber", Centro di Poesia e Cultura di Reggio Emilia - 1994]

 

C'è anche un nuovo brano "Qualcuno era comunista", denso di tensione morale che, da solo, si fa manifesto del sentire taciuto da molti. La sensazione che ne scaturisce è che ora l'individuo subisca, senza avere più una possibilità di riscatto. "Qualcuno era comunista" non è una "canzone politica", ma un brano su un movimento politico, sulle motivazioni individuali di fondo del comunismo, che risiedevano nell'idea di Gaber-Luporini nella voglia del cambiamento, del miglioramento, nello slancio verso l'utopia.

– (...) La scoperta più interessante che ho fatto è che è molto difficile intervenire parlando delle tue idee, di quello che pensi o di quello che per te è il mondo. Un po' l'abbiamo fatto, ma più che altro erano delle indicazioni di un punto di vista delle cose. "Qualcuno era comunista" è stata quindi quasi una specie di necessità. Ecco, mi pare che da questa esperienza venga fuori che qualsiasi discorso teorico, qualsiasi discorso ideale in questo momento sia improponibile. Qualsiasi mancanza, qualsiasi disagio, qualsiasi fatica esistenziale sia necessario esprimerla. E allora io ho la possibilità di intervenire sull'oggi, nel senso di scrivere un tipo di spettacolo di considerazioni sull'oggi (...). Credo che si debba guardare proprio il disagio esistenziale che viviamo quotidianamente: l'extracomunitario che ti dà l'accendino piuttosto che i politicanti vari. Anche delle sensazioni fisiche, emotive. Ecco: quelle, secondo me, vanno raccontate, non devono essere abbandonate. È stato per questo che avevo smesso questo spettacolo, tra virgolette, di intervento. Proprio perché il bla-bla su questo o su quello, il pettegolume ci aveva stancato. Mentre poi va bene un discorso per cui "a me è caduto tutto, è caduta la sinistra, per cui ho una mancanza affettiva, ideale mia", questo lo posso dire, lo posso dare al pubblico. [Giuseppe De Grassi, "Dialogo tra l'arte e il non so...", Blu 1992]

– (...) Non è una canzone politica ma una pagina esistenziale, il racconto di un malessere. Accadde che una parte della mia generazione andò, per anni, verso un progetto utopico che chiamavamo comunismo. Forse impropriamente, visto che nessuno di noi mirava alla dittatura del proletariato, né alla Comune dei cinesi, né al riscatto dei contadini russi. Non era questione di schieramenti, ma di stati d'animo: quella cosa ci aveva preso emotivamente, ed accomunava persone divise da differenze enormi, perfino hippy e anarchici, che col comunismo non c'entravano per niente. Più che una dottrina, insomma, ci muoveva uno slancio, una grande speranza. E quando la speranza sparisce, non è che stai lì a pensare che c'è ancora Cuba, o che è nata Rifondazione: è finita l'utopia, se ne va l'illusione di poter agire, noi, per le generazioni che verranno. E allora rimani vuoto e solo, e chi se ne frega di Breznev o del delirio delle Bierre: ci fai su una canzone, non solo per raccontare la tua solitudine, ma per spiegare a te stesso che uno slancio non va mai rinnegato: sarebbe come buttar via, con l'acqua sporca, anche il bambino. [Cesare G. Romana, "Il signor G contro i partiti", il Giornale 6/11/1996]

 

(Nel 1991 prende parte al film di Mario Monicelli "Rossini! Rossini!"). Nel 1993 mette in scena "Il Dio bambino", una sorta di "romanzo teatrale". Nel 1994 pubblica il libro "Gaber in prosa - Il teatro d'evocazione di Giorgio Gaber e Sandro Luporini" che raccoglie i testi di "Parlami d'amore Mariù" (compresi alcuni brani non rappresentati a teatro), "Il Grigio" e "Il Dio bambino".

– C'è un protagonista solo che racconta, rievoca. Ma quando l'emozione si fa forte, il racconto non è più al passato, diventa presenza viva, verità. Naturalmente dal suo punto di vista. Io chiamo questa drammaturgia 'teatro di evocazione' e penso che sia più adatta oggi a raccontare rispetto al dialogo e alle commedie tradizionali. (...) In realtà, come sempre nel mio teatro, il protagonista condivide molti dei miei attributi. Non mi sarebbe possibile una verità evocativa se non si trattasse di problemi che ho scoperto dentro di me. [Ugo Volli, "Un dio bambino per Gaber", La Repubblica 26/9/1993]

 

Dalla stagione 1995-'96 riprende il Teatro Canzone. I testi degli spettacoli, dal 1996 al 2000, vertono via via sempre più sull'indagine e l'approfondimento del discorso sull'individuo: lo smascheramento delle contraddizioni che vive con se stesso e in rapporto alla società che lo induce a gesti omologati o comunque non antagonistici, oltre le apparenze, alla logica della produzione e del mercato. Solo un'onesta presa di coscienza della realtà può far intravedere la possibilità di un cambiamento. Nel continuo tentativo di ritrovare un'autenticità all'interno delle sue istanze, Gaber "somatizza" le idee e allontana le ideologie, tendendo ad una visione filosofica provocatoriamente "antropocentrica" del mondo. 
"Un'idiozia conquistata a fatica", lo spettacolo ripreso in questi anni in diverse stagioni, ha un riferimento preciso e molti legami con "Libertà obbligatoria", con esso condivide temi come la "teoria del mercato" di Pasolini e sembra portare a termine il percorso iniziato nel 1976: se "Libertà obbligatoria" era una risposta amara alle domande del signor G, "Un'idiozia conquistata a fatica" porta alle estreme conseguenze il discorso iniziato più di vent'anni prima.

– È un momento in cui ognuno si fa assolutamente i fatti propri, senza interesse per gli altri, in cui sembra proprio che percepire l'esistenza reale di un'altra persona sia impossibile, che non esista appartenenza a nulla. Ricordo anni in cui il senso collettivo era presente come istinto nelle persone, poi via via è venuto a mancare. [Laura Putti, "Giorgio Gaber: questa povera Italia in mano agli egoisti", La Repubblica 8/11/1994]

– Mi chiedevi a che punto siamo arrivati: io non so cosa succederà nel futuro, ma sembra che nella nostra produzione teatrale ci siano stati due momenti di grossi interrogativi. Dopo essere partiti dal "signor G" siamo arrivati ad uno spettacolo che si chiamava "Libertà obbligatoria", nel 1976; con quello spettacolo arrivavamo a delle conclusioni non dico definitive, ma abbastanza comprensive del tutto. E così siamo ripartiti. Mi sembra che questo spettacolo ("Un'idiozia conquistata a fatica" – stagione 1998-99), che tu giustamente collochi in un senso più collettivo che personale e sentimentale, ancora una volta arriva, per la seconda volta nell'arco di questi trent'anni di lavoro, ad un altro momento di conclusione di un percorso. Uno spettacolo più "teorico", non perché i sentimenti non ci interessano, direi anzi che sono quelli che ci fanno vivere e morire. [Antonio Priolo, "Il luogo del pensiero. Qui e ora", Re Nudo n.18 - 1/3/1998]

– Credo che alla base del lavoro di Luporini e mio – e dunque anche del Signor G – ci sia un grande desiderio ci smascheramento. Del resto, da sempre, la nostra ricerca consiste nella smontare innanzitutto le nostre false convinzioni che riguardano sia la sfera personale che quella sociale con lo scopo di diffidare di alcuni finti comportamenti. Anche nella critica che noi da sempre abbiamo rivolto alla sinistra c'è il desiderio di essere contro slogan di tipo propagandistico, a favore della chiarezza di una ricerca autentica. Abbiamo sempre avuto fiducia che se cambia la testa delle persone possono cambiare anche le cose. [Maria Grazia Gregori, "Storie del signor G", L'Unità - Cabaret n.4 1996]

– Cerco delle persone che abbiano una "semplice" consapevolezza e non una complicata consapevolezza di se stessi, dei propri limiti e delle proprie possibilità. La coscienza di questi limiti credo che sia veramente la cultura. Quando io parlo di "uomini al minimo storico di coscienza" è proprio questo che voglio dire: la coscienza non è data da una quantità di conoscenze in senso orizzontale, ma dalla ricerca nel sapere, che non può che essere limitato, della profondità. La ricerca del senso della vita. La tecnologia che conosciamo allarga molto la conoscenza ma sempre in senso orizzontale; non c'è nulla nelle nuove invenzioni che ci aiuta ad andare dentro nelle cose. Può aprirci il panorama ma non vuol dire che ci dia più consapevolezza. Era più consapevole e cosciente un contadino di cent'anni fa, che sapeva sette cose ma le sapeva veramente. Noi in realtà sappiamo tutto e non sappiamo nulla. (...) Ho avuto, purtroppo come tanti, anche delusioni dalla piazza. Il fenomeno di massa è un fenomeno che non amo, e che non ho amato neanche nei momenti in cui si partecipava al movimento, che era una bella parola. Sento molto importante l'esistenza di una quantità di individui che rappresentano ognuno un desiderio, mentre la massa significa spesso l'annullamento del pensiero da parte del gruppo. La massificazione, sia essa di destra o di sinistra, è sempre negativa. Ognuno di noi ha ogni giorno molto spazio nei rapporti quotidiani per mettersi alla prova e per trovare il "qui e ora", ci sono tantissime occasioni per essere persone piuttosto che maschere. E lo smascheramento di quello che siamo mi sembra una cosa realizzabile minuto per minuto nella nostra vita. [Antonio Priolo, "Il luogo del pensiero. Qui e ora", Re Nudo n.18 - 1/3/1998]

– Nel Duemila avrò 61 anni e se proprio devo fare un piccolo bilancio di questa mia esistenza mi sento in debito con il destino per tutto ciò che ho avuto la possibilità di fare e di ottenere con il mio lavoro. Certo sento gli anni che passano. E non vorrei essere come quegli artisti che vengono giudicati bravi perché identici a quando erano giovani: siamo pieni di giovani attori vecchi! Al contrario vorrei affrontare questo tempo che mi rimane con l'esatta percezione degli anni che ho, in un rapporto autentico con quello che sono. Anche se avrò 61 anni vivo il Duemila come un nuovo millennio, dunque come un inizio. [Maria Grazia Gregori, "Storie del signor G", L'Unità - Cabaret n.4 1996]

 

(segue) Gli anni duemila »


A cura di Micaela Bonavia.

Riferimenti bibliografici: le fonti da cui sono tratte le citazioni sono in gran parte presenti nelle sezioni "Rassegna stampa" e "Bibliografia" del sito. Cfr. anche «Giorgio Gaber. Frammenti di un discorso...» (a cura di Micaela Bonavia).

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